Zonno Vincenzo

Non è un vento amico

Pubblicato il: 5 febbraio 2016

“Il corpo era lì, così come lo aveva descritto lo zar, e tutti i segni di cui gli aveva parlato apparivano nella loro insolita chiarezza. Georges aveva cominciato a osservare quel corpo marmoreo con meticolosa precisione. Bisognava cercare qualcos’altro. Altri elementi. Non gli era ben chiaro perché lo stesse facendo. Nessuno gli aveva chiesto di portare avanti un’indagine. Per tutti, erano fin troppo evidenti il motivo e le dinamiche di quella morte. Solo, Georges si rifiutava di dar credito ai fenomeni che gli erano stati descritti”. (p.50)

Tutti coloro che, al pari di chi adesso vi sta parlando, hanno amato la letteratura russa al tempo degli zar, avranno modo di apprezzare Non è un vento amico, primo romanzo di un artista versatile come Vincenzo Zonno, già cantante rock e autore nel mondo della danza, datosi poi alla letteratura con la raccolta di racconti Harpo, la quale pur godendo di distribuzione pressoché inesistente, ha riscosso il gradimento di quei pochi lettori che ne sono venuti in possesso. Non è un vento amico è il suo primo vero romanzo, che risente evidentemente delle suggestioni dell’epoca d’oro dei letterati russi non tanto come forma letteraria, quanto per la descrizione del contesto storico, politico, sociale e religioso di un territorio che, dall’avvento del movimento decabrista nel 1825, cominciò a respirare forti contrasti e opposizione tra un mondo ancorato alla stretta osservanza di tradizioni arcaiche influenzate dall’ortodossia, imposte al popolo con modalità dispotiche e repressive e le nuove spinte liberali, democratiche e socialiste che spiravano da altri luoghi dell’Europa. Cechov, Gogol, Tolstoj e Dostoevskij si respirano dunque come lieve vento di sottofondo, ma la prosa di Zonno è molto meno articolata e densa di introspezione psicologica, rispetto agli autori sopra citati, e non potrebbe essere diversamente, vista la disposizione del letterato brindisino a voler condensare trame e sotto trame, tematiche gravi e di non facile argomentazione senza perdersi interamente nel romanzo storico-sociale, in circa 240 agilissime pagine. Ciò nonostante, l’ardita operazione di Zonno scorre abbastanza bene, pur considerando l’inevitabile rischio dell’approssimazione, visti i molteplici argomenti trattati, perché Non è un vento amico ha un suo ritmo peculiare e una sua forma sufficientemente regolare e riconoscibile, dalla prima all’ultima pagina.

Siamo a San Pietroburgo, nel 1854, e il tenente Georges Stroganov, incentivato dalla buona retribuzione e dalla improvvisa possibilità di carriera, accetta l’incarico affidatogli dallo zar Nicola, succeduto al fanatico Alessandro Romanov, deceduto in circostanze poco chiare, di subentrare come console in un exclave russo in terra prussiana, a chi lo aveva preceduto nell’identico ruolo, l’ex console Ljapa, morto in circostanze inquietanti e misteriose. A Cypel Coszalin, il tenente Stroganov trova un ambiente stanco e immobile, sempre identico a se stesso ma sospettoso e non privo di segreti legati alla forte ortodossia. Il neo console, persuaso di dover far rapporto sulla vita del luogo e sulla nebulosa morte di Ljapa, si imbatterà progressivamente in un contesto ai limiti del cieco fanatismo religioso, in un luogo dove il peccato e la conseguente redenzione sono solo il pretesto per dar sfogo a frustrazioni personali e interessi di potere che spingono verso una pericolosa restaurazione. Troverà, inatteso, anche l’amore, ed è proprio questo improvviso sentimento che metterà a rischio anche la sua stessa vita.

Come d’evidenza, molta la carne al fuoco in questo coraggioso romanzo d’esordio. Coraggioso, in primis, perché recuperare un siffatto contesto storico e investirlo di riflessioni sulla morte, sull’amore, sul potere e la religione sarebbe – e comunque resta – impresa complicata anche per letterati più esperti e smaliziati di Zonno, che restituisce attraverso la sua prosa – anche quando ci descrive una morte terrificante, quella di Ljapa – un inatteso candore descrittivo, se così lo si può definire, assolutamente scevro da qualsivoglia pretesa intellettualistica ed estetizzante. E ciò è un bene, nella fattispecie, perché Non è un vento amico ha sì il limite della breve durata, visti gli argomenti in campo, ma se fosse stato sovraccaricato da improbabili digressioni filosofico-esistenziali o da dissertazioni teologiche, sarebbe stato indubbiamente difficile da digerire e avrebbe perso facilmente il filo di una storia che Zonno dirige al suo naturale – e per certi versi prevedibile, ma non in senso dispregiativo- approdo con buona padronanza del mestiere. Essendo il suo primo vero romanzo, e considerando la difficile materia trattata, non è un merito da poco. Si sente che l’autore vive di contaminazioni, proprie evidentemente delle sue esperienze artistiche precedenti, e le percepibili influenze letterarie, detto dell’epoca d’oro russa, sono perlopiù suggestioni che lo scrittore brindisino interiorizza, a parere di chi vi parla, del tutto o quasi inconsapevolmente. C’è, a questo proposito, l’Eco de Il nome della rosa (la punizione fatta credere come divina, ma in realtà perpetrata dall’uomo, per il presunto peccato), e c’è, in maniera ancora più sottile e marginale ma comunque significativa, il Buzzati de Il deserto dei tartari (un luogo fuori dal mondo e dal tempo, dove i gesti sono reiterati e le consuetudini sempre identiche a se stesse). Di là dalle più o meno riconoscibili suggestioni che sembrano scorgersi in questo libro, Non è un vento amico ha una narrazione totalmente estranea al genere, perché non è il classico romanzo storico, né un’opera sui grandi sentimenti, seppur la seconda parte veda un protagonista mosso da un amore totalizzante al punto da segnarne, in qualche modo, l’esistenza; né tantomeno la sottile trama gialla, necessaria a tener sempre desto l’interesse del lettore, può contribuire a collocarlo in questo filone letterario. Probabilmente, e mi limito a dire probabilmente a ragione veduta non conoscendo direttamente l’autore e non avendo letto altre sue opere, l’impianto di questo romanzo d’esordio rispecchia la personalità di Vincenzo Zonno e, soprattutto, la sua necessità di assecondare una prosa – e un’idea d’arte di fondo – non legata ad alcun vincolo particolare ma al contrario aperta ad ogni possibile contaminazione.

“Raggiunta la propria camera, prese lo stretto indispensabile, poi si fermò un attimo davanti alla stanza di Lidija e poggiò una mano sul pomello della porta. Rimase lì fermo, giusto il tempo di rendersi conto che una parte di sé era morta assieme a lei. Riprese la sua corsa scaraventando a terra tutto ciò che gli si parava dinanzi. In pochi minuti era già a cavallo, lanciato verso oriente. I rintocchi delle campane lo inseguirono, suonando questa volta tutte insieme, in un rincorrersi glorioso e disordinato. Una lince lo seguiva a distanza”. (p.217)

Federico Magi, febbraio 2016.

Edizione esaminata e brevi note

Vincenzo Zonno, brindisino, ma bolognese d’adozione. Artista poliedrico, è passato dal rock alla danza, sintetizzando le sue esperienze artistiche in una scrittura indisciplinata che, da un apparente verismo, sfocia in un inaspettato surrealismo. Dopo la sua prima raccolta di racconti Harpo, ha pubblicato altri titoli e Non è un vento amico è il suo primo romanzo.

Vincenzo Zonno, Non è un vento amico, Vocifuoriscena, giugno 2015. Postfazione di Oliviero Canetti.