Ricapito Francesco

Reportage Dall’Azerbaigian: Shaki, Il Villaggio Del Khan

Pubblicato il: 16 aprile 2015

Azerbaigian mappaLa cittadina di Shäki, situata nella parte nord occidentale dell’Azerbaigian, è una delle destinazioni più consigliate nelle guide turistiche e nei siti promozionali dedicati al paese. Per gli Azerbaigiani, e in particolare per gli abitanti di Baku, si tratta di una delle mete più comuni per le gite di fine settimana lontano dal caos cittadino, dev’essere per questo che spesso il solo nominare Shäki ad un abitante di Baku causa un sommesso sospiro di nostalgia, seguito da uno sguardo leggermente smarrito, che è evidentemente colmo di bei ricordi. Shäki è una delle cinque località definite “il meglio dell’Azerbaijan” dalla guida turistica Lonely Planet, la più famosa riguardo questo paese. Shäki è inoltre uno dei pochi luoghi al di fuori di Baku dove è possibile trovare un ufficio turistico e una buona scelta di hotel. Shäki si trova a circa 290 chilometri da Baku. Con una marshrutka o un taxi ci si arriva in poco più di quattro ore e, lungo il percorso, si ha modo di ammirare un buon numero di affascinanti paesaggi, che variano man mano che ci si allontana dalla capitale e che dimostrano l’eccezionale varietà di questo relativamente piccolo paese. Dopo essersi lasciati alle spalle la gran massa di abitazioni e pozzi petroliferi che caratterizzano la periferia di Baku, si entra in una zona leggermente collinare e dall’aspetto quasi desertico con vegetazione scarsissima e un terreno nudo dal colore beige chiaro. La strada serpeggia elegantemente tra le colline e diventa progressivamente sempre più verde, da prima con un timido manto di erba che ricorda molto gli ultimi capelli superstiti sulla testa di una persona che sta diventando calva.

Questo strato di vegetazione s’infittisce progressivamente, comincia ad apparire qualche albero e le colline diventano sempre più alte. La strada non presenta gallerie e la striscia di asfalto si arrampica fin sulla cima di queste colline, dalle quali si gode un paesaggio suggestivo. Dopo circa un paio d’ore s’intravedono per la prima volta le imponenti montagne della catena del Grande Caucaso, le quali, al contrario delle nostre Alpi, non sono precedute da una fascia di montagne o colline poco più basse, ma s’innalzano bruscamente dalla pianura, dando così l’impressione di essere ancora più alte. Lungo la strada è facile vedere bancarelle e baracchini dove si vendono frutta, verdura, uova, galline vive e soprattutto dei tipici dischi di un composto costituito da frutta compressata dal sapore molto acido e il cui nome purtroppo non ho mai afferrato. A questo punto compaiono anche piccoli laghi da pesca. Per arrivare a Shäki ad un certo punto bisogna abbandonare la strada principale che porta a Nord Ovest, verso il confine con la Georgia e con la Russia e percorrere una decina di chilometri. Un secondo mezzo per arrivare a Shäki è il comodo treno notturno che parte da Baku intorno alle ventuno e trenta e che arriva sulle otto di mattina, un compartimento di seconda classe con quattro cuccette costa dieci manat (nove euro) ed è ragionevolmente confortevole. L’unica controindicazione è che la stazione, come in molte altre città dell’Azerbaigian, non si trova vicinissima alla località di cui porta il nome, in questo caso dista circa dieci chilometri, ma comunque sono disponibili taxi e marshrutke ad ogni ora del giorno e della notte. Oggi Shäki conta circa 64.000 abitanti e si trova alle pendici delle prime alture della catena del Grande Caucaso, tuttavia originariamente la città era stata costruita più a Nord, in una posizione più protetta dalle montagne, dove oggi si trova un villaggio chiamato Kiş. Nel corso della sua storia Shäki è stata più volte distrutta dalle inondazioni del fiume che la attraversa. Il suo momento d’oro fu intorno al 1740 quando divenne la capitale di un Khanato indipendente e funse da svincolo commerciale per le carovane dirette in Russia, a Tbilisi o a Baku. Il Khan fece costruire una fortezza più a valle, dove oggi si trova Shäki, la quale venne chiamata Nukha. Una mossa previdente perché nel 1772 la città venne completamente distrutta da un’inondazione e si decise quindi di spostare tutti gli abitanti a Nukha, che divenne la capitale del regno. Il Khanato perse la sua indipendenza negli anni venti dell’Ottocento, quando venne inglobato nell’Impero Russo. Nukha mantenne il suo nome, che venne poi cambiato in Shäki solo nel 1968. Come in molti altri luoghi dell’ Azerbaijan, l’affascinante e travagliata storia di questa cittadina non è equamente rappresentata da ciò che di questa storia è oggi rimasto, che in effetti non è molto. L’attrazione principale è il caratteristico Xan Sarayı: si tratta di un edificio di due piani situato all’interno delle vecchie mura che una volta costituivano la fortezza di Nukha.

Questo palazzo, insieme a numerosi altri che si trovavano dentro la fortezza, era utilizzato come una sorta di ufficio amministrativo del Khanato ed è ad oggi l’unico rimasto ancora in piedi. L’entrata costa due manat (circa un euro e novanta), senza guida purtroppo non è permesso fare foto all’interno del palazzo. Il giardino che lo circonda è ben curato e possiede due giganteschi platani secolari proprio davanti alla facciata del palazzo. Quest’ultima è molto colorata grazie alle vetrate, costruite secondo una particolare tecnica locale chiamata shäbäkä, la quale prevede un complicato lavoro di incorniciatura dei tasselli di vetro con piccoli pezzettini di legno, seguendo motivi geometrici molto eleganti. Questa tecnica non prevede l’uso di giunture di metallo e a Shäki esistono alcuni laboratori familiari dove ancora si producono vetrate utilizzando questo metodo. Il metallo non era il materiale preferito dagli abitanti di Shäki nei secoli scorsi, se si considera che, secondo la leggenda, tutto il palazzo è stato costruito senza utilizzare nemmeno un chiodo. All’interno l’edificio è stato pesantemente restaurato e per preservarlo meglio tutti i visitatori devono indossare dei copriscarpe di plastica che vengono forniti all’entrata. Le stanze non sono molte e, non essendoci mobili o altri oggetti, risultano piuttosto spoglie. Alcune pareti sono decorate con affascinanti dipinti raffiguranti piante, animali, motivi geometrici e anche intere battaglie con dovizia di particolari. Molto interessante è osservare da vicino le pregiate vetrate che illuminano le stanze con affascinanti riflessi colorati.

All’interno delle mura della vecchia fortezza si trovano un altro paio di musei abbastanza trascurabili e l’ufficio turistico, dove non sempre è possibile trovare qualcuno che parli inglese, ma dove ad ogni visitatore viene data una pratica mappa plastificata della città. Qualche bancarella di souvenirs completa il complesso, che si può visitare comodamente a piedi in quindici minuti. Esiste anche un secondo palazzo risalente all’epoca del Khanato che è possibile visitare: è conosciuto come Xan Evi e si trova a circa dieci minuti di cammino dalla parte vecchia della città. Lo stile è molto simile a quello dell’altro palazzo, il prezzo di entrata è lo stesso e la custode è una gentile signora sulla quarantina, che parla un po’ d’inglese. Il palazzo è stato aperto al pubblico solo di recente ed ha subito restauri interni veramente pesanti, tant’è che oggi, con i suoi muri imbiancati e con i suoi pavimenti nuovi di zecca, sembra quasi un agriturismo. È decisamente meno affascinante del Xan Saray, fortunatamente però al secondo piano ci sono alcune pitture murali molto belle, così come lo sono le vetrate, non tutte originali, ma costruite con la già citata tecnica della shäbäkä e, come ci ha detto la guida, usando vetri provenienti da Murano. Una visita a questo secondo palazzo è interessante per poter confrontarlo con l’altro e per vedere un chiaro esempio di restauro un po’ troppo invasivo. Risulta interessante anche prendersi del tempo per camminare per le vie della città, per entrare nelle moschee e per respirare la buona aria che arriva dalle montagne circostanti. Per chi si ferma a Shäki per la notte esistono molte possibilità, negli ultimi anni sono stati costruiti numerosi hotel con varie fasce di prezzo, tuttavia il più affascinante resta di sicuro il Caravansarai Hotel: come dice il nome stesso, l’hotel si trova in un ex caravanserraglio e trascorrervi una notte è forse uno dei motivi principali per venire a Shäki. Dopo aver oltrepassato il buio ingresso si entra in un cortile interno di forma rettangolare, su cui si affacciano due piani di porticati ai quali si affacciano le porte delle camere. Una piccola piscina centrale ha al centro una passerella a croce su cui poter camminare e due alberi sono piantati di fianco alla scalinata di legno che conduce al primo piano.

Le camere sono piuttosto semplici e non lussuose, ma hanno tutte i soffitti con caratteristiche volte a botte in mattoni e un piccolo salotto. I bagni sono piuttosto all’antica e le camere hanno qualche spiffero, ma il fascino dell’edificio è indiscutibile e i prezzi sono abbastanza onesti, trenta manat (circa ventotto euro) per una doppia. Shäki è famosa in tutto l’Azerbaigian per l’halva: si tratta di una versione locale della baklava, un dolce di origini turche, ma che è facile trovare anche in molti altri paesi, a base di miele, zucchero e frutta secca, di solito servito in piccoli rombi lunghi cinque centimetri e alti tre. L’halva ha un sapore molto simile alla baklava, ma viene preparata in giganti forme rotonde da cui vengono tagliate le fette. Per prepararla si utilizza miele in gran quantità, per cui risulta dolcissima, ai limiti dello stucchevole. I negozi specializzati in halva sono dovunque a Shäki e riuscire ad andarsene dalla città senza essere stati convinti da un venditore almeno a provarla è quasi impossibile. Una seconda specialità locale è il piti: un piatto abbastanza comune in tutto il Caucaso e in buona parte dell’Asia Centrale. Si tratta fondamentalmente di una zuppa cucinata dentro un piccolo contenitore di terra cotta. Gli ingredienti principali sono carne di agnello (di solito la parte grassa), ceci, cipolle, patate e alcune spezie tra cui lo zafferano. Il primo istinto che uno straniero ha quando il cameriere gli porta questo vasetto pieno di zuppa che emana un forte odore di pecora e in cui galleggia pigramente un pezzo di carne grassa è semplicemente quello di versare il tutto nel piatto e mangiare. Facendo così diventerete probabilmente oggetto di scherno da parte del cameriere e degli altri avventori, il piti infatti è considerato alla stregua di un pasto completo e va mangiato in due fasi: come prima cosa bisogna spezzettare del pane e metterlo nel proprio piatto, poi si versa il brodo nel piatto lasciando la carne e le verdure dentro il vasetto. Il pane inzuppato costituisce il primo, per ottenere il secondo bisogna prendere il cucchiaio e ridurre in poltiglia il restante contenuto del vasetto, grasso compreso.

Se si riesce ad andare oltre l’iniziale odore di pecora che fuoriesce dal vasetto e se non si è troppo schizzinosi, questo piatto risulta veramente ottimo e saporito, anche se naturalmente non consigliabile per chi è a dieta. Se si ha voglia di curiosare nei dintorni di Shäki, ci sono due luoghi che vale la pena vedere: il primo si trova a Kiş, situata a pochi chilometri a Nord ed è facilmente raggiungibile in taxi o in marshrutka. Oltre ad essere un paesino molto caratteristico e con una bella panoramica sulla vallata, Kiş possiede una vecchia chiesa che si crede sia stata costruita nel periodo degli Albani, un popolo cristiano che in queste regioni aveva fondato un regno indipendente. La chiesa oggi è stata trasformata in un piccolo museo sull’Albània Caucasica in cui ci sono reperti molto interessanti e dove una piccola parte delle mura interne possiede un’energia magnetica che, come mi ha mostrato il tassista, può far rimanere una moneta attaccata al muro. Alcuni scavi hanno dimostrato che questo era un sito religioso ben prima dell’arrivo dei cristiani, sono stati infatti ritrovati scheletri sepolti, oggi esposti in teche di vetro. Uno di questi scheletri è di una donna era alta più di due metri. Per questo motivo, il famoso antropologo e avventuriero norvegese Thor Heyderdahl ipotizzò un legame tra le popolazioni che vivevano qui e quelle della Scandinavia. Un suo busto si trova ora nei pressi della piccola chiesa. L’edificio ha lo stesso stile di quelli osservabili in Armenia e Georgia, con una torre centrale cilindrica e poche decorazioni interne.

Si tratta di una delle poche chiese antiche ben conservate rimaste in Azerbaigian. Per chi visita Shäki merita venire a vederla. Se si arriva fino a Kiş è bene visitare un secondo luogo interessante e suggestivo, che si trova qualche chilometro oltre sempre nella stessa valle: si tratta dei resti della fortezza di Gelersen Görəsən: il nome significa “Vieni e vedi” e deriva da un fatto storico realmente accaduto: nel 1744, il Khan di Shäki decise di ribellarsi alle autorità persiane che al quel tempo comandavano il territorio, lo Shah di Persia infuriato per questo affronto mandò un intero battaglione, chiedendo chi fosse così sfrontato da sfidare la sua autorità. Il Khan rispose con un semplice messaggio che recitava “Vieni e vedi”. Per tutta risposta lo Shah rase al suolo la città. Oggi per arrivare alle rovine della piccola fortezza bisogna percorrere una strada sterrata di un paio di chilometri, che porta alle pendici di una collina. Da qui parte un sentiero in salita che attraversa un bosco molto florido e verdeggiante. Dopo quindici minuti di cammino si giunge sulla cima della collina, dove si trovano tre mura in rovina a stento visibili, ma dal colore insolitamente bianco. Si tratta di uno spettacolare punto panoramico su una bella vallata scavata dal fiume e circondata da montagne piuttosto alte ma non brulle.

Non dista molto da qui il confine con la Russia, in particolare con la regione del Daghestan. In estate una delle attività preferite degli abitanti della vallata consiste nel passare il confine, trascorrere la giornata a raccogliere bacche, more e mirtilli in Russia, per poi ritornare indietro stracarichi, lasciandone un’equa porzione alle guardie di confine, che fanno finta di non saperne nulla. Questa curiosa notizia ci è stata rivelata da un tassista, improvvisatosi guida turistica. Non siamo riusciti a capire il motivo di questo traffico semi-illegale di frutta e come mai in Azerbaigian questa non cresca, ma è stato comunque interessante sentirselo raccontare. Shäki forse è un po’ sopravvalutata come meta turistica ma si tratta di un bel luogo da visitare, soprattutto se si vuole avere un assaggio di vita quotidiana delle zone rurali dell’Azerbaigian. L’atmosfera generale ricorda quella rilassata e quasi al rallentatore di alcuni paesi delle campagne italiane, non potrebbe essere più diversa da quella che si respira a Baku dove tutto corre veloce e le cose cambiano di continuo. Shäki offre la possibilità di vedere alcuni dei rari resti dell’affascinante storia dell’Azerbaigian, inseriti in un piacevole paesaggio verdeggiante. Unire una visita a Shäki con quella a qualche altra località della regione, come per esempio il villaggio di montagna di Lahıc, può risultare un’esperienza di viaggio indimenticabile in una regione dai paesaggi assolutamente affascinanti e ancora quasi intatti.

Per approfondire:

http://it.wikipedia.org/wiki/%C5%9E%C9%99ki

http://azerbaijan.travel/en/region/56-Sheki

Francesco Ricapito Aprile 2015