Ricapito Francesco

Mamma Vado in Uzbekistan: Parte 9 – Khiva, la Zona Desertica, un Minareto Incompiuto e delle Mura di Fango

Pubblicato il: 13 febbraio 2016

Mappa UzbekistanKhiva, Hotel Xiva Atabek Lunedì 27 aprile 2015 ore 23:40

La sveglia suona presto stamattina, la giornata sarà lunga e abbiamo molti chilometri da percorrere per arrivare a Khiva. Facciamo colazione rapidamente, il tassista è già fuori che ci aspetta. Il nostro mezzo per oggi è un minivan semi-nuovo dotato di sedili comodi e perfino di aria condizionata, il che va aldilà delle nostre più rosee previsioni. Con noi viaggia pure una ragazza uzbeka, è una studentessa di Tashkent che deve andare a Khiva a trovare dei parenti. Partiamo in orario, la ragazza si siede davanti e non sembra voler socializzare, noi ci mettiamo a nostro agio nei sedili dietro. Partiamo senza riuscire a rivedere un’ultima volta la meravigliosa figlia della proprietaria dell’ostello. L’abbiamo conosciuta il giorno del nostro arrivo e da allora è sparita. Le opzioni sono due: o abbiamo tutti avuto un’allucinazione collettiva, oppure la madre usa la figlia come esca per i turisti. La strada che unisce Bukhara a Khiva attraversa una zona desertica e passa di fianco al confine con il Turkmenistan per poi arrivare in una regione chiamata Khorazm, ossia Corasmia. In breve usciamo da Bukhara, il paesaggio per ora è lo stesso che vedevamo dal treno: terreno piatto, vegetazione scarsa e una generale sensazione di aridità. Dopo meno di un’ora ci fermiamo per fare benzina, la stazione di servizio altro non è che una tettoia di lamiera sotto la quale il nostro autista si ferma.

Usciamo per sgranchirci le gambe, non vedo pompe di benzina ma i miei dubbi vengono presto risolti: un giovane in tuta da ginnastica si avvicina all’auto con una tanica di benzina e un imbuto, lo infila nel serbatoio e, prima d’iniziare a versare la benzina, si accende bel bello una sigaretta. Non so se ridere o terrorizzarmi, nel dubbio mi allontano. La strada corre a perdita d’occhio sia a destra che a sinistra, non si vedono veicoli in arrivo, il manto è tutto crepato ma pur sempre in buone condizioni, un vento polveroso mi provoca una fastidiosa sensazione di attrito in gola. Di fianco alla “stazione di servizio” e perpendicolare alla strada principale ne corre una secondaria. Qualcuno per terra ha tracciato una linea bianca e in cirillico ha scritto “start” e “finish” sopra e sotto. Una bella foto da aggiungere alla mia preziosa collezione di immagini curiose collezionate nei paesi che ho visitato.

Ripartiamo. La monotonia del paesaggio, l’assenza di curve e la velocità costante rendono l’esperienza molto onirica, paragonabile alle avventure di Randolph Carter nella terra dei Sogni, narrate da Lovecraft. Tutto sembra meno reale e ci si aspetta di svegliarsi da un momento all’altro. Dopo circa tre ore ci fermiamo per mangiare: il luogo prescelto è un autogrill all’uzbeka: un ristorante sorprendentemente grande e con molti tavoli, anche all’esterno, protetti da tettoie fatte con canne intrecciate. Oltre a noi non ci sono altri clienti. Scegliamo uno dei tavoli rialzati tradizionali davanti all’entrata e ordiniamo dei somsa, i tipici involtini triangolari di pasta sfoglia ripieni di cipolla e carne d’agnello.

 

In lontananza vediamo un impianto industriale piuttosto grande, non a caso la maggior parte dei mezzi che abbiamo incrociato e che vediamo passare sono grossi camion. Un recinto fatto di rami secchi e piccoli paletti delimita la zona del ristorante, oltre a questa ci sono solo arbusti e sabbia. Gli spazi vuoti come sempre mi attirano, sento l’impulso di addentrarmici e di vedere dove finiscono, riesco a resistere, tutto sembra così irreale che ho paura di girarmi e non vedere più il recinto. Rifocillati e ristorati saliamo di nuovo in auto. Il nostro viaggio nel sogno continua a ritmo costante e senza interruzioni, come se non dovessimo mai arrivare, come se non fossimo nemmeno mai partiti e avessimo sempre e solo fatto questo. Basandomi sulla mappa della guida capisco che ci dovremmo trovare nel punto in cui la strada passa di fianco al confine col Turkmenistan. I confini mi affascinano, la consapevolezza di non poter andare oltre ad un certo limite non per impossibilità pratica ma solo per via di una convenzione politica è un qualcosa cui non sono abituato. Noi europei negli ultimi anni abbiamo avuto la fortuna di poter viaggiare liberamente nei paesi vicini senza nemmeno dover avere con noi il passaporto. Si tratta di un fatto più unico che raro nel mondo ed è per questo che le recenti restrizioni sul trattato di Schengen dovrebbe farci riflettere se effettivamente l’Europa stia andando avanti o tornando indietro. Questo confine col Turkmenistan risulta particolarmente interessante perché, pochi lo sanno, ma il Turkmenistan è uno dei paesi più blindati al mondo: per entrarci è necessario richiedere un visto e questo può essere o di transito e quindi della durata di soli cinque giorni, oppure per turismo, che può durare anche fino a due settimane. In questo caso però bisogna acquistare un pacchetto turistico e questo limita molto la possibilità di movimento in quanto si sarà praticamente sempre accompagnati da una guida locale autorizzata. Il governo del Turkmenistan è fortemente autoritario e centralizzato, basti pensare che il precedente Presidente ha fatto costruire nella capitale una statua d’oro che lo raffigura e che ruota su sé stessa per seguire il movimento del sole in modo da averlo sempre di fronte alla statua. In paesi come questo gli stranieri spesso non sono incoraggiati a venire, ma se lo fanno sono trattati con agi e comodità che probabilmente il cittadino medio nemmeno s’immagina. Purtroppo resto deluso e non vedo nessun segno del confine, nemmeno una recinzione o un posto di blocco. In compenso il paesaggio si fa ancora più desertico. Dopo un’altra ora di viaggio giriamo improvvisamente a sinistra e da qui cominciamo a vedere più vegetazione. Dopo un’altra ora percorriamo un grande ponte che passa sopra un fiume: questo segna il confine tra il Karakalpakstan e la Corasmia, due delle regioni dell’Uzbekistan. Il Karakalpakstan in particolare occupa tutta la sezione occidentale del paese e, anche se è una regione autonoma, negli ultimi anni è stata spesso al centro dell’attenzione per via di alcuni movimenti indipendentistici che vorrebbero renderla uno stato a sé stante. I karakalpachi infatti sono una vera e propria etnia con una loro lingua e con le loro tradizioni. Alessandro, il nostro linguista, ci fa notare che le parole “Qara” e “Qalpaq” significano rispettivamente “nero” e “cappello”, considerando quindi che il suffisso –“-stan” significa “terra di”, il risultato è che Karakalpakstan significa ”terra dei cappelli neri”. La Corasmia invece non ha queste pulsioni indipendentiste, da quel che ho capito però si tratta di un territorio colmo di storia, storia di cui io non so proprio nulla. L’unico motivo per cui il nome Corasmia mi suona familiare è perché uno dei videogiochi su cui ho passato la mia adolescenza aveva tra le possibili unità di combattimento anche dei cavalieri corasmi. Dal ponte arriviamo d Urgench, cittadina piuttosto anonima e da cui tra due giorni dovremo prendere il volo di ritorno per Tashkent. Proseguiamo e in mezz’ora arriviamo finalmente a Khiva. Negli ultimi giorni il nome di questa città mi ha dato modo di comporre delle ottime freddure, ecco quindi che gli abitanti della città sono diventati un po’ timidi, gente Skhiva, l’approccio filosofico secondo cui nella vita c’è Khi-va e c’è chi viene, o ancora, qui è nata l’usanza di fermare gli stranieri per chiedere “Khiva là?” Nei fatti Khiva è oggi un gioiellino di città che nonostante il gran numero di turisti si conserva ancora intatta. Secondo la credenza popolare venne fondata da Sem, figlio di Noè, il quale proprio qui scoprì un pozzo d’acqua. Le fonti storiche dicono che di sicuro Khiva esisteva già nel VIII secolo, quando fungeva da stazione commerciale secondaria per la Via della Seta. Sotto Tamerlano Khiva cominciò a prosperare grazie alla merce che poi la rese famosa nei secoli successivi, gli schiavi: questi erano soprattutto membri delle tribù nomadi del vicino Turkmenistan o delle steppe kazake, strappati con la forza ai loro cari e trascinati qui in catene per essere venduti al miglior offerente. Khiva fu per secoli sotto le mire dell’Impero russo, soprattutto dopo lo sterminio di una spedizione di 4000 russi perpetrato dagli abitanti di Khiva grazie ad un abile inganno. Furono tuttavia i persiani a conquistare la città per primi ed è grazie a loro e alla posizione favorevole che Khiva divenne il principale snodo del commercio schiavista di tutta l’Asia Centrale. Finalmente nel 1873 i russi riuscirono a vendicare lo smacco subito e a conquistarla, rendendola un khanato alle loro dipendenze, khanato che venne poi incorporato nella Repubblica Socialista Sovietica dell’Uzbekistan nel 1924. Le mura di fango originali sono integre ancora oggi e circondano tutta la città. L’ostello che abbiamo già prenotato si trova dentro le mura, ci è costato un po’ di più ma vogliamo avere la possibilità di vedere la città anche di sera, quando sembra che sprigioni tutto il suo fascino. Entriamo da una delle quattro porte nelle mura e poco dopo ci fermiamo davanti ad una casa. Il viaggio è durato otto ore e io personalmente mi sento molto intontito. Mettiamo giù gli zaini e ci diamo un quarto d’ora per riprenderci. L’ostello sembra appena restaurato e ha una bella sala comune. Le camere sono pulite e tutto profuma di nuovo. Siamo stanchi ma la voglia di fare una camminata per la città è tanta. Usciamo dall’ostello, poco più avanti vediamo un bambino di forse due anni seduto sul suo vasino di fianco alla porta di casa. Un momento d’intimità condivisa. L’aria del tardo pomeriggio è piacevolmente fresca e porta un profumo di primavera insieme ad un po’ di sabbia. La sensazione di irrealtà e di sogno che aveva caratterizzato il nostro viaggio in macchina lascia il posto ad una maggiore lucidità. Khiva non è molto grande, le sue mura sono lunghe in tutto due chilometri e mezzo e tutti i monumenti principali sono situati all’interno del suo perimetro. Questa concentrazione ha fatto in modo che con il turismo di massa la città si sia piano piano trasformata in una specie “Disneyland”: sempre meno abitanti e sempre più hotel, ostelli, ristoranti e negozi di souvenir. Questo è un pericolo che corrono molte destinazioni turistiche e dal momento che ora ci abito, il primo esempio che mi viene in mente è Venezia, dove da anni il numero di residenti è in continua diminuzione, mentre il numero di strutture di ricezione turistica è in continuo aumento. Arriviamo all’ingresso principale delle mura e vediamo subito i risultati del turismo di massa. Molte comitive passeggiano in ordine sparso per la via principale, dove sono state allestite numerose bancarelle e negozietti di souvenir. Tappeti e cappelli tradizionali sono tra i prodotti più comuni, tra la gente sento pure qualche voce italiana, senza cercare di dare nell’occhio cerco di allontanarmene.

Io critico molto il turismo di massa, tuttavia non mi faccio molti scrupoli ad usarne i vantaggi: abbiamo un’altra notte a disposizione oltre ad oggi, il nostro volo di ritorno da Urgench a Tashkent parte infatti mercoledì nel primo pomeriggio e oggi è lunedì. La nostra idea è di utilizzare questo tempo per fare una gita nel deserto. Prima di partire avevo letto di un campo di yurte (le tradizionali tende tipiche dei popoli nomadi dell’Asia Centrale) situato non troppo lontano da Khiva, vorrei quindi chiedere informazioni all’ufficio turistico. In verità, se avessimo avuto a disposizione un giorno in più avrei tanto voluto spingermi più ad ovest, fino alla città di Nukus, per proseguire poi fino a quello che resta del lago d’Aral. Io non ne sapevo nulla ma il caso del lago d’Aral è uno peggiori disastri ambientali causati dall’uomo di tutta la storia: dal secondo dopoguerra infatti le sue acque vennero utilizzate per irrigare le coltivazioni di cotone delle zone circostanti, questo portò ad un progressivo abbassamento del suo livello che continua ancora oggi e che l’ha portato ad una dimensione che è circa il 10% di quella originale. Questo ha avuto effetti devastanti per la florida economia ittica locale e anche per la salute degli abitanti della regione. Stando alla descrizione della nostra guida la zona sembra essere caratterizzata da una generale sensazione di depressione e da paesaggi post-apocalittici. In breve, il genere di luogo che mi piacerebbe molto visitare. All’ufficio turistico troviamo due giovani donne che molto gentilmente ci fanno vedere alcuni pieghevoli di possibili gite organizzate nei dintorni. Dopo una breve discussione optiamo per la visita di tre antiche fortezze e il pernottamento nel campo delle yurte nel deserto. Partenza prevista per domani nel primo pomeriggio. Prenotata la gita, continuiamo la nostra visita della città. Di fianco all’entrata principale si trova la Kuhna Ark, un complesso fortificato che fungeva da palazzo per i sovrani della città. Da fuori non sembra nulla di eccezionale e decidiamo di evitare l’ingresso a pagamento. Ben più impressionante è il minareto Kalta Minor: la sua costruzione iniziò nel 1851 e il suo ideatore, Mohamed Amin Khan lo avrebbe voluto talmente alto da poter vedere Bukhara. Probabilmente quest’idea non era gradita alla popolazione e alla corte, tant’è che quando il Khan morì, nel 1855, i lavori vennero interrotti e il minareto fu lasciato incompiuto, esattamente com’è oggi. Guardandolo viene da pensare che se fosse stato terminato sarebbe diventato una delle sette meraviglie del mondo: la struttura esterna è decorata da una decina di fasce di tradizionali piastrelle turchesi che gli donano una slanciata eleganza . Cerco di immaginarlo completato e mi convinco che le autorità locali dovrebbero prendere in considerazione la possibilità di concluderlo.

Intorno al minareto sorgono varie moschee e madrase che però ci limitiamo ad ammirare esternamente. In pochi minuti arriviamo alla Madrasa di Islom-Hoja che, insieme al suo minareto, è la costruzione islamica più recente della città, venne infatti costruita nel 1910. Il nome viene da un gran visir che visse in quell’epoca e che era molto amato dal popolo per le sue idee liberali. A causa della sua popolarità venne fatto assassinare dal Khan. Il minareto si nota per la sua altezza, con i suoi 57 metri infatti è il più alto del paese. Lo stile è sempre quello tradizionale: fasce orizzontali di piastrelle turchesi che elegantemente ne slanciano la figura e per il resto mattoni a vista di color sabbia.

 

Una ripida e poco promettente scala entra nel minareto e conduce sulla sommità. Stavolta decidiamo che possiamo pagare il biglietto e saliamo. Gli scalini sono alti e stretti, ma non peggiori di quelli che si possono trovare in molte torri o campanili italiani. Arrivati in cima il panorama è straordinario. I raggi del sole cominciano ad assumere le sfumature rosate del tramonto, le ombre delle moschee e delle madrase si allungano e si sovrappongono creando giochi di luce affascinanti e particolari. Khiva sembra un modellino vista dall’alto e viene voglia di giocarci.

Una volta scesi continuiamo a camminare pigramente per la città senza una meta vera e propria. Usciamo dalla porta principale per osservare la parte esterna delle mura: sono molto massicce e con base piuttosto larga. Rientriamo e seguiamo le mura dal lato interno finché non troviamo un punto da cui possiamo salire. Il camminamento è largo tre metri e, anche se solido, è piuttosto scosceso. Vero che è solido, ma ciò non toglie che sia fatto fondamentalmente di fango, è quindi molto facile da scalfire anche solo con le unghie. C’è veramente da chiedersi com’è possibile che sia ancora in piedi. Da qui abbiamo una bella visuale sui tetti della città. Sotto di noi molti gruppi di bambini giocano a pallone in strada. Sono stregato dal fascino di Khiva, la storia che trasmette, la bellezza che la circonda e l’eleganza che la contraddistingue la rendono uno dei più posti più belli che abbia mai visto.

A tutto ciò va aggiunta la piacevole sensazione di fine viaggio: quando si è quasi arrivati alla meta ma manca ancora un piccolo tratto di strada che si preannuncia emozionante, quando si è convinti, anche se non si è ancora arrivati, che tutto andrà bene per il semplice fatto che così è successo finora. La sensazione di avercela fatta, di aver portato a termine un’altra esperienza che ti ricorderai per sempre e che ti ha dato tanto. Khiva mi dà questa sensazione di arrivo, di meta raggiunta. Non posso stare troppo tempo a filosofeggiare davanti allo spettacolo di Khiva al tramonto, gli altri hanno fame e così scendiamo dalla mura. Usciamo dalla porta orientale della città alla ricerca di uno dei ristoranti consigliati nella guida. Lo troviamo quasi per caso dopo aver chiesto ad un paio di persone. Il locale è piccolino e i clienti sono solo uzbeki. Il menù ha delle pratiche foto delle pietanze e così mi scelgo un inquietante piatto fatto da una sorta di spaghetti di verdure conditi con una salsa a base di yogurt e accompagnati da uno stufato di verdure e carne.

La cena è tranquilla e quando usciamo sentiamo tutti di essere stanchi. Tutto quello che vogliamo sarebbe una doccia e un letto ma ci convinciamo ad andare a prendere una birra in un posto dentro le mura che avevamo adocchiato nel pomeriggio. Qui in un giardino dall’erba insolitamente alta sono stati posizionati una serie di tavoli tradizionali rialzati, uniti tra loro da semplici vialetti di sassi. Comodi cuscini cilindrici rendono i tavoli estremamente invitanti e il fruscio dell’erba che si muove al vento secco del deserto costituisce l’accompagnamento perfetto per una birra in compagnia. Noto diverse tavolate di italiani intorno a noi, ma per fortuna nessuno ci nota. Torniamo in ostello stanchi ma felici, la magia di Khiva non cessa nemmeno di notte, anzi si enfatizza e sembra veramente di trovarsi catapultati in un’altra epoca storica. Domani sarà difficile lasciare questo posto, ma ci aspetta il deserto, e sono sicuro che saprà reggere il confronto con la bella Khiva.

Per approfondire: https://it.wikipedia.org/wiki/Khiva

Francesco Ricapito Febbraio 2016