Pansa Giampaolo

La grande bugia

Pubblicato il: 16 dicembre 2006

Potrà sembrare strano, giusto a qualche anima semplice, ma in questo Paese capita che dei casi editoriali su argomenti sicuramente controversi trovino ampio foraggio grazie agli accesi scontri ideali-ideologici tra lettori virtuali.
In altra sede avevo parlato di lettori paragnosti, ma il concetto è lo stesso e, spero, anche intuibile.
Quanti di voi hanno sentito queste frasi: “Io mi sono rifiutato di leggerlo perché…”, “Io non l’ho letto però…”?
Interpretazioni autentiche, scaturite da notizie di seconda, terza, quarta mano che – mi permetto – all’atto della lettura del libro incriminato (azione teoricamente semplice ma più ardua ad avverarsi) potrebbero risultare meno convincenti sia per i fans dell’ultim’ora, forse illusi di trovarsi di fronte ad un testo autenticamente revisionista, sia per gli accaniti demolitori del Pansa storico della Resistenza.
La migliore sintesi di tutte le controversie scaturite dal “Sangue dei Vinti” e da “Prigioniero 1945” (“La grande bugia” ne è il seguito ideale) le offre lo stesso autore nelle due pagine della prefazione:
“Avevo osato raccontare la guerra civile italiana scrivendo non soltanto dei partigiani, come ero solito fare, ma anche dei fascisti. E’ bastata questa scelta, affatto coraggiosa, per suscitare una bufera di accuse… La seconda sorpresa è l’aver potuto condurre un test sul grado di tolleranza della sinistra. In Italia la sinistra non esiste più. Esistono tante sinistre, spesso in contrasto rabbioso tra loro”.
Poi la spiegazione del titolo (sarebbe stato forse meno equivoco titolare “Le grandi bugie”, evitando così di dare l’impressione di coinvolgere nella polemica la Resistenza nel suo complesso).
Pansa, come fosse attratto dallo scontro frontale con i suoi vecchi e nuovi antagonisti, non si preoccupa affatto delle loro scontate reazioni (“prevedo che molti si irriteranno, ma di loro non mi curo”): “nasce da un insieme di reticenze, di omissioni, di piccole menzogne, ripetute molte volte, di distorsioni della verità. Tutto giustificato dal pregiudizio autoritario che la storia di una guerra la possano raccontare solo i vincitori”. Pansa con “La grande bugia” poco aggiunge ai suoi precedenti libri di argomento resistenziale, ma è semmai pretesto per rispondere con nomi e cognomi alle stroncature più acide.
E il giornalista, pur con lo stile brillante che abbiamo imparato a conoscere nel suo “Bestiario”, messo in soffitta il fioretto, lo fa imbracciando la clava, in un serrato dialogo con l’avvocato Emma Cattaneo, contraltare del narratore ed unico personaggio di fantasia presente nel libro (la struttura dell’opera, che  ha poco del saggio, non la rende aliena ad una sezione “Arti”).

La necessità di replicare a chi, arrivando all’insulto e all’accusa di tradimento, aveva demolito la sua opera in nome dell’intoccabilità della Resistenza, al di del suo mai negato valore morale, è forse il limite più evidente della “Grande bugia”, in bilico tra pamphlet duro e puro ed opera di divulgazione storica: un equilibrio irrisolto che rischia di deludere coloro che avevano apprezzato il suo “Sangue dei vinti”.
Argomento delicato, più che mai in Italia, dove fino a pochi anni fa era tabù solo parlare di “guerra civile”, e che rivela un’imbarazzante schizofrenia divisa tra i lettori (o non lettori) politicamente più impegnati e la gran massa di indifferenti, facilmente manipolabili nella loro rivendicata ignoranza della Storia. Una schizofrenia che pare investire la sinistra, o meglio “le” sinistre italiane, come giustamente ricorda qualcuno.
Qualche rapida citazione dal libro chiarirà meglio questo trapasso dal singolare al plurale.
Innanzitutto la rivendicata autonomia di divulgatore, pur non dimenticando mai il suo credo di sinistra e la convinzione che la Resistenza sia stata la scelta giusta (v. pag. 74): ” Lei deve sapere come la penso: un ricercatore, anche un ricercatore dilettante come me, ha diritto di pensarla come gli pare. Ma i suoi lavori dovrebbero essere il più possibile imparziali. E mai annullare o forzare la verità, anche quando non gli piace perché non coincide con le sue opinioni” (pag. 27); “Chi ha paura della verità, in fondo tradisce i valori stessi della Resistenza” (da una lettera all’Anpi da parte del figlio di un partigiano); “a proposito devo dirle che è un vizio tutto italiano stroncare libri che non si sono letti” (pag. 58).
Poi le vere perfidie nel riportare antichi articoli di suoi recenti ed accaniti detrattori (“un vecchio dirigente del Partito Comunista Cinese era solito dire di qualche suo compagno: “Finta sinistra, vera destra. Ecco Kojak – n.d.r Sandro Curzi – era così: una quinta colonna della destra. Che si dava le arie da difensore della Resistenza, mentre faceva di tutto per recarle danno” (pag. 86); “Credo che i vertici dei DS siano assai più avanti della loro base elettorale e dei loro militanti. Ma sono frenati dalla gente che li segue. E sono costretti a muoversi con molta cautela e lentamente” (pag. 109).
Così Aldo Aniasi, il compagno Iso, nel 1991 rievocando le parole di Parri: “Nuovi drammatici episodi di violenza e di criminalità infangano gli ideali della Resistenza….Parri soffriva per quel marasma difficile da arginare. L’estremismo politico, e il mito della rivoluzione mancato, rischiano di riportare a un clima di guerra civile….Molti crimini sono commessi da partigiani della sesta ora. Paghiamo l’errore di non aver impedito che il 25 aprile si ingrossassero le file degli opportunisti, dei doppiogiochisti. La lotta partigiana è stata sorretta da ideali così alti e puri che non possiamo lasciarla infangare da atti che la disonorano” (pag. 62).
Eppure, secondo Pansa a causa di una nuova collocazione politica e di interessi molto contingenti e ben poco nobili, alcuni anni dopo Aniasi non ebbe remore a contraddire le sue stesse parole del 1991.

Dicevo delle “sinistre” al plurale. Miriam Mafai (giornalista di Repubblica e storica compagna di Pajetta): “Se questi fatti sono accertati, e conoscendo Pansa non ne dubito, ritengo sia giusto portarli alla luce. Che nell’immediato dopoguerra ci fosse stata questa sorta di giustizia feroce, era emerso più volte, anche se nessuno aveva indagato fino in fondo. Se ora lo ha fatto un uomo come Pansa, ben venga, non ritengo sia da condannare” (pag. 79).
Fassino: “Nel ricordo dei Cervi non c’era una visione agiografica della Resistenza. Anzi non dimenticare significa anche fare i conti con le pagine tragiche del dopoguerra. Quando la vittoria agognata acceca le ragioni dei vincitori, e i vinti sono più vinti ed indifesi che mai. Non abbiamo chiuso gli occhi e dobbiamo continuare a non chiuderli, per restituire giustizia a quanti furono vittime di episodi di vendetta e di esecuzioni sommarie che solo la tremenda asprezza di quella stagione può spiegare, ma non giustificare. Così come non chiudiamo gli occhi di fronte al dramma delle foibe e dell’esodo degli italiani dall’Istria e dalla Dalmazia, una tragedia troppo a lungo rimossa nella coscienza civica degli italiani” (pag. 106-107).
Furio Colombo: “E’ un libro meritevole di ampia discussione. E noi ce ne siamo occupati e ce ne occuperemo con opinioni pro e contro” (pag. 132).
Dario Fo (“aveva militato nella Repubblica Sociale e pronunciò parole che mi colpirono”): ” Partigiani e fascisti hanno avuto le stesse soluzioni di morte dentro la stessa tragedia” (pag. 132).
Pansa su Paolo Bonacini, esponente della sinistra reggiana, direttore di un’emittente televisiva locale Telereggio: “sempre per bacchettarmi inciampò in un infortunio culturale. Scrisse di preferire ai miei libri quelli di Beppe Fenoglio o “La ragazza di Bube” di Carlo Cassola. Senza sapere che questi due scrittori erano stati messi all’indice dal Pci. E proprio per aver raccontato la guerra civile come non piaceva al partitone rosso di quel tempo” (pag. 112).
Antropologicamente suggestivi i passaggi che rievocano l’incontro con Marco Rizzo, il “pelatone”, e, tra le tante, le furibonde diatribe con Giorgio Bocca (“l’Uomo di Cuneo si è rivelato un mago nel tentativo di far dimenticare le sue continue mutazioni”. Col passare degli anni è diventato un vecchio signore che vuole sempre azzannare e farsi temere. Anche se il suo morso non fa più male”), Claudio Pavone.

Piuttosto eloquente l’indice dei capitoli:
– A chi legge
Prologo
– Emma
Parte prima
– Il maestro di Alba
– La casa sul Penice
Parte seconda
– “Io cittadino di serie B”
– Squadroni della morte
– Il comandante Iso
– Saluti da Cuneo
– Il compagno Kojak
– Papà fascista, figlio comunista
Parte terza
– La quercia debole
– Processo a D’Alema (“il presidente DS ha fatto l’esperienza di sentirsi dare del revisionista, ossia quasi del fascista, dagli ultrà di un antifascismo ringhioso e ottuso. La maledizione dell’ANPI si è abbattuta anche su di lui. Prima era toccata a me. Adesso sono in ottima compagnia. E questo dettaglio, non da poco, mi mette di eccellente umore”)
– La tivù nel Triangolo
– Uomini di marmo
– Il partigiano Ovidio
– Difesa a catenaccio
Parte quarta
– Leggende da sfatare
– Morti misteriose
– L’enigma Acquaviva
– Bello, il 25 aprile!
– Vergogna in piazza
– Il Diavolo revisionista
Parte quinta
– Gli esorcisti
– Il signor Ghigliottina
– Un figlioccio assassino
– Orfano di guerra
Parte sesta
– Uomini e no
– Lo scandalo Porzus
– Linciaggio
– Storie di famiglia
– L’antifascismo autoritario
Parte settima
– I faziosi e gli inerti
– Il maledetto Pisanò
– Contro-storia
– Ricordo di Sylvia e Carlo
– Parola di presidente
In merito alle accuse di “revisionismo” rivolte a Pansa, quasi fosse un novello Faurisson, un sodale dei Saletta e dei Mattogno, non mi pare sia il caso di dilungarsi troppo, visto che peraltro bisognerebbe intendersi proprio sul significato dalla parola, se interpretata come uso politico della Storia e mero strumento di mistificazione, o piuttosto atteggiamento scientifico proprio di ogni storico imparziale che si rispetti, alieno dal voler celare documenti, fatti, forse anche imbarazzanti per la parte politica cui è più vicino ideologicamente. Comunque la si voglia vedere è una realtà che le opere più recenti di Pansa, “La grande bugia” compresa, quelle che hanno voluto svelare le pagine meno nobili della guerra civile, le vendette postume nei confronti dei fascisti o presunti tali, le rese dei conti tra partigiani di diverso colore, occultate tra le pieghe della retorica restitenziale, hanno ricevuto il plauso incondizionato da parte di coloro che di un interessato revisionismo, quello sì intenso come uso politico della storia, non possono dirsi immuni. Perché siamo arrivati a tutto questo? Le tesi di fondo penso siano riconducibili a due.

Da un lato, l’abbiamo ripetuto più volte, quella che imputa ad un Pansa invecchiato male, in vena di protagonismo, un gratuito ed immotivato attacco ai valori fondanti della Resistenza, una pagina della nostra storia, pressoché immacolata, prima e dopo il 25 aprile: le critiche, non certo al valore morale della lotta armata al nazi-fascismo, quanto agli eccessi, alle finalità politiche di molti suoi cantori, alla negazione e alla minimizzazione di una resistenza fatta di cattolici, liberali, azionisti, badogliani, appartenenti all’esercito regio, vengono presentate, e forse da alcuni anche vissute sinceramente, come un’offesa alla memoria di chi ha combattuto dalla parte del giusto e alle radici morali della nostra Repubblica.

Dall’altro lato un diverso atteggiamento, che ha trovato nel tempo concordi anche lettori di una sinistra meno radicale e ideologicamente meno ortodossa, consapevoli che reticenze e silenzio, nel tempo, sarebbero stati solo controproducenti. O forse, piuttosto che di altra opinione, potremmo parlare di un altro modo di porsi nei confronti della ricerca storica e del convivere civile, pur nella condivisione dei valori dell’antifascismo.

Dopo oltre sessant’anni dalla fine della guerra, in presenza di nuove generazioni, smemorate e poco inclini a conoscere il recente passato, mi perdonerete l’ennesima citazione di Indro Montanelli, il più famoso anti-antifascista italiano, già fascista, frondista ed infine condannato a morte dai nazisti: difficile dimenticare i suoi strali polemici, forse non del tutto campati in aria; il giornalista toscano, al quale il monopolio delle celebrazioni resistenziali da parte del PCI stava parecchio sul gozzo, era uso ripetere che, sebbene la lotta al nazifascismo avesse avuto un indiscutibile valore morale piuttosto che militare, vi fossero state delle pagine eroiche da parte di valorosi antifascisti (” pepite d’oro”), peraltro tutta la retorica che ne era conseguita, i riciclaggi tipicamente italiani ad uso di una ben poco nobile propaganda politica, come ad uso di nuove carriere accademiche e nei partiti, prima o poi, complice la superficialità degli italiani, per lo più predisposti a leggere la Storia con lenti rosse o nere, avrebbero provocato una crisi di rigetto.

E a quel punto non ci sarebbe stato molto da meravigliarsi se tesi autenticamente revisioniste, intese come mistificazione della realtà, avessero fatto breccia; tesi sicuramente gradite a coloro che erano e sono in possesso di un curriculum politico tutt’altro che immacolato, in previsione di una ricostruzione del loro imene ideologico.

Per dirla in altri termini: le reticenze, la mancanza di critica ed autocritica, soprattutto se lasciate incancrenire negli anni, prima o poi avrebbero dato la stura ad una speculare falsificazione della Storia.
In questo senso i contenuti controcorrente delle ultime opere di Pansa, almeno rispetto alla storiografia più nota e diffusa, non ne farebbero certo uno strumento per mistificare i valori fondanti della nostra Repubblica; anzi la vera falsificazione trarrebbe nutrimento da quella retorica resistenziale che si dice antifascista e che invece, contraddicendo i principi di cui dice essere interprete, poi nei toni e nei comportamenti di alcuni suoi apologeti, dimostrerebbe uno spirito democratico quanto meno carente.

Qualunque sia la vostra considerazione del Pansa divulgatore storico, opinione, si spera, basata su letture di prima mano e non sul sentito dire, in la “Grande bugia” troverete uno spirito in qualche modo divertito, ma soprattutto estremamente puntiglioso ed incattivito verso coloro che l’autore chiama i “Guardiani del Faro Resistenziale”: rispetto alla “pietra dello scandalo”, l’ormai celebre “Il sangue dei vinti”, meno storia passata e molta più polemica politico culturale nei confronti dei suoi arrabbiati censori.

Se il detto “chi è causa del suo mal pianga sé stesso” sia attribuibile con più coerenza al giornalista scrittore o piuttosto ai suoi accaniti detrattori, sarà affidato tutto alla vostra sensibilità di lettori non virtuali.

“Ci si può ormai ritrovare, superando vecchie laceranti divisioni, nel riconoscimento del significato e del decisivo apporto della Resistenza, pur senza ignorare zone d’ombra, eccessi e aberrazioni”.

(Giorgio Napolitano, primo messaggio da presidente della Repubblica, 15 maggio 2006. Dalla terza di copertina di “La grande bugia”).

Edizione esaminata e brevi note

Giampaolo Pansa,  nato a Casale Monferrato nel 1935, codirettore de L’Espresso.
Per Sperling & Kupfer ha pubblicato romanzi, ha lavorato a La Stampa, al Giorno, al Corriere della Sera, a Panorama, a La Repubblica e a L’Espresso. È inoltre autore di saggi politici e di storia contemporanea: tra i tanti La resistenza in Piemonte; L’esercito di Salò; Ottobre addio. Viaggio tra i comunisti italiani (premio Fregene per la saggistica 1982); Il gladio e l’alloro; Bestiario d’Italia; Il sangue dei vinti; I figli dell’aquila; Sconosciuto 1945.

Giampaolo Pansa, “La grande bugia, Sperling & Kupfer, 2006

Recensione già pubblicata l’11 novembre 2006 su ciao.it e qui parzialmente modificata.

Luca Menichetti. Lankelot.eu, dicembre 2006