Zonno Vincenzo

Caterina

Pubblicato il: 15 luglio 2018

“Come si poteva definire, interpretare lo sconfinato mare che si palesava ovunque guardasse? Pareva fosse ancora in mezzo ad un oceano e non riusciva a scorgere neanche una sottile bava di terra, che pure doveva esserci da qualche parte lungo l’orizzonte […] Si avvicinò al vetro e guardò il cielo: indolente, si macchiava di un impercettibile giallo cercando di trattenere a forza il freddo grigiore dei primissimi minuti di luce” (pp.3). Così nell’introduzione di “Caterina”, l’ultimo romanzo di Vincenzo Zonno, la visuale di un mare non identificato ed osservato dall’interno di una nave di cui non conosciamo la destinazione. Tutto in apparenza molto enigmatico ma poi l’identità degli occhi che hanno guardato fuori dal boccaporto si svela nelle pagine successive quando – altro enigma che forse sarà sciolto a conclusione del racconto – cambia improvvisamente scenario: sono quelli della giovanissima Cat-Caterina, adesso nelle vesti di aspirante funambula al seguito di un piccolo circo itinerante e gestito con spietata arroganza dal patrigno “Boris il Bulgaro”. Attorno all’improbabile carovana – gli acrobati Boris e Ivan, Tania e i suoi barboncini ammaestrati, Tony il lanciatore di coltelli e sua moglie Vera, Loris il tecnico tuttofare  – non esistono paesi, popolazioni autoctone; appare soltanto la comunità di artisti circensi, probabilmente pure molto modesti, che si prepara ad apprestare il suo spettacolo in un luogo fuori mano, ai margini di una foresta, lontano dall’abitato. Eppure l’isolamento di Caterina e dei suoi compagni non sembra totale perché è proprio la ragazzina che si accorge di strane presenze “attraverso gli alberi”: “due cadaveri galleggiavano a un paio di metri dalla riva. Il bimbo non se ne curava, sembravano invisibili ai suoi occhi” […] ‘Chi sei? Le disse il ragazzino. Occhi contro occhi e labbra a pochi centimetri dalle sue” (pp.57). Forse un sogno, un incubo ad occhi aperti, non è dato sapere cosa sia davvero avvenuto. Intanto prosegue il lavoro del circo impegnato a preparare il campo e ad esercitarsi per lo spettacolo: Caterina, turbata per quanto accaduto, è ancora oggetto di vessazioni, prepotenze da parte del patrigno e degli altri colleghi. Mentre, di pagina in pagina, si viene a scoprire qualcosa del suo passato, della morte della madre, gli artisti circensi mostrano sempre più il loro volto oscuro e perverso, in parte sofferenti, in parte malvagi. Da questo punto di vista non appaiono marginali o casuali i due cigni neri in copertina e le citazioni classiche che scandiscono la vita della ragazzina: “Ne trasse fuori un piccolo oggetto di metallo che poggiò sul piano accanto alla lampada […] L’aria principale del lago dei cigni di Čajkovskij si slegava sfuggendo dal carillon con suoni lunghi e carichi di armoniche che sembrava non avessero più fine. Lo stesso breve motivetto si sarebbe ripetuto più volte identico, all’infinito, ammaliando” (pp.23).

Ancora una volta il cigno – nero – che nell’immaginario dell’arte è diventato sinonimo di evento non previsto, inquietante; e da lì a poco emblema dal male, del contrasto tra luce e tenebre, tra l’anima buona e quella malvagia presente nella stessa persona. Se la natura intorno al circo sembra nascondere qualcosa ancora di indefinito e pericoloso, le cose precipitano quando la ragazzina, infortunata, si ritrova ad essere assistita, in una villa dei dintorni, da Edgar, personaggio solitario, premuroso ma molto strano. A quel punto il confine tra realtà, allucinazioni, incubi, si fa ancora più labile; premessa per un epilogo sanguinoso e orrorifico. Nulla in fondo congiurava per un lieto fine: i corsivi presenti nel romanzo rimandano a momenti allucinati che evocano qualcosa di ben più grave rispetto le ordinarie vessazioni di un despota e rispetto gli incubi che possono emergere in una persona sofferente e sensibile. Torna alla mente ancora una volta il cigno nero, la parte oscura di una persona che fino a quel momento appariva soltanto vittima degli eventi, di ambigui legami e della cattiveria del prossimo; e così la sensazione che, guardando al recente passato, le molestie, la violenza, l’omicidio non rappresentino soltanto i falsi ricordi e le angoscianti allucinazioni di Caterina. Impressioni appunto, perché le pagine finali, quando riappare il mare e la nave descritta nell’introduzione, tutt’al più fanno intuire cosa potrebbe essere accaduto, ma lasciano impregiudicata l’inquietante connessione tra sogno e realtà, tra innocenza e colpa, che fino in fondo caratterizza il romanzo di Vincenzo Zonno. Un’opera che forse non è neppure corretto definire tout court alla stregua di un thriller, seppur psicologico. È vero che il clima di mistero e di tensione è sempre presente, ma sarebbe un errore archiviare “Caterina” tra i romanzi “di genere”, se intesi come puro intrattenimento: ovvero premessa per un linguaggio semplice semplice, ai confini del banale. Zonno ci ha proposto semai una scrittura efficace, molto controllata, che probabilmente deve qualcosa ai classici del fantastico piuttosto che ai più arditi e recenti sperimentalismi a base di paratassi; soprattutto nelle prime pagine contrassegnata da immagini naturalistiche, che poi, con costante sobrietà si apre sempre più a visioni surreali, spettrali ed infine macabre. Niente a che vedere quindi con la soluzione di un classico enigma poliziesco – togliamo fin da ora ogni dubbio – perché «Quando è il buio a comandare chiunque può essere il mostro chiunque la vittima» (pp.139).

Edizione esaminata e brevi note

Vincenzo Zonno brindisino, ma bolognese d’adozione. Artista poliedrico, attivo sia nella musica rock, sia nella danza, ha pubblicato la raccolta di racconti “Harpo” e il romanzo Non è un vento amico”.

Vincenzo Zonno, “Caterina”, Watson (collana “Ombre”), Roma 2018, pp. 152.

Luca Menichetti. Lankenauta, luglio 2018