Ricapito Francesco

Reportage dalla Georgia (Sakartvelo) – Parte 6

Pubblicato il: 28 luglio 2015

Mappa GeorgiaBaku, martedì 10 marzo 2015 – Ci svegliamo intorno alle nove. Oggi è il nostro ultimo giorno in Georgia, per tornare a Baku vogliamo prendere l’autobus che parte alle diciassette da Tbilisi, abbiamo quindi a disposizione tutta la mattinata per fare un ultimo giro della città. Scendiamo a fare colazione e quando risaliamo vediamo che pure Sean, l’inglese arrivato ieri, è sveglio sul suo letto. Notiamo che ha il lato della bocca sporco di rosso, in un primo momento mi sembra sangue e preoccupato gli chiedo cosa gli è successo. Lui appare subito parecchio imbarazzato e farfuglia qualcosa che non capisco bene. Luca sembra invece capire e cerca di confortarlo, io faccio finta di aver capito, ma non appena Sean va in bagno chiedo spiegazioni. A quanto pare il poveretto ha bevuto troppo vino rosso la sera prima, quando è tornato a letto si è sentito male e ha vomitato. Purtroppo siccome era troppo stanco si è pure riaddormentato e naturalmente quando si è svegliato si è ritrovato in condizioni facilmente immaginabili. Provo un misto di disgusto e divertimento e anche di sorpresa perché nella stanza non c’è il minimo odore che faccia intuire l’accaduto. Joseph e Bob sono ancora addormentati, io e Luca usciamo per visitare un paio di attrazioni che abbiamo lasciato per l’ultimo giorno. Prima di tutto ci dirigiamo verso il centro, dove si trova l’abitazione dell’attuale patriarca della chiesa georgiana. Là vicino si trova un’adorabile piazzetta su cui si affaccia una bellissima torre dell’orologio: è stata costruita nel 2011 da un famoso creatore di marionette locale e infatti lì di fianco si trova il museo delle marionette.

La passione del costruttore appare ovvia dalla struttura della torre: è alta una decina di metri e sembra che possa cadere da un momento all’altro, ma si tratta di un effetto chiaramente voluto, è stata fatta mettendo insieme pezzi di altre costruzioni in un ordine che sembra assolutamente casuale. I colori, le innumerevoli componenti, la mancanza di una qualsivoglia regolarità la fanno sembrare uscita da un cartone animato. Personalmente la trovo uno degli edifici più belli e originali che abbia mai visto, Luca sembra pensarla come me e così ce la studiamo con calma da ogni angolazione, anche perché più la si guarda e più si scoprono nuovo dettagli. L’altro luogo che vogliamo visitare si trova poco sotto la città vecchia e si tratta delle rinomate terme di Abanotubani. Queste si trovano tutte sottoterra, ma in superficie è possibile vederne gli affascinanti soffitti in mattoni composti da tante piccole cupole dalle curve eleganti.

Vicino alle terme vediamo un grande palazzo che scopriamo essere l’ambasciata dell’Azerbaigian e non a caso di fianco si trova pure un busto di Heydar Aliyev, padre dell’attuale presidente dell’Azerbaigian e celebrato come padre della patria ed eroe nazionale. Vedere statue, monumenti e gigantografie di Aliyev in Azerbaigian è una delle cose più comuni e dopo quasi una settimana in Georgia ci sembrava ormai strano non vedere più la sua faccia. Vicino alle terme si trovano pure i Bagni Orbeliani, che si differenziano dalle terme per essere in superficie e per la facciata dell’ingresso, decorata con mattonelle azzurre che ricordano chiaramente lo stile centro asiatico. Una volta visitati questi due ultimi luoghi riteniamo conclusa la nostra visita a Tbilisi e cominciamo a tornare verso l’ostello. Prima però facciamo una sosta in un bar per un ultimo khachapuri e poi in un negozietto di souvenir, dove io cedo al mio gusto per l’orrido e compro una tazza con l’effige di Stalin. Tazza che tuttora fa bella mostra di sé come portapenne sulla mia scrivania. In ostello troviamo Joseph e Bob che si sono appena svegliati. In una generale atmosfera di commozione ci salutiamo con reciproche promesse di restare in contatto e poi ci dirigiamo verso l’autostazione. Il nostro autobus per Baku dovrebbe partire sulle diciassette, noi arriviamo con abbondante anticipo ma lo troviamo già sulla piattaforma. I due autisti sono azerbaigiani e già da subito non m’ispirano molta simpatia né molta affidabilità. Questa sensazione si rivela tragicamente vera quando poco prima dell’orario stabilito per la partenza uno dei due ci comunica che non ci sono abbastanza passeggeri per partire. Luca prova a discutere, ma senza tanti risultati. Intorno all’autobus nel frattempo si è formato un capannello di gente che non c’entra nulla e che non capiamo come mai sia là. Ci troviamo così nel mezzo di un’accesa discussione pubblica di cui non capiamo una parola ma che sembra abbia come argomento trovare una soluzione per i pochi passeggeri e pure per le numerose merci che sono state caricate nell’autobus. Ho scoperto infatti che da queste parti quando si deve spedire qualcosa da un posto all’altro spesso le persone semplicemente lo affidano all’autista, il quale all’arrivo troverà il destinatario a cui consegnare il tutto. Nelle due ore precedenti abbiamo avuto modo di osservare che nell’autobus sono stati stipati gli oggetti più disparati: sacchi di patate, giganteschi vasi di verdure sott’olio, borse varie chiuse con lo scotch, un paraurti, ma il migliore è sicuramente quello che penso sia un compressore lungo un metro e mezzo, alto uno e dall’aspetto incredibilmente pesante. Dopo una buona ora di discussione che crea in me e Luca solo un gran mal di testa sembra che si sia trovata una soluzione. Alcuni degli astanti, che cominciamo a pensare siano amici degli autisti, porteranno cose e persone fino al confine con le loro auto. Uno degli autisti ci presenta ad un suo amico: un uomo sulla trentina, abbastanza alto, magro e con una faccia da criminale che mi fa rivalutare i principi della fisiognomica. Insieme ad una ragazza e ad un uomo, anche loro passeggeri dell’autobus, ci sistemiamo nella sua macchina che almeno è spaziosa. Tuttavia prima di partire dobbiamo aspettare che gli altri spostino il carico nelle macchine. Abbiamo così modo di vedere una scena che sarebbe stata perfetta per un film muto degli anni venti, ossia un gruppo di azerbaigiani che cerca di far stare il compressore nel bagagliaio di un’utilitaria.

Si susseguono numerosi tentativi per stivarlo con angolazioni differenti, spesso gli uomini si danno il cambio perché il suddetto compressore non è facile da sollevare e ancor più spesso sorgono animate discussioni su cosa stia andando storto e come si debba agire. A stento tratteniamo le risate e, spinto dall’assurdità della situazione, di nascosto cerco di scattare qualche foto. Uno degli uomini mi vede e mi lancia un’occhiata assassina (che riesco ad immortalare nella foto), che mi convince a mettere via la macchina fotografica. Alla fine il compressore riesce ad entrare nel bagagliaio con somma gioia degli astanti e così, dopo aver caricato il resto delle merci, finalmente partiamo. Il nostro autista dalla faccia criminale entra in macchina, parte a razzo verso il confine e noi finalmente ci rilassiamo. Ma le sorprese non sono ancora finite. Mentre stiamo attraversando un piccolo centro abitato, l’autista comincia ad armeggiare con qualcosa che si trova sotto il suo sedile e poi chiede al passeggero di fianco a lui di dargli il sacchetto di plastica che si trova nel vano della portiera. Appoggiatosi il sacchetto sulle gambe, tira fuori da sotto il sedile una pistola, sì una pistola vera, estrae il caricatore, controlla che sia scarica e poi la infila nel sacchetto. Io sono seduto dietro nel posto centrale e ho modo di vedere tutta la scena, pure Luca, che è seduto di fianco a me vede tutto. Ci guardiamo a vicenda con uno sguardo allibito e io comincio ad immaginare scenari terribili di rapimenti e riscatti a danni di noi poveri turisti europei. Dopo cento metri l’autista accosta, apre il finestrino del passeggero e consegna la pistola ad un ragazzo che avrà al massimo sedici anni, per poi ripartire subito come se niente fosse. Appare chiaro che io e Luca abbiamo appena assistito al primo traffico illegale di armi della nostra vita. Non diciamo una parola per non causare possibili problemi, ma siamo entrambi piuttosto scioccati. In quaranta minuti arriviamo al confine e ci troviamo subito davanti ad una lunga coda di auto e autobus che non sembra avanzare velocemente, anzi non sembra avanzare per niente. Insieme alle altre auto ci fermiamo ad un parcheggio là vicino e ci dicono di aspettare che arrivi il nostro autobus. Per ingannare l’attesa, gli autisti e i loro amici improvvisano un pic-nic a base di panini preparati sul cofano di un’auto, ci fanno segno di raggiungerli ma sia io che Luca non siamo dell’umore giusto e soprattutto non ci piace quella compagnia in generale. Un signora piuttosto anziana, che fa parte del gruppo dei passeggeri, ad un certo punto si arrabbia, prende le sue cose e urlando verso gli autisti quelli che sembrano insulti piuttosto pesanti se ne va a passare il confine a piedi, addirittura sputando per terra prima di andarsene. Un gesto che penso rappresenti il massimo del disprezzo. Poco dopo l’autobus arriva e ricominciano le operazioni di scarico e carico delle varie merci, tra cui naturalmente l’ormai mitico compressore. La ragazza che era in macchina con noi ci fa capire che per far passare il confine all’autobus, tra coda e controlli doganali, potrebbero volerci anche otto ore e se ne va anche lei a passare il confine a piedi. Io e Luca ne discutiamo rapidamente e poi arriviamo alla conclusione che è meglio fare lo stesso. Non volendo rivelare le nostre vere intenzioni ai guidatori diciamo semplicemente che li aspetteremo dall’altra parte del confine. Con gli zaini di nuovo in spalla entriamo nell’edificio dove avvengono i controlli, passiamo senza problemi il confine georgiano, attraversiamo la terra di nessuno e arriviamo al confine azerbaigiano. A questo punto Luca appare leggermente nervoso, nel suo passaporto infatti ha un visto armeno risalente a qualche anno prima quando era andato là in gita con la sua classe di liceo. L’Azerbaigian e l’Armenia sono attualmente in guerra per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh, che è sotto illegale occupazione armena dal 1994. Al momento il conflitto è stato “congelato” con un accordo di cessate il fuoco, ma il confine tra i due paesi è militarizzato e spesso ci sono scaramucce e sparatorie tra le due fazioni. Entrare in Azerbaigian con un visto o un timbro armeno sul passaporto non è illegale, tuttavia può essere fonte di problemi e di domande ai controlli di confine. In questo caso poi il visto di Luca è anche stampato male e sembra effettivamente fatto a mano o falsificato. Arrivati al controllo passaporti io riesco a passare senza problemi ma quando mi giro vedo che la guardia che ha il passaporto di Luca lo sta osservando attentamente con l’aria di uno che ha finalmente trovato quello che stava cercando da tempo. Ad un certo punto esce dalla sua cabina e va da un suo superiore là vicino, il quale comincia a fare telefonate e addirittura si mette ad analizzare il visto armeno con una lente d’ingrandimento. Luca nel frattempo mantiene un’apparente calma tradita solo da un colorito piuttosto pallido. Dopo dieci minuti di ansia la guardia torna al suo posto e quasi controvoglia appone un timbro sul passaporto e lo ridà a Luca che finalmente mi raggiunge. Dopo tutto quello che abbiamo passato quel pomeriggio non ci sembra nemmeno vero di aver finalmente passato il confine.

Fuori dall’edificio troviamo un numero incredibile di taxi e autobus pronti a caricare passeggeri per Baku. Troviamo un autobus che parte entro mezz’ora, paghiamo gli otto euro del biglietto e, quando saliamo, ritroviamo la stessa ragazza che era in macchina con noi prima. Il viaggio fino a Baku si svolge senza ulteriori problemi. Il fatto che la televisione dell’autobus trasmetta lo stesso spettacolo comico che avevamo visto all’andata mi fa capire che o si tratta dello stesso mezzo, oppure che in quella compagnia di trasporti la varietà di dvd è piuttosto limitata. Come già all’andata dormo poco e male e così quando capita di fare una sosta ne approfitto sempre per uscire a sgranchirmi le gambe. In una di queste pause vengo abbordato da un gruppo di tre ragazzi, passeggeri anche loro, che in un inglese molto basilare mi chiedono da dove vengo e, quando io provo a rispondere sfoggiando le mie scarse competenze della lingua azera, si mostrano molto contenti e cominciano a parlarmi solo in quella lingua. Capisco ben poco di quello che dicono ma loro sembrano divertirsi, uno mi prende una mano e mi offre una manciata di semi di girasole arrostiti, che sono praticamente il principale cibo di strada del paese. Prima di risalire arriva l’immancabile selfie, una caratteristica tipica della cultura giovanile anche in Azerbaigian. Durante la seconda pausa riesco a non farmi importunare dalla gioventù e mentre cammino tra gli altri passeggeri nel parcheggio dell’area di servizio la mia attenzione cade sul fatto che gli uomini locali sputano abitualmente per terra. Mi sono convinto che dev’essere una combinazione di sigarette, praticamente tutti gli uomini fumano, e semi di girasole, i cui gusci vengono immancabilmente sputati per terra. Mentre cammino, almeno ogni trenta secondi sento qualcuno che si schiarisce rumorosamente la gola e ne sputa via il contenuto. Curioso come gesti per noi normali come soffiarsi il naso in pubblico o sbadigliare qui siano considerati maleducati, mentre scaracchiare beatamente per terra sia perfettamente normale. Alle cinque del mattino finalmente arriviamo a Baku, sveglio Luca e stancamente ci dirigiamo verso la metropolitana. Ci salutiamo dandoci appuntamento a qualche ora dopo, alle dieci e mezza infatti abbiamo entrambi una lezione all’università.

Per approfondire:

Abanotubani

Francesco Ricapito luglio 2015