Lavant Christine

Appunti da un manicomio

Pubblicato il: 13 dicembre 2008

In una lettera che Christine Lavant scrisse alla sua traduttrice inglese, Nora Purtscher-Wydenbruck, nel 1958, chiese la restituzione del manoscritto degli “Appunti”: voleva distruggerlo. E pregò la Purtscher-Wydenbruck di bruciarne la traduzione. Evidentemente nulla del genere è avvenuto perché, nonostante la traduttrice avesse rassicurato la Lavant circa l’immediata riconsegna del manoscritto originale in lingua tedesca, quest’ultimo è stato rinvenuto, nella metà degli anni Novanta, tra i documenti del lascito della Purtscher-Wydenbruck, morta nel 1959. Nora, quindi, non rispedì mai indietro gli “Appunti” alla Lavant e probabilmente noi oggi possiamo leggerli proprio grazie all’inadempienza della traduttrice inglese.

Molto di quanto Christine Lavant scrisse negli “Appunti da un manicomio” può essere fatto risalire alla storia della vita della scrittrice. La Lavant, così come la protagonista del libro, aveva tentato il suicidio ingerendo delle pillole. A seguito di tale drammatico evento, decise, volontariamente, di farsi internare presso una struttura per malati di mente che esisteva nella regione carinziana in cui viveva. Christine rimase in quel luogo per sei settimane. Era il 1935, pieno periodo nazifascista. Gli “Appunti da un manicomio” sono stati scritti nel 1946, anche se il lettore potrebbe facilmente pensare che rappresentino un diario redatto durante il periodo di internamento.

La Lavant, con i suoi “Appunti”, vuole essenzialmente trasmettere una testimonianza. Non ci sono riferimenti di natura politica o ideologica, ma solo la descrizione del dolore e della solitudine che un essere umano sofferente e diverso può vivere se abbandonato da tutti, anche da Dio.

L’odio è il sentimento più facile da provare in un manicomio. La rabbia e la menzogna sono le soluzioni più agevoli per rapportarsi nei confronti di chi non è in sé perché malato. La strada per la sopravvivenza, in un luogo simile, è tracciata da atteggiamenti e parole che, altrove, non varrebbero nemmeno. La voce della protagonista è nitida ma anche feroce. Lei sa che resterà in manicomio per sole sei settimane, sa che tornerà a casa, ma sa anche che le rimarrà addosso il marchio della vergogna perché ha compiuto un atto che neanche lei riesce a perdonarsi. Guarda le altre malate e guarda le infermiere e sa che l’equilibrio, fragile e sempre provvisorio, tra le prime e le seconde deriva dalla paura. In manicomio la paura governa sovrana, gestisce comportamenti e divieti, annichilisce, sospende pulsioni e riduce al silenzio.

Il libro denuncia una realtà che la stessa autrice ha vissuto e che, evidentemente, l’ha segnata nel profondo. Eppure, ad un certo punto, la Lavant vuole che un libro così intenso e “nuovo” non venga pubblicato, anzi desidera che questa sorta di accorato atto d’accusa nei confronti di un sistema disumano, venga distrutto. Elena Poliedri, nel saggio che chiude gli “Appunti”, fornisce un’ipotesti avanzata da alcuni studiosi: Christine avrebbe voluto cancellare per sempre questa opera perché si sentiva in colpa. Nei manicomi, al tempo, i nazisti praticavano l’eutanasia: molte delle persone che lei aveva conosciuto durante il ricovero, probabilmente, erano state uccise. E proprio per un sentimento di rispetto verso quelle donne, forse, la Lavant desiderava cancellare la testimonianza rappresentata dagli “Appunti da un manicomio” che poteva essere sentita e letta come troppo personale ed emotiva, quindi quasi frivola rispetto al dolore chi, in quei luoghi, aveva trovato la morte.

Edizione esaminata e brevi note

Christine Thonhauser è nata il 4 luglio 1915 a Gross-Elding in Carinzia, Austria. Ultima di nove figli di un minatore. Lavant è il nome della vallata in cui è vissuta e che decise di fare suo per camuffare la sua vera identità: non voleva che nessuno la identificasse come autrice di poesie e altri scritti. I suoi studi terminarono presto e la sua formazione letteraria è da autodidatta. La Lavant, considerata come una della scrittrici più originali e interessanti del panorama letterario austriaco del secondo Novecento, è autrice di tre raccolte poetiche edite tra il 1956 e il 1962. La sua vita, segnata dalla povertà, dalla malattia e da un amore fortissimo per l’arte della scrittura, è terminata nel 1973.