Greco Amanda

Gente di Berlino

Pubblicato il: 13 novembre 2018

Pochi anni fa, su uno dei quotidiani online per gli italiani residenti a Berlino, veniva ricordato l’incremento della migrazione tra il 1993 e il 1997 e soprattutto il “forte aumento degli arrivi” italiani nella capitale tedesca, in particolare dopo il 2010. I motivi?  Individuati in parte nella crisi economica che ha colpito il nostro paese, in parte perché la città “ha un basso costo della vita, e dunque risulta un posto adatto per studenti e/o neolaureati in cerca di occupazione”. In ogni caso un identikit di migranti generalmente istruiti e con motivazioni nemmeno “tanto diverse da quelle dei precursori”. Fin qui la fredda analisi basata sui numeri. Uno sguardo diverso quello proposto da Amanda Greco che, al suo esordio nella narrativa, mette in scena la vita di una trentenne italiana approdata in quel di Berlino in cerca non soltanto della mera stabilità economica. Così dalla quarta di copertina: “Fuggita dalla realtà del piccolo paese, dal malgoverno, dalla sua stessa inquietudine, la protagonista approda a Berlino e si ritrova a vivere con Theo, amico eccentrico, vegano e gay. Lei, 34 anni, piena d’ansie, legata a una visione logica delle cose, con l’urgenza di ordinare le idee, trovare punti di riferimento stabili […]. I due vivono in un appartamento bohémien, decadente e misterioso, nel quartiere degli artisti, Kreuzberg, che si popola di gente stravagante, atipica, perlopiù attratta dall’energia carismatica di Theo: la Gente di Berlino”.

Una fuga quindi dall’Italia berlusconizzata, dal conformismo soffocante di un paese che non conosce il merito e che tende a punire gli spiriti liberi. Nella capitale tedesca la protagonista di “Gente di Berlino” si ritrova invece circondata da innumerevoli personaggi fantasiosi, girovaghi ed emancipati – spesso anche molto confusi – giovani, difficilmente classificabili. Un impatto spiazzante, soprattutto per chi è abituato al quieto tran tran della provincia italiana, e che la presenza dell’amico Theo, contraddittorio e bizzoso, amplifica a dismisura.

Gli innumerevoli e bizzarri incontri presenti nel romanzo mostrano quella che possiamo definire a pieno titolo una “realtà bohémien e multiculturale”: non soltanto giovani e meno giovani immigrati da ogni dove, ma un vivere secondo regole alternative – ammesso che in certi contesti si possa parlare di regole –  e non sempre ben decifrabili. Nello stesso tempo una certa idea di compostezza, connaturata all’anima tedesca, non viene del tutto meno, semmai viene ridefinita. Lo stesso anticonformismo dei nativi “real- berliner” sembra convivere con qualcosa di antico, anche all’interno di uno dei locali più di tendenza: “I Berliner arrivavano più seri, meno colorati, la postura fiera, la camminata decisa, forse più drogati, eppure più contenuti. Non ballavano, loro, vibravano al ritmo della musica techno con movimenti minimali” (pp.103).

Lo sguardo attento della giovane italiana, aspirante “berliner”, non deve però far pensare ad un susseguirsi di seriose considerazioni sociologiche. Il racconto della vita berlinese nel quartiere di Kreuzbrerg riserva, di pagina in pagina, perenni sorprese proprio grazie alla presenza di “intellettualoidi eccentrici” (pp.231) e di altri stravaganti personaggi alle prese con improbabili esperimenti lavorativi e molto più concrete esperienze erotico-sentimentali. Concrete ed anche molto fluide, viste le complicazioni dei “poliamory”, di amici e conoscenti con qualche problema a definirsi gay od eterosessuali.

È vero che la protagonista, ben intenzionata ad emanciparsi dal peso del provincialismo italico, non nasconde le proprie malinconie, è spesso consapevole che la genialità di molti aspiranti “berliner” – ben foraggiati dal sistema assistenziale tedesco –  si accompagna a forti dosi di inconcludenza; ma il disagio e il sentirsi estranei ad un ambiente bohémien all’ennesima potenza  (“ma la minoranza a cui sentivo di appartenere  io era quella più amara di tutte, perché mi pareva che il solo elemento che la costituisse fossi io stessa” – pp. 202) non si tramuta in un racconto pieno di cupezza; tutt’altro. È altrettanto vero che qualche critico potrebbe avere da ridire sulla lunghezza di un romanzo – quasi trecento pagine –  in gran parte incentrato su personaggi bizzarri e difficilmente catalogabili, ma lo stile è fluido, confidenziale, i caratteri dei protagonisti sono ben delineati, il bozzettismo in gran parte evitato; e lo sguardo stupefatto della giovane italiana di fronte “all’energia sanguigna […] che attraversa la città” (pp.91), di fronte alle follie e alle stravaganze della “gente di Berlino”,  si arricchisce di un indiscutibile umorismo.

Al termine del racconto poi il lettore potrà scoprire se Amanda Greco ha scritto una vera e propria biografia oppure se “Gente di Berlino” rappresenta semmai un insieme di episodi conosciuti, plausibili, ma non personalmente vissuti dalla scrittrice. Di sicuro un esordio di tutto rispetto, apprezzabile, che ci fa pensare quanto Berlino possa davvero rappresentare il luogo ideale per chi voglia raccontare (e vivere) le opportunità e le complicazioni del multiculturalismo.

Edizione esaminata e brevi note

Amanda Greco, scrittrice italiana. Nata in un piccolo paese del centro Italia, già all’età di diciassette anni inizia a dedicarsi alla scrittura, lavorando come articolista e correttore di bozze per alcune testate giornalistiche locali. Laureata in sociologia, appassionata di arti visive, grazie ad un Master in illustrazione ha lavorato come creativa presso un’agenzia grafica. Nel 2011 si è trasferita a Berlino.

Amanda Greco, “Gente di Berlino”, Ouverture Edizioni (collana “Altrimondi”), Scarlino 2018, pp. 290.

Luca Menichetti.  Lankenauta, novembre 2018