Hoover Paul

Saigon, Illinois

Pubblicato il: 22 giugno 2018

Gli aggettivi che in questi anni la critica ha utilizzato per presentare il romanzo di Paul Hoover, “Saigon, Illinois”, sono davvero molti: pensiamo a “vivido”, “caleidoscopico”, “superbo”, “scrittura affilata”, “poetica profonda”; e via dicendo. Soprattutto in riferimento all’Italia si potrà arricchire questo elenco con “laterale”, inteso certamente non in senso negativo ma alla stregua di “irregolare”. I motivi son presto detti e riguardano sia la produzione letteraria di Paul Hoover, sia l’argomento trattato nel romanzo, sia il fatto che “Saigon, Illinois” (1988), grazie alla lungimiranza della Carbonio editore, è la prima opera dello scrittore americano pubblicata in Italia.

Prima opera in italiano ed anche il primo ed unico romanzo di Hoover che altrimenti negli U.S.A. – non da noi – è conosciuto ed apprezzato come poeta e curatore di “Postmodern American Poetry”. Ed inoltre dobbiamo considerare che le vicissitudini di Jim Holder, nell’ormai lontano 1968, rappresentano un pezzo di storia americana probabilmente trascurato sia dalla letteratura, sia dal cinema: non tanto le vicende di quei veri e propri disertori che tentarono di sfuggire all’inferno del Vietnam, ma di coloro che, pur con grande difficoltà, riuscirono a passare indenni le forche caudine degli “uffici di reclutamento” e furono a tutti gli effetti “obiettori di coscienza”. Così il nostro protagonista di “Saigon, Illinois”, che in virtù di una presunta vicinanza alla “Chiesa della pace”,  grazie ad argomentazioni piuttosto surreali tipo “potrei anche mostrarmi aggressivamente dolce” e “se la darebbe a gambe, timoroso di tanta gentilezza” (pp.13), e pur lasciando molto perplessi i membri della commissione (“Sospettavano che fossi in finocchio, ma ancor più che avessi qualche rotella in meno”), riesce a farsi assegnare un servizio pubblico sostitutivo della leva presso il Metropolitan Hospital di Chicago: supervisione dei pasti e della lavanderia. Jim ha così evitato i viet-cong, ma i mesi in ospedale si riveleranno comunque un campo di battaglia alternativo: la morte gli sarà sempre molto molto vicina, magari senza il contorno di armi letali – a volte pure quelle – ma di sicuro tra quelle mura non troverà niente di rassicurante. Non sarà Saigon e la guerriglia comunista ma un luogo dell’Illinois dove abbondano feti in formaldeide, infermieri con turbe suicide, pazienti folli e lobotomizzati, una gran produzione di cadaveri. Comprensibile quindi lo sfogo di Jim, una volta entrato a pieno titolo in questo girone infernale, alle prese con spietati burocrati e un’umanità sofferente e confusa: “Gli dissi che avevo creduto che – evitando di andare in Vietnam – non sarei mai entrato in contatto con la morte, ma che invece ogni giorno trasportavo corpi morti all’obitorio. A volte, sulla metropolitana, avevo l’impressione di poter morire soffocato” (pp.144). Amarezza e disillusione che però per gran parte del romanzo si presenta connessa a dosi massicce di ironia e di pura comicità: sostanzialmente una combinazione tra opposti, che in fondo non apparirà nemmeno così anomala se solo pensiamo cosa poteva capitare durante il ’68 americano, tra hippie di ogni livello sociale, sesso quasi libero (“quasi” perché poi il puritanesimo in qualche modo veniva fuori), fantomatiche università che insegnavano pacifismo e anticonformismo, predilezioni per la cinematografia più incomprensibile, esperienze lisergiche, “gruppi per la libertà dei morti”, patrioti in odore di nazismo, figli di papà convertiti alla rivoluzione. Quelli che vennero definiti radical chic qui si manifestano nel loro aspetto più esilarante e sconclusionato: “Elisabeth, laureata in sociologia a Loyola, e Tim, che affermava di aver fatto esperienze di vita fra i poveri, si erano presi il compito di trovare qualcuno che rappresentasse pienamente gli orrori della società moderna. Ecco come avevano trovato Carlo, un ex membro della P Stone Nation [n.d.r.: nota gang di Chicago], tossicodipendente, ladro d’appartamento senza successo, alcolizzato, e tutto il resto” (pp.127). Insomma, tutto un mondo bizzarro che ha fatto parlare, con una certa ragione, di humour nero. In ogni caso le profonde contraddizioni di un’America divisa tra un antimilitarismo minoritario, per lo più appannaggio dei giovani e dei cosiddetti intellettuali, e il conservatorismo di un ceto medio convinto dell’assoluta necessità di combattere i “musi gialli”, si riflettono nello sguardo stupito e disincantato di Jim Holder. Ironia e comicità emergono proprio grazie ai toni misurati della scrittura; nonché dalla nonchalance mostrata dai personaggi di fronte ai drammi e alle assurdità che affliggono il Metropolitan Hospital di Chicago.

Jim Holder però non potrà concludere felicemente il lavoro di obiettore nella sua Saigon americana: il licenziamento, con tutte le conseguenze del caso, diventa una realtà dopo le pesanti manganellate subite durante una manifestazione pacifista e a causa delle macchinazioni di alcuni burocrati. In attesa di intraprendere una fuga verso la California – prospettiva che vuol dire clandestinità o arresto ad opera dei federali –  il giovane torna in famiglia e qui, attenuandosi nettamente l’humour fino a quel momento pervasivo, emerge tutto lo sconforto del protagonista. Le premesse di una sconfitta generazionale alla fine ci sono tutte, e non solo guardando alla contrapposizione con i valori e le idee dei genitori e dei parenti più maturi. Da lì a poco più di dieci anni ci sarà la svolta del reaganismo e del supply-side economics; e proprio nelle ultime pagine del romanzo possiamo leggere qualche significativa anticipazione di quello che avverrà: “Tom era sempre stato una persona molto organizzata […] Stando a ciò che diceva Vicki, aveva fatto una brillante scoperta in economia ai tempi dell’università. Qualcosa che aveva a che fare col fatto che più guadagnavi, più tendevi a spendere. Era un’idea che pareva abbastanza scontata anche a me, ma lui aveva le statistiche per sostenerla, e i professori e le fondazioni ne erano rimasti certamente impressionati” (pp.234). Una carriera quindi molto promettente per  il futuro reaganiano, mentre le fortune di Jim Holder probabilmente rimarranno precarie fino all’amnistia del 1977. Ma tutto questo il lettore di “Saigon, Illinois” potrà solo immaginarlo. Jim Holder non ha intenzione di “sistemare le cose” e quando l’amica– amante Barbara gli chiede cosa vuol fare, la risposta è quella più logica per uno sfortunato e disilluso obiettore: “Chi lo sa? È un grande paese” (pp.241).

Edizione esaminata e brevi note

Paul Hoover, scrittore, poeta e traduttore, è autore di numerose raccolte di poesie e ha curato l’antologia “Postmodern American Poetry”. Ha ricevuto diversi premi per le sue opere. Nato a Harrisonburg, Virginia, nel 1946, attualmente vive a Mill Valley, California e insegna Scrittura Creativa alla San Francisco State University. È il curatore della celebre rivista letteraria “New American Writing”.

Paul Hoover, “Saigon. Illinois”, Carbonio Editore (collana “Cielo stellato”), Milano 2017, pp. 256. Traduzione di Nicola Manuppelli.

Luca Menichetti. Lankenauta, giugno 2018