Strugatskij Arcadij, Strugatskij Boris

La chiocciola sul pendio

Pubblicato il: 30 Novembre 2019

“Si possono contare sulle dita di una mano coloro che hanno capito appieno l’intenzione degli autori. Eppure, in tutto il romanzo avevamo disseminato degli indizi che potessero aiutare a decodificare la nostra simbologia all’interno della storia” (pp.264). Ed ancora: “Immaginate che, su un certo pianeta, vivano due diverse specie intelligenti. E che queste specie abbiano ingaggiato una lotta per la sopravvivenza, una guerra […] ma è una guerra biologica che, a un osservatore esterno proveniente dalla Terra, può non sembrare affatto una guerra” (pp.254). Così scriveva Boris Strugatskij riguardo “Ulitka na sklone” (1966), romanzo scritto insieme al fratello Arcadij e pubblicato, in Italia, per la prima volta ventitre anni fa nella collana “Urania” col titolo “Il Direttorato”. Opera recuperata dalla Carbonio editore e adesso giustamente arricchita da un importante scritto di uno dei due autori: ovvero il racconto di una genesi complessa ed anche l’interpretazione autentica di un romanzo di cui, almeno in parte, un lettore attento e smaliziato potrà comprendere la natura simbolica e multiforme. “Ulitka na sklone” è infatti costituito da undici capitoli alternativamente intitolati “Perec” e “Kandid” (una prima possibile allusione volterriana) che evidenziano di volta in volta gli sguardi speculari di due personaggi. Il primo vive al cospetto di una misteriosa e letale foresta, ingranaggio indisciplinato di un fantomatico Direttorato, struttura iperburocratica che intende esplorare e assoggettare un mondo incomprensibile e inquietante. Il secondo è invece un biologo che qualche anno prima – o forse molti anni prima – si è smarrito proprio in quella foresta e lì, oltre a parte della memoria, pare aver perso molte delle sue coordinate fatte di normale razionalità umana, circondato da “non morti” e da altre entità indecifrabili.

Due mondi confinanti, apparentemente diversissimi ma popolati da situazioni e personaggi che non trovano apparente riscontro nella logica: “Io vivo, vedo e non capisco; io vivo in un mondo che qualcuno ha immaginato, senza prendersi la briga di spiegarmelo, e non forse non l’ha spiegato neppure a se stesso […] ecco di cosa sono malato – mi struggo per la comprensione” (pp.134).

Perec e Kandid hanno quindi due obiettivi totalmente diversi ma riassumibili nella figura due lumache che pian piano risalgono un pendio e che si dovrebbero venire incontro: se il primo attende l’autorizzazione ad entrare in quella sconcertante foresta ed intanto è vittima di una burocrazia di cui non si riesce a comprendere il senso, il secondo è intenzionato a tornare da dove era venuto – nemmeno possiamo dire alla vita civile – ma una vegetazione e un ambiente dai contorni mostruosi, la presenza di creature che sembrano rusalke (i fratelli Strugatskij così sono tornati, come nel loro “Lunedì inizia sabato”, ad evocare delle figure mitologiche della tradizione slava), la compagnia della moglie Nava, nonché di imperscrutabili e pericolosi nativi probabilmente renderà vano ogni desiderio di fuga. Se nel romanzo, come è stato scritto in occasione della nuova pubblicazione italiana, sono rintracciabili “echi di Saltykov-Scedrin, Swift e Kafka”, è altrettanto vero che la definizione di “romanzo di fantascienza” per “Ulitka na sklone” potrà risultare davvero riduttiva e imprecisa per un’opera così straniante ed enigmatica. Possiamo infatti citare ancora Boris Strugatskij: “Esattamente in quel momento ogni cosa andò al suo posto [ndr: abbandonando l’idea di un Gorbovskij protagonista e di un esplicito pianeta Pandora]. Il racconto cessò di essere fantascienza (supponendo che mai avesse mai potuto esserlo), e diventò semplicemente fantastico, grottesco, simbolico, come preferite. Tutto acquisiva un senso nascosto, ogni scena di riempiva di nuovi contenuti” (pp.262).

In tutta evidenza una parabola “pluridimensionale”, visionaria sul rapporto tra uomo e leggi di natura nonché tra essere umano e disumanità del Potere. Anche in questo caso le legittime ambizioni di Arcadij e di Boris S. di proporre un’opera artisticamente compiuta, esplicitamente polemica e senza riguardi nei confronti dell’idea di potere burocratico, si sono scontrate con la realtà del più lungo totalitarismo novecentesco. È infatti noto che  i fratelli siano stati sempre “osteggiati dalla critica ufficiale sovietica, in cui hanno spesso raffigurato un futuro antiutopico, segnato dal totalitarismo, dalla miseria e dall’ignoranza” (cit. Treccani). Fratelli che evidentemente non sono stati considerati dei dissidenti conclamati ma che negli anni hanno dovuto subire non poche stroncature. Viene da pensare che questa situazione di scrittori osteggiati ma non ufficialmente perseguitati sia derivata da questa loro visione poco ottimistica, incompatibile con il forzato ottimismo promosso da una dittatura politica; e nel contempo che gli Strugatskij  siano stati in qualche modo protetti da un simbolismo che per essere tale non appariva invettiva esplicita e quindi letale per chi la poteva pronunciare. Anche questi sono argomenti di carattere storico-politico che confermano “La chiocciola sul pendio” una lettura “multilivello”, sicuramente complessa, filosofica nel miglior senso del termine, ricca di indizi da scoprire e da interpretare.

Edizione esaminata e brevi note

Arkadij e Boris Strugatskij (1925-1991; 1933-2012) sono i più noti autori di fantascienza russa, con decine di titoli al loro attivo tra cui “È difficile essere un dio e Picnic sul ciglio della strada” (Marcos y Marcos). Tradotti in tutto il mondo, i loro romanzi hanno ispirato film, tra cui “Stalker” del regista Andrej Tarkovskij, e videogame.

Arcadij Strugatskij, Boris Strugatskij, “La chiocciola sul pendio”, Carbonio Editore (collana “Cielo stellato”), Milano 2019, pp. 266. Traduzione di Daniela Liberti.

I fratelli Strugatskij in Lankenauta.

Luca Menichetti. Lankenauta, novembre 2019