Ricapito Francesco

Reportage dall’Azerbaigian: Ganja e le Zone del Confine Militarizzato – Parte 3

Pubblicato il: 1 ottobre 2015

Azerbaigian mappa25 marzo 2015 ore 21.53 Hotel Ganja, Ganja

Come nel novanta per cento dei casi nell’Azerbaigian rurale, il taxi è una vecchia Lada dai sedili consumati e scomodi. Il tassista è un uomo abbastanza giovane, non più di trent’anni, di aspetto e corporatura tipicamente azeri: pelle olivastra, capelli neri tagliati corti, lineamenti squadrati e folto monociglio. Inoltre ha dei denti piuttosto storti, gli occhi ravvicinati tra di loro e la tendenza a tenere la bocca aperta anche quando non parla, tutte caratteristiche che non gli danno certo un’espressione facciale che ispiri intelligenza o arguzia. Io possiedo un meccanismo mentale per cui a volte quando conosco una persona, questa mi sta istantaneamente antipatica. Non so spiegare perché questo succeda e non so nemmeno quale sia la causa scatenante di questo sentimento, tuttavia è evidente che si basa solo ed esclusivamente sull’aspetto fisico e che quindi non è che un sentimento prettamente superficiale. Ciò non toglie che raramente questa prima impressione si riveli poi sbagliata. In questo caso succede proprio nei confronti del tassista. Pure Marco non sembra troppo convinto, ma ormai è troppo tardi e così partiamo. La nostra prima destinazione è il villaggio di Chaykand che, secondo l’unica mappa che abbiamo a disposizione, si trova a pochi chilometri dal lago. La nebbia continua a farla da padrona intorno a noi, le strade che percorriamo sono tortuose ma in buone condizioni. Un fatto per niente scontato in Azerbaigian. Incrociamo un paio di camion militari e mi viene in mente che se le strade sono così ben tenute probabilmente è per permettere un più rapido transito dei militari. Passiamo accanto a numerosi ristoranti e sale da tè posizionate nel mezzo della boscaglia. Ne ho visti molti anche nel sud del paese, agli azerbaigiani infatti piace andare a mangiare in mezzo alla natura durante la bella stagione. Ci fermiamo presso un piccolo ristorante, il tassista, che per tutto il tragitto non ha fatto altro che parlare a Marco in un russo molto basilare, ci spiega che è gestito dai suoi genitori e che dopo il giro ci porterà là a pranzare. Noi cerchiamo di rifiutare avendo ben capito che questo tizio non sta facendo l’ospitale per puro spirito di gentilezza (cosa che comunque succede spesso in Azerbaigian e che ci è appena successa con Fikret), ma perché, vedendo che siamo stranieri, sta cercando di spillarci quanti più soldi possibile. Nonostante la nostra resistenza l’uomo non sente ragioni e ci presenta alla madre che, nel vederci, è già di buon umore, probabilmente perché al posto di due persone vede due portafogli con le gambe. Dopo altri venti minuti la strada diventa sterrata e ci conduce su una specie di altopiano verdeggiante. I prati sembrano essere coltivati e ci sono più tralicci dell’elettricità rispetto a quelli che di solito si vedono nelle campagne azerbaigiane. Dopo qualche chilometro arriviamo ad un cartello che segnala l’entrata nel villaggio di Chaykand.

Si tratta di uno dei villaggi più vicini al confine militarizzato e ci sembra giusto immortalare questo nostro risultato. Scendiamo per farci qualche foto e poi ripartiamo. Il villaggio vero e proprio lo raggiungiamo dopo qualche chilometro. Si trova sul fondo di una piccola valle, dove scorre un torrente. Le strade sono tutte sterrate, in giro vediamo più galline che abitanti. Forse perché suggestionati dalla vicinanza a una zona di conflitto, forse per via della nebbia, forse perché, anche se sembriamo tranquilli siamo entrambi preoccupati, sta di fatto che respiriamo un’atmosfera strana nell’aria. Sembra quasi di poter percepire che la zona è pericolosa e che la vita qui non è tranquilla. Anche se non lo diamo a vedere, avvertiamo una sottile, fastidiosa, onnipresente, sensazione di tensione. Ci fermiamo nel centro del paese perché il tassista deve fare alcuni acquisti, compresa la benzina. Nella piccola piazzetta vediamo un gruppetto di giovani (solo uomini naturalmente) che chiacchierano e che ci guardano incuriositi. Scendiamo per sgranchirci le gambe. Evito accuratamente di avvicinarmi agli uomini e di allontanarmi troppo dalla macchina. Scatto qualche foto sperando di non incontrare nessun poliziotto che ci ispezioni le macchine fotografiche, accusandoci poi di spionaggio.

Ho sentito dire che può succedere in queste zone. Il benzinaio del villaggio altro non è che una bottega minuscola dotata di qualche tanica; non c’è una pompa e la benzina viene messa nei serbatoi tramite vecchie bottiglie d’acqua minerale. Il tassista prova a chiederci qualche manat (la valuta azerbaigiana) per la benzina, un trucco già visto e molto comune tra i tassisti di tutto il paese, noi rifiutiamo innervositi. Più passa il tempo e più non vediamo l’ora di liberarci di questo fastidioso individuo. Ripartiamo da Chaykand e il tassista ci porta verso quello che sembra essere l’ultimo posto di blocco militare prima di arrivare al lago, oltre il quale i civili non possono andare. Arriviamo in dieci minuti, passiamo di fianco ad un primo posto di blocco che ha però la sbarra alzata. Il militare di guardia fa un cenno al nostro autista e questo prosegue. Non sembra che ci abbia visti, altrimenti sono abbastanza sicuro che ci avrebbe fermati. Il tassista sembra aver capito che forse sta facendo qualcosa che non è permesso e ci chiede se abbiamo i passaporti e i permessi di soggiorno con noi. Vorrebbe vederli, Marco gli porge i suoi decisamente controvoglia e l’uomo sembra tranquillizzarsi. Nel frattempo ci stiamo avvicinando alla fine della valle, dove vediamo qualche edificio. Dopo una curva particolarmente stretta ci passa di fianco un manipolo di militari che corrono in formazione. La scena sembra svolgersi al rallentatore come in un film. I militari passano molto vicini alla macchina e abbiamo quindi modo di vederli in faccia, rimanendo abbastanza sconvolti nel constatare che non avranno più di vent’anni. In Azerbaigian il servizio militare è obbligatorio per tutti gli uomini per un periodo di un anno e mezzo, che può essere ridotto ad un anno per quelli che si laureano. Ancora poche centinaia di metri e arriviamo agli edifici, qui la strada principale fa una curva di centottanta gradi e torna indietro salendo sull’altro versante della valle. Passiamo davanti ad una strada sterrata bloccata da una sbarra che procede oltre la valle e che porta di sicuro al lago. Il tassista rallenta e ci chiede se vogliamo fermarci a vedere ma noi gli diciamo di tirare dritto. Abbiamo infatti visto che gli unici abitanti di questo piccolo avamposto sono i militari, molti dei quali sono per strada a parlare tra di loro e stanno già guardando la macchina con sospetto. Io mi sento il cuore in gola anche se cerco di mantenere un certo contegno. Anche il tassista ormai è chiaramente nervoso e riparte a tutta velocità. Arrivati ad un punto rialzato, che offre una buona visuale sul complesso di edifici, il tassista si ferma per chiederci se vogliamo guardare meglio. Forse ora che siamo a distanza di sicurezza ha ripreso coraggio. Noi accettiamo e scendiamo. So che non dovrei farlo perché potrei passare dei guai, ma alla fine cedo alla tentazione e scatto una foto degli edifici.

Non si tratta di strutture militari quindi non credo sia una cosa grave, però sono abbastanza convinto che nello spiacevole caso in cui un poliziotto locale la vedesse probabilmente non gli piacerebbe. Il peggio sembra ormai passato ma, quando meno ce lo aspettiamo, passa un camion militare, che per fortuna sembra non badare a noi. O almeno questo è quello che pensiamo finchè dopo un centinaio di metri questo si ferma. Io e Marco ci guardiamo terrorizzati. In fretta rientriamo in macchina e diciamo al tassista di ripartire. Con la coda dell’occhio riesco a vedere che un paio di militari sono scesi dal camion e stanno controllando una ruota. Forse non è per noi che si sono fermati ma sento comunque una fredda goccia di sudore che mi scende lungo la schiena. Lo stress emotivo delle ultime due ore ci ha decisamente provato, vorremmo solo essere riportati a Ganja, ma il tassista ci conduce prima al ristorante dei suoi genitori per il pranzo. Avendo visto la nostra reazione di fronte al camion si è un po’ insospettito e adesso comincia a fare domande a Marco riguardo la nostra visita a Ganja e a cosa facciamo di preciso a Baku. Mi viene il sospetto che costui possa chiamare la polizia e farci venire a prendere perchè ci crede delle spie, ma non sembra così furbo da farlo e poi probabilmente ha capito che in quel caso non verrebbe pagato e in più potrebbe anche passare dei guai. Arriviamo dai suoi genitori che ci fanno sistemare in una piccola saletta con pareti di compensato, ma che almeno è più calda della macchina. Insieme al solito tè ci vengono serviti pomodoro e cetriolo tagliati a pezzi, pane, formaggio di capra fresco e un paio di pezzi di carne alla griglia con spezie. Sono ormai le tre del pomeriggio ma non sono molto affamato, sono ancora nervoso, vorrei solo tornare a Ganja il più presto possibile e lasciarmi dietro il tassista e i suoi genitori. Genitori che dimostrano che la mela non è caduta troppo lontano dall’albero: pur essendo gentili e cordiali danno l’impressione di farlo solo perché sanno che poi potranno farsi pagare il doppio di quanto pagherebbe una persona del posto. Come se non bastasse il cibo non è nemmeno dei più buoni e ci mettono ben mezz’ora per portarcelo. Mentre aspettiamo, in preda alla paranoia mi viene da pensare che in verità abbiano chiamato la polizia e che la lunga attesa sia in verità un modo per tenerci là fino al suo arrivo. Per diminuire la tensione filmo un altro episodio di quelli che ho chiamato “Momento Marco”: dei video di un paio di minuti in cui invito Marco a fare il punto della situazione usando il suo magistrale modo di fare da diplomatico. Sono infatti convinto che se Marco un giorno riuscisse a diventare ambasciatore sarebbe un buon successo per l’immagine dell’Italia all’estero. Al momento di pagare sia il padre che la madre fanno i preziosi dicendo che ultimamente i prezzi si sono alzati, che non ci sono molte provviste, che è difficile farle arrivare fin qui e altre storie simili. Alla fine gli lasciamo venti manat a testa (circa venti euro), un prezzo che può sembrare irrisorio, ma che è decisamente troppo alto per gli standard locali. Risaliamo in macchina e diciamo al tassista di portarci fino alla stazione delle marshrutke di Ganja. Lui però è deciso a spremere la vacca fino in fondo e continua a dirci che se vogliamo andare da qualche altra parte oggi o domani lo dobbiamo assolutamente chiamare. Ci obbliga a salvare il suo numero sul telefono e ci chiede i nostri. Gli lascio il mio ma inverto le ultime due cifre così sono sicuro che non possa richiamarmi. Marco è una persona estremamente paziente e cordiale, ma sembra pure lui sul punto di scoppiare di fronte alle continue insistenze del tassista per sapere i nostri piani per i prossimi giorni. Io mi limito a stare zitto, ma sento crescere il nervosismo e anche la rabbia verso questo fastidioso individuo. Arrivati a Ganja vediamo che non ci sta portando alla stazione delle marshrutke da cui siamo partiti ma ad un’altra. Mi ricordo di aver letto che a Ganja ce ne sono due e una si trova poco fuori città, naturalmente ci sta portando a quella perché è più lontana. Rinunciamo a dirgli che volevamo andare all’altra anche perché fa finta di non sapere dove si trovi. Avevamo già stabilito il prezzo della corsa quando eravamo partiti da Göy Göl e avevamo già aumentato la cifra un paio di volte durante le tappe. Al momento di scendere gli diamo quanto pattuito, ma lui naturalmente vuole di più e si mette addirittura a ridere. Questo è troppo sia per me che per Marco. Prendiamo i nostri zaini e scendiamo, ci allontaniamo dalla stazione camminando lungo la trafficata strada che porta a Ganja mentre il tassista continua ad urlarci dietro qualcosa che non capiamo. Quando finalmente pensiamo di essercene liberati vediamo che sta tornando indietro con la macchina, accosta vicino a noi e ci fa segno che la stazione delle marshrutke è quella dove ci ha portato. Noi per tutta risposta lo ignoriamo e continuiamo a camminare. Lui finalmente sembra capire e riparte. Sia io che Marco abbiamo bisogno di stare qualche minuto con i nostri pensieri per smaltire rabbia e nervosismo. Camminiamo in silenzio lungo la strada statale fino a che non ritorniamo in città. Questo episodio per fortuna è stato solo un caso isolato e non cambia la mia opinione sul popolo azerbaigiano, che nella maggior parte dei casi è estremamente ospitale. Camminando passiamo di fianco ad una gigantesca caserma militare. Le mura che la circondano corrono per diverse centinaia di metri e davanti all’ingresso due soldati fanno la guardia. Dentro riusciamo ad intravedere un carro armato piazzato sopra ad un piedistallo su cui campeggia una scritta che non riusciamo a capire. Percorriamo rapidi il marciapiede opposto cercando di non dare nell’occhio. Alla nostra destra vediamo vari complessi di condomini dall’aspetto piuttosto recente. In genere questo tipo di edifici sono stati costruiti dopo il cessate il fuoco del 1994 per ospitare i cosìddetti IDP: acronimo che in inglese sta per “Internally Displaced People”, ossia i rifugiati interni. Si tratta di persone di etnia azera che vivevano in Karabakh ma che furono espulse quando questo passò sotto il controllo armeno. Secondo le statistiche nazionali gli IDP sono circa 600.000 e sono sparsi su tutto il territorio azerbaigiano. Negli anni il governo ha cercato aiutare queste persone assegnandogli nuovi alloggi e concedendogli privilegi di vario tipo. In questo scenario uniforme qualcosa attira la nostra attenzione: un camion con una piccola cisterna si è appena fermato tra due condomini suonando il clacson. Dopo pochi istanti molte persone escono con taniche di varie misure e vanno a farsele riempire d’acqua alla cisterna. Quello non era il primo camion cisterna che vedevamo a Ganja e ora finalmente ne capiamo l’uso. Evidentemente l’acqua dei rubinetti non è potabile e questo sistema di distribuzione è la migliore alternativa. Nemmeno a Baku è consigliabile bere l’acqua del rubinetto, ma io ho provato un paio di volte e, per quanto non avesse un gran sapore, non ho avuto nessun effetto collaterale. Noi non ce ne rendiamo conto ma il poter aprire il rubinetto di casa e bere è un lusso quantomai raro nel mondo. Dopo una buona mezz’ora a passo sostenuto arriviamo nella piazza principale di Ganja, dove ci aveva portato il taxi questa mattina quando ancora era buio. Stando alle nostre guide non ci sono moltissime opzioni di pernottamento in città e, dopo aver appurato che l’hotel segnalato come il più economico è ormai chiuso, decidiamo che date le circostanze possiamo premiarci con una notte comoda all’Hotel Ganja, il cui imponente edificio sovietico si staglia prepotentemente sulla piazza principale. Una camera doppia ci costa venticinque manat a testa (venticinque euro), inclusa la colazione, ci pare un prezzo ragionevole. La camera è semplice ma pulita, così come il bagno. I corridoi e le scalinate posseggono una certa grandeur sovietica e si vede che si è cercato di creare un ambiente elegante, ma con risultati non proprio eccelsi. Siamo entrambi esausti ma nel frattempo il sole ha vinto la nebbia e ci sono ancora un paio d’ore di luce. Decidiamo di uscire per tornare in alcuni dei luoghi visitati stamattina, in modo da vederli meglio. Questa volta apprezziamo appieno l’originalità della casa di bottiglie e riesco anche a fare un paio di foto, lo stesso vale per la moschea nella piazza principale, i cui minareti gemelli sono effettivamente molto eleganti.

Passiamo anche di fianco ad una delle chiese che oggi sono utilizzate come teatri e noto un dettaglio piuttosto inquietante: un piccolo casottino di fianco alla chiesa che probabilmente funge da magazzino è stato decorato con delle piccole croci di metallo agli angoli, tutte queste però sono state brutalmente piegate evidentemente a mano.

Gli azerbaigiani sono un popolo solitamente aperto e tollerante verso tutte le religioni, ma si vede che in questi territori dove la memoria della guerra è ancora viva la situazione è differente. Terminiamo la nostra passeggiata nel vicino parco pubblico dove si può ammirare l’unico tratto rimasto delle antiche mura. Il bel tempo ha un po’ animato la città e molte persone sono uscite a fare una passeggiata. Numerosi ci guardano con curiosità ma non sembrano per niente ostili. Rientriamo in hotel per una meritata doccia dopo la quale racimoliamo le nostre ultime forze e ci rivestiamo per andare a cercare una cena. Troviamo un posticino dove mangiamo un ottimo kebab, facciamo un rapida passeggiata per la piazza appurando che la sera Ganja è praticamente una città morta e poi ritorniamo in hotel. Dopo aver fatto un altro video della serie “Momento Marco” e aver discusso dei tanti avvenimenti della giornata, spegniamo la luce contenti e anche un po’ orgogliosi di essere arrivati indenni così vicini al confine e di essere tornati indietro senza troppi problemi.

Per approfondire:

https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_del_Nagorno_Karabakhhttps://en.wikipedia.org/wiki/Lake_G%C3%B6yg%C3%B6l

Francesco Ricapito Settembre 2015