Politkovskaja Anna

La Russia di Putin

Pubblicato il: 1 agosto 2015

“La Russia di Putin” è stato definito dalla stessa Anna Politkovskaja come libro “fatto di appunti disordinati” a margine della vita quotidiana post sovietica: la cronaca di avvenimenti che in Occidente sono stati spesso interpretati in maniera distorta, e nel contempo storie di gente comune alle prese con una società civile e politica condizionata da mafiosi e da personaggi spregiudicati oltre ogni limite. Un quadro cupo di ingiustizie, di revanscismi, di violazioni di diritti umani e civili, una sorta di Romanzo Criminale tutt’altro che romanzesco, che la Politkovskaja ha raccontato con grande schiettezza e semplicità: parole incalzanti e soprattutto prive di qualsivoglia riguardo nei confronti delle autorità politiche russe: “un capitalismo sfrenato gestito da cupole mafiose a cui rispondono forze dell’ordine, burocrati corrotti e giudici” (pp.178). Il reportage della giornalista, frutto di osservazioni, viaggi e interviste condotte sul campo, inizia significativamente con dei tremendi episodi avvenuti tra le file dell’esercito russo, descritto sostanzialmente come un carcere a cielo aperto, dove il soldato è in balìa assoluta dei superiori e può essere sottoposto impunemente a incredibili vessazioni e torture. Mentalità che mostra la degenerazione di quella che era stata l’Armata Rossa e che appare ancor più evidente nel racconto di quanto combinato dal colonnello Yuri Budanov, responsabile dello stupro e dell’omicidio della cecena Elza Kungayeva; con tutto il seguito di processi farsa, condizionamenti da parte delle autorità militari e politiche, con un’opinione pubblica favorevole all’assassino e alla repressione generalizzata, i cui effetti sono stati limitati soltanto grazie alle pressioni della diplomazia occidentale e allo sprezzo del pericolo di pochi magistrati coraggiosi. La condanna di Budanov, peraltro molto lieve, ha rappresentato comunque un evento eccezionale, in virtù di tutta una serie di circostanze di politica interna ed internazionale, visto che situazioni del genere, secondo la Politkovskaja, il più delle volte si sono risolte in un nulla di fatto e in una plateale impunità. In questo racconto, costellato di intimidazioni, colpisce la figura della psichiatra di regime Tamara Pecernikova, relatrice della perizia volta a scagionare Budanov (la tesi era quella della temporanea infermità mentale): questa signora, al lavoro da oltre cinquant’anni presso l’Istituto di Psichiatria forense Serbskij di Mosca, in perfetta sintonia con le direttive del Kgb, elaborava diagnosi tali da imprigionare gli oppositori del regime nelle cliniche psichiatriche. Una volta che il Kgb è rinato a nuova vita come FSB, evidentemente i suoi servizi sono stati di nuovo necessari

Partendo poi dalla nomina di Nikolaj Ovčinnikov “a campione della lotta alla mafia”, in una Russia in cui la cosiddetta antimafia è mafiosissima (“i responsabili della lotta al crimine organizzato si comportano esattamente come chi dovrebbero combattere”, pp.173), segue la storia dell’ascesa al potere dell’oligarca mafioso Pavel Fedulev, paradigma dei nuovi ricchi che aspirano, anche grazie ad una magistratura a libro paga e a un sistema statale di cancellazione giudica delle prove, di arricchirsi ancor di più abbandonando le attività più spudoratamente illegali in favore di quelle legali, o almeno apparentemente legali. E poi la strage dei bambini a Beslan e la mattanza del Teatro Dubrovka, con tutto il seguito di depistaggi e di odio e di repressione gratuita nei confronti dell’incolpevole popolazione cecena. A fare da sfondo di avvenimenti che hanno avuto risonanza internazionale le storie di cittadini, di intellettuali e di professionisti alle prese con una vita quotidiana ben diversa da quella degli oligarchi, vuoi vessati per la loro etnia, vuoi, come nel caso del coraggioso e idealista capitano Dikij, perché privi di uno stipendio degno di questo nome.

Tutto questo nella “democrazia guidata” o, per meglio dire, nell’autocrazia neosovietica devastata dalla corruzione e che, una volta archiviata l’era El’cin, falliti i tentativi di lasciarsi definitivamente alle spalle un passato autoritario e a seguito ­ della crisi economica che nel ’98 ha decimato la neonata media borghesia, si è fatta conoscere in maniera spudorata dal momento dell’ascesa al potere di Vladimir Putin: “Fu subito chiaro che un vecchio ceto stava rinascendo a nuova vita: la nomenklatura, l’elite di governo, un anello fortissimo della catena di potere dell’era sovietica che stava marciando sui binari di un’economia a cui aveva saputo adattarsi in un batter d’occhio” (pp.124). Del resto, da quando nell’ex Urss sono iniziate malamente le dismissioni della proprietà statale e trasformate in proprietà privata, appare evidente anche “il motivo per cui la stragrande degli oligarchi viene dalla nomenklatura di partito: erano i più vicini alla torta” (pp.159). E’ in questo contesto di rapacità, dove è prassi comune pagare i tutori dell’ordine, in cui “i principi costituzionali e democratici vengono cinicamente violati senza conseguenze” (pp.197) che emerge Vladimir Putin, descritto come mediocre ex ufficiale del kgb intenzionato a ricostruire una sorta di Unione Sovietica, non soltanto preda di ambizioni imperiali ma profondamente condizionato dalla sua forma mentis cekista di ex agente segreto al servizio di un regime totalitario. E quindi incapace di concepire il dissenso. Il libro è stato pubblicato per la prima volta nel 2005 e la Politkovskaja non ha potuto non rilevare come, in quel periodo, il democratico Occidente abbia accolto con “osanna” la leadership putiniana; “in primo luogo da Silvio Berlusconi, che di Putin si è invaghito e che è il suo paladino in Europa. Ma anche da Blair, Schroeder e Chirac, senza dimenticare Bush junior oltreoceano” (pp.267). Dieci anni dopo è lecito affermare che i nostri leader occidentali, ancora una volta, si sono distinti per miopia e cinismo.

Edizione esaminata e brevi note

Anna Politkovskaja, (1958-2006) corrispondente speciale del giornale moscovita “Novaja gazeta”, nel 2000 ha vinto il Golden Pen dell’Associazione dei giornalisti russi per le sue cronache dal fronte del conflitto ceceno. Nel 2003 le è stato conferito in Danimarca l’Osce Prize per il giornalismo e la democrazia. E’ stata uccisa a Mosca nell’ottobre del 2006. Di lei Adelphi ha pubblicato “Diario russo” (2006) e “Per questo” (2009).

Anna Politkovskaja, “La Russia di Putin”, Adelphi (collana “La collana dei casi”), Milano 2005, pp.293. Traduzione di Claudia Zonghetti

Luca Menichetti. Lankelot, agosto 2015