Ricapito Francesco

Reportage dalla Georgia (Sakartvelo) – Parte 5

Pubblicato il: 15 luglio 2015

Mappa GeorgiaBaku, lunedì 9 marzo 2015

L’appuntamento con il tassista è alle dieci davanti all’ostello. Io e Luca ci alziamo un’ora prima e insieme a noi si sveglia pure l’australiano pazzo, che con voce alta e impastata esclama: “Dovrei smetterla di bere!” In effetti anche noi accusiamo un leggero mal di testa frutto della serata precedente. Giù nella sala comune troviamo Joseph e Bob che fanno colazione freschi e pimpanti. Ennesima dimostrazione della mia teoria che gli anglo-sassoni sono più allenati alle serate alcoliche e che quindi accusano meno i postumi. Bob si sta facendo un toast con una sostanza semi solida e dal colore marrone scuro. Si tratta del vegemite, unanimemente riconosciuto come cibo nazionale e icona culturale australiana: in pratica è un estratto di lievito di birra dal sapore salato e molto ricco di vitamina B, largamente consumato in Australia e Nuova Zelanda. Avevo già avuto modo di assaggiarlo durante il mio Erasmus in Inghilterra. Con un certo spirito di orgoglio nazionale Bob insiste per farlo assaggiare a me e Luca e così ci fa un toast con una base di burro e un sottile strato di vegemite. Il sapore è effettivamente abbastanza salato, ma a parte questo non ha molto altro. Non è che sia cattivo, semplicemente non ha un sapore che s’imprime nella memoria. Bob ci racconta che dovunque vada porta sempre con sé un vasetto di vegemite per fare colazione, mi viene da pensare che noi italiani dovremmo fare lo stesso con la Nutella. Alle dieci precise usciamo e troviamo ad aspettarci il nostro tassista con una grande monovolume: la stazza possente dell’uomo fa sembrare la grossa automobile una normale berlina. Il nostro avrà circa sessant’anni, è alto almeno un metro e ottantacinque, i pochi capelli bianchi che gli restano sono posizionati ai lati della testa, porta baffi bianchi, che bilanciano molto bene un naso decisamente importante. Doveva essere di costituzione molto robusta già prima di prendere peso e questa combinazione ne fa una figura imponente e leggermente intimidatoria. Non sembra una cattiva persona, ma di certo è meglio non contraddirlo. Saliamo in macchina e partiamo, noto con stupore che la pancia gli arriva fino a volante, lasciandogli a malapena lo spazio necessario per muoverlo. Usciamo da Tbilisi e ci immergiamo nell’ormai familiare paesaggio collinare georgiano. Dpo circa venti minuti ci fermiamo per fare rifornimento, ho così modo di confermare un’osservazione dei giorni precedenti. Molte automobili in Georgia funzionano a gas e per questo ci sono molte stazioni di servizio dotate di pompe per il gas. È curioso dal momento che per la Georgia passa il principale oleodotto che trasporta il petrolio azerbaigiano in Europa. L’autista ci fa segno di scendere mentre il gas viene iniettato nel serbatoio.

Ne approfitto per fare qualche foto al paesaggio circostante, formato da una larga e verde pianura attorno alla quale si vedono in lontananza le colline. Per un’altra oretta restiamo sulla strada principale, entrando così nella regione del Kakheti o Cachezia, la più orientale delle regioni georgiane e quella con la maggiore produzione vinicola. A riguardo, la guida turistica della Lonely Planet è molto esplicita e afferma: “Quasi dovunque si vada può capitare di essere invitati a bere un bicchiere di vino, quindi è molto facile ritrovarsi a girare in uno stato semipermanente di lieve ebbrezza”. Quando usciamo dalla strada principale cominciamo ad inoltrarci in mezzo alle colline. I segni di presenza umana si fanno sempre più rari, così come gli alberi. In effetti vediamo solo verdeggianti colline dalle forme sinuose ed eleganti. Un paesaggio che potremmo definire desertico e che non ci si aspetta di trovare in un paese piccolo come la Georgia. La strada si restringe ma nonostante le numerose asperità dell’asfalto, resta in condizioni accettabili. Quando arriviamo sulla cima di una delle colline più alte ci fermiamo per qualche foto e abbiamo così modo di respirare un fresco vento che ci porta gli odori dell’erba che ci circonda. Sparpagliati qua e là ci sono grandi greggi di pecore, sempre accompagnati dal pastore e dai poco amichevoli cani . Poco prima di arrivare passiamo per lo sperduto villaggio di Udabno, il quale, forse a causa della luce grigia che filtra dal cielo coperto dalle nuvole, ci dà l’impressione di essere abbastanza triste e depresso. Non ci sono molte case e quelle che ci sono, spesso appaiono vecchie o addirittura abbandonate. Da qui la strada sale lungo il crinale di una serie di colline ed è qui che si trova il complesso monastico di Davit Gareja. Per essere più precisi, con il termine Davit Gareja si intende tutto il territorio circostante dove sono situati circa quindici antichi monasteri, tra cui i più famosi sono quelli di Lavra e di Udabno dove ci troviamo. Quello di Lavra è attualmente l’unico ad essere ancora abitato e fu pure il primo ad essere fondato da Davit Gareja, un monaco siriano che nel VI secolo arrivò in Georgia per diffondere il cristianesimo. I monaci si dedicavano principalmente alla meditazione e alla traduzione o trascrizione di manoscritti. Tutti i monasteri della zona vennero distrutti dai mongoli nel 1265, ma vennero poi ricostruiti nel XIV secolo. I monaci subirono un altro duro colpo quando lo scià Abbas ordinò ai suoi uomini di sterminarli tutti, un massacro a cui si accompagnò la distruzione di una buona parte del patrimonio artistico e culturale dei monasteri. Nemmeno i sovietici erano famosi per il loro fervore religioso e quindi non sorprende che usassero questa regione per esercitazioni militari. I monasteri caddero in abbandono, ma dopo l’indipendenza alcuni, come quello di Lavra, vennero restaurati e oggi sono di nuovo abitati. L’autista ci lascia ad un centinaio di metri dall’entrata. Come detto il monastero si trova in una posizione rialzata e quindi da dove siamo abbiamo una bellissima vista sui territori circostanti. In molti punti le colline sono spoglie e lasciano intravedere i loro differenti strati rocciosi, una caratteristica che dona un’atmosfera quasi lunare a tutto il paesaggio. Qualche scalino scavato in una roccia particolarmente liscia porta all’ingresso del complesso: una porta di pietra sovrastata da alcuni bassorilievi e da elegantissime iscrizioni in georgiano, che sono talmente strane da ricordare iscrizioni aliene che si vedono spesso nei film di fantascienza.

Superato l’ingresso si arriva ad una sorta di balcone che dà su un cortile interno, situato qualche metro più in basso. Solo su un lato il cortile presenta un’uscita che si trova alla stessa altezza. Sugli altri tre lati alcune scale portano in una posizione più elevata e, in particolare, sul lato opposto a quello dove ci troviamo ci sono le celle dei monaci, che sono tutte state scavate dentro un curioso costone di roccia che sale lungo la collina. Un sentiero che inizia dal cortile porta alle varie celle, le cui porte sono incassate nella roccia e sembrano quasi irreali. La particolarità e il fascino del luogo sono veramente incredibili e camminare in silenzio attraverso il cortile o per le piccole stanze non abitate dai monaci dà modo di respirare un’atmosfera antica.

Con calma passeggiamo per il monastero apprezzandone il silenzio. Notiamo poi un sentiero che esce dalle mura e porta verso la cima delle colline. Sappiamo che da quelle parti dovrebbe esserci un altro monastero, quello di Udabno e quindi c’incamminiamo. Cominciamo a seguire una sorta di basso parapetto di ferro arrugginito che assomiglia molto alla base per una teleferica a monorotaia.

 

Non fa caldissimo e il cielo è coperto da molte nubi, ma la salita ci fa comunque sudare. Quando arriviamo in cima al crinale ci troviamo davanti una grande pianura tagliata in due da una recinzione metallica molto alta. Capiamo subito che si tratta del confine tra la Georgia e l’Azerbaigian. La recinzione si snoda sinuosa lungo tutta la vallata e in lontananza, nel lato georgiano, vediamo pure quella che sembra una piccola base militare. Restiamo qualche minuto a guardare affascinati questo confine, ad un certo punto sentiamo un rumore come di mitragliatrice provenire dalla direzione della base militare. Probabilmente sono in corso delle esercitazioni. Camminando lungo il crinale vediamo alcune delle grotte che formano il complesso monastico di Udabno. Incontriamo pure un paio di piccole costruzioni in mattoni, sfortunatamente chiuse, così non possiamo ammirarne gli affreschi. Arriviamo ad una piccola chiesa che si trova su quello che sembra essere il punto più alto del crinale e poi il vento, piuttosto insistente, ci convince a prendere il sentiero che parte da dietro la chiesa e che porta giù fino al monastero di Lavra. Passiamo tra una vegetazione di alberi bassi e ancora spogli e di erba insolitamente verde per questa stagione. Lungo la discesa vediamo un’intera porzione della collina dove la roccia è scoperta ed è stata scavata dai monaci per creare canalette e scalini: un rudimentale sistema d’irrigazione per l’acqua piovana e infatti verso la fine del sentiero vediamo qualche piccolo orticello.

La visita ormai è conclusa e siamo d’accordo sul fatto che ci piacerebbe pranzare. Torniamo dal nostro massiccio guidatore e Luca in russo gli chiede se sulla via del ritorno possiamo fermarci in qualche ristorante per mangiare qualcosa di tipico. Pure lui sembra contento dell’idea e ci dice che sa dove portarci. Iniziamo così il viaggio di ritorno, ripercorriamo esattamente la stessa strada, ma questa volta siamo tutti più stanchi e quindi ci assopiamo, pure io che di solito non riesco mai a dormire in macchina. Quando l’autista ci sveglia siamo già usciti dalla zona desolata dei monasteri e ci troviamo sulla strada principale che porta a Tbilisi. Ci ha portato in una tavola calda lungo la strada. Come ho spesso visto anche in Azerbaigian il ristorante è organizzato in piccole casette di legno dentro alle quali si trova un tavolo sufficiente per almeno otto persone. Ci sediamo e con l’aiuto di Luca ordiniamo alcuni tipi di carne arrosto, accompagnata da patate e salse varie. Di sua spontanea iniziativa l’autista ci ordina una caraffa di vino bianco. Il vino è la prima cosa che arriva e, sempre con un piglio che non sembra accettare repliche, l’autista ci riempie i bicchieri e propone il primo brindisi. Il vino è abbastanza leggero ma a dire il vero non è un granchè, era molto meglio quello rosso che io e Luca avevamo comprato qualche giorno prima. Prima che arrivi il pane l’autista ci ha già fatto fare altri due brindisi e ogni volta che vede uno di noi con il bicchiere vuoto si affretta a riempirlo. Joseph comincia a prendere la cosa come una questione personale e sono sicuro che, se non fosse per il fatto che l’altro deve ancora guidare fino a Tbilisi, proporrebbe una gara di resistenza all’autista. Insieme ad una seconda caraffa di vino arrivano pure delle patate arrosto con un’ottima salsa a base di pomodoro, seguita poi da della carne arrosto veramente molto saporita e condita con spezie che però non riesco a riconoscere. Il tutto è accompagnato con cipolle fresche tagliate a pezzetti. Con l’aiuto del vino il cibo sparisce rapidamente dalla tavola e ci ritroviamo così tutti sazi e soddisfatti, mentre pigramente svuotiamo quella che è la terza caraffa di vino. Paghiamo un prezzo più che accettabile e in preda ad un abbiocco micidiale (in inglese scopro che si dice “food coma”) arranchiamo fino alla macchina. In meno di un’ora siamo di nuovo a Tbilisi. Paghiamo il dovuto all’autista e ci facciamo una doverosa selfie con lui.

Non è tardi , sono circa le sedici, ma con un tacito accordo decidiamo di avere tutti bisogno di distenderci per almeno un’oretta. Io e Luca dobbiamo cambiare camera perché la nostra era stata prenotata e andiamo in quella dove ci sono Joseph e Bob. Purtroppo con noi viene pure il pazzo australiano. Nella nuova camera conosciamo Sean, pure lui un inglese, in viaggio da Baku a Batumi, una città georgiana sulla costa del Mar Nero. Dopo aver recuperato le forze è ormai ora di cena. Come la sera precedente le due ragazze che lavorano nell’ostello ci propongono un buon posto dove andare, Nino, che è libera, decide di venire con noi e così andiamo in questo piccolo ristorantino tipico, che sembra essere stato ricavato da una vecchia cantina. Io e Luca ormai siamo assuefatti a khachapuri e khinkali e decidiamo così di provare una specie di carne stufata che ci viene servita ancora sfrigolante in un piatto di terracotta rovente. Sembra essere condita con verdure e spezie ed è molto saporita. Naturalmente anche stavolta non manca il vino. Con noi è venuto pure un ragazzo americano che vive in Georgia da un paio d’anni e si mantiene insegnando inglese. Chiacchiero un po’ con lui per conoscere la sua storia, mi racconta che si è innamorato della Georgia fin dal suo primo viaggio qui e allora ha deciso di restarci. Rimango sempre affascinato dalle storie di persone che finiscono per vivere in luoghi completamente diversi da quelli delle loro origini. Finita la cena siamo tutti sazi come pitoni e usciamo per fare due passi in centro. Siccome è domenica non ci sono molte possibilità di andare in qualche pub e così il gruppo anglofono (i due inglesi, i due australiani e l’americano) decide di procacciare qualcosa da bere da portare in ostello. Gli anglofoni non sono certo famosi per i loro gusti raffinati e così Sean se ne esce dal supermercato con una tanica di plastica da cinque litri di vino rosso dall’aspetto poco promettente. Io e Luca siamo siamo già abbastanza provati dalle perfomance alcoliche degli ultimi giorni, ma questa è la nostra ultima sera e sappiamo già che è difficile rifiutare in Georgia. Torniamo tutti in ostello dove troviamo pure un gruppo di polacchi arrivato nel pomeriggio. Ci sediamo sui divani o per terra e assaggiamo il vino, che sfortunatamente è migliore di quel che pensassi. Del gruppo polacco, tre si aggiungono a noi, un ragazzo e due ragazze. Le ragazze si siedono vicino a me e così comincio a chiacchierare. Scopro che nell’Europa dell’Est la Georgia è considerata una destinazione piuttosto comune soprattutto per sciare. I voli per arrivarci infatti sono ragionevolmente economici e pure sciare costa molto meno che in Italia, in Francia o in Svizzera. Una delle due ragazze, assai carina, man mano che parliamo mi si avvicina sempre più guardandomi con un mezzo sorriso, ma io sono talmente stanco e insonnolito che non ho nemmeno la forza per pensare di flirtarci. Intorno a me la compagnia sembra tutta piuttosto provata, anche la tanica di vino ormai è quasi del tutto vuota. Pure Luca è nel mio stesso stato e così salutiamo tutti, compresa la ragazza polacca che sembra un po’ delusa da questa mia decisione. Saliamo in camera e tra pranzo tardivo, cena abbondante e una discreta quantità di vino, non fatichiamo certo ad addormentarci.

Per approfondire:

https://it.wikipedia.org/wiki/Monastero_di_David_Gareia

https://it.wikipedia.org/wiki/Cachezia

Francesco Ricapito Luglio 2015