Bonnefoy Miguel

Il meraviglioso viaggio di Octavio

Pubblicato il: 3 giugno 2015

Il 20 agosto 1908 una nave approda sulle coste venezuelane del porto di La Guaira. Arriva da Trinidad e porta con sé la peste. Nell’arco di un mese, quando l’infame morbo sta per raggiungere la capitale, il primo santo fatto di legno viene condotto in processione. Il Nazareno di San Paolo è vestito di una tunica color malva ricamata d’oro, porta la sua corona di spine ed è circondato da orchidee. Presso la casa di un creolo armato di fucile, ai piedi di un vecchio limone, avviene un evento che ha del miracoloso: la peste viene debellata nel giro di dieci mesi. Accanto all’albero dei prodigiosi limoni viene eretta un chiesa che, nell’arco di qualche decennio, assieme al limone stesso, vive il suo iniziale splendore e il suo conclusivo tracollo.

Ed è proprio in questo luogo, denominato San Paolo del Limone, a metà del ventesimo secolo, che vive Octavio. Abita in una modesta casupola sui cui non vanta alcun titolo di proprietà; vive di poco, anzi di pochissimo. Quando il dottor Alberto Perezzo, dopo aver dimenticato il ricettario, gli prescrive dei medicinali lasciandogli un appunto a carbone sul tavolo, Octavio decide di tagliarsi il palmo di una mano, caricarsi il tavolo sulle spalle ed andare in farmacia. Octavio non sa leggere e non sa scrivere per cui non ha altro rimedio che presentarsi dalla farmacista con un tavolo su cui non si legge più nulla ed una mano ferita che lo aiuta a negare la possibilità di prendere una penna in mano. “Nessuno impara a dire di non saper né leggere né scrivere. È qualcosa che non si impara, che rimane in una profondità priva di struttura, di luce. È una religione che non esige confessione“. Don Octavio parla pochissimo, di solito “fingendo un’invalidità che gli risparmiava la vergogna” dell’essere analfabeta.

Un colosso dal collo imponente e dalle gambe massicce, un corpo che pare tagliato con l’accetta. “A vederlo, era l’incarnazione di un paese intero di manghi e battaglie. Come i mostri o i geni, Octavio avrebbe lasciato il mondo senza discendenza. La sua robustezza e il suo slancio nei confronti della vita gli venivano direttamente da quella massa di libertà che non poteva trasmettere a nessuno. Era uno di quegli uomini che, come gli alberi, non possono che morire in piedi“. Eppure il suo non saper leggere e non saper scrivere lo fa un essere dimesso, avvilito, inferiore. Per fortuna, proprio in quella beata farmacia, una donna lo aiuta a decifrare una parola. Lei è Venezuela, un passato da attrice, un naso dritto e il difetto un’inguaribile insonnia. Tra Octavio e Venezuela c’è un’apertura di cuori. Lei sa anche senza dover dire per forza. Sa che Octavio può imparare a leggere e a scrivere. Ed è lei che glielo insegna con la pazienza che può avere solo una donna, avvicinandosi ad Octavio come nessuna aveva mai fatto prima. “Erano diversissimi. Eppure, senza capirlo, stava forse cominciando a decifrare un alfabeto che non conosceva, una promessa originale, come sulla pietra, dove prima c’è il nulla e poi tutto sembra avere inizio“.

Intanto in quel luogo ormai abbandonato e decadente che era stata la chiesa di San Paolo del Limone, di consacrato è rimasto ben poco. Al suo interno vi è un ammasso di oggetti più o meno preziosi e un covo di ladri capitanati da un uomo vestito con estrema eleganza che risponde al nome di Rutilio Alberto Guerra. Un ladro raffinato, un esperto dello scasso, un fine dicitore che sa esattamente cosa rubare e a chi con chirurgica puntualità. Octavio lavora tra quei ladri senza essere costretto a rubare. Fino al giorno in cui Guerra lo arruola, suo malgrado, e lo costringe al furto in casa di Doña Venezuela. Lei avrebbe dovuto trovarsi in teatro, invece si ritrova faccia a faccia con il suo Octavio. La colpa e la vergogna avvincono l’uomo e lo inducono a fuggire dalla donna che ha tradito e dalla bidonville in cui vive da sempre.

Inizia così il “meraviglioso viaggio” di Octavio. Un viaggio che è espiazione e redenzione insieme. Che è iniziazione e scoperta, dolore e incanto, distacco e precipizio. La scrittura di Miguel Bonnefoy gode di quel lirismo e di quella grazia che sanno tramutare Octavio in un autentico eroe. “Il meraviglioso viaggio di Octavio” segue la linea tracciata da grandi scrittori sudamericani, quelli che hanno saputo tradurre il sogno in grande letteratura, quelli che hanno insegnato il senso del reale magico e una forma di nuova passione. Bonnefoy ha il grande merito di aver dato vita ad un testo breve ed essenziale la cui densità si soppesa parola per parola e che quindi non annoia, non rallenta, non si interrompe. Una favola, questa, che diviene anche allegoria e simbolo perché Octavio, nel suo percorso di conoscenza e di crescita, si immerge e ci immerge nell’essenza di un Paese intero, nelle sue origini, nella sua selvatica e contraddittoria bellezza.

Edizione esaminata e brevi note

Miguel Bonnefoy è nato a Parigi nel 1986 da padre cileno e madre venezuelana. È cresciuto in Francia ma anche in Portogallo e in Venezuela. La sua scrittura si ispira ai grandi autori sudamericani. Nel 2013 ha ricevuto il Prix du Jeune Écrivain de langue française per il racconto “Icaro”. Si occupa della produzione di eventi culturali per il comune di Caracas ed è anche professore di francese presso l’Alliance Française. “Il meraviglioso viaggio di Octavio”, primo romanzo di Bonnefoy, è uscito in Francia nel gennaio del 2015 e si è aggiudicato il Prix Edmée de la Rochefoucauld per l’opera prima. Inoltre è finalista del Prix Goncourt du premier roman.

Miguel Bonnefoy, “Il meraviglioso viaggio di Octavio“, 66thand2nd, Roma, 2015. Traduzione dal francese di Francesca Bononi. Titolo originale “Le voyage d’Octavio” (2015).

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