Ricapito Francesco

Mamma Vado in Uzbekistan: Parte 10 – Khiva, Pesce Fritto, il Deserto del Karakalpakstan, le Fortezze Abbandonate e le Yurte

Pubblicato il: 17 febbraio 2016

Mappa UzbekistanVolo Uzbekistan Airlines Tashkent – Baku Giovedì 30 aprile 2015 ore 13:01

Nonostante le tende tirate davanti alla finestra, i raggi del sole entrano lo stesso nella camera e ci svegliano presto. Facciamo colazione al piano inferiore in compagnia di altri viaggiatori francesi che ci fanno alcune domande su Bukhara e Samarcanda. Stamattina vogliamo finire di esplorare Khiva e poi prepararci per la gita nel deserto. La macchina verrà a prenderci alle quindici. Ieri abbiamo visto i punti focali della città, oggi vogliamo esplorare più a fondo le zone meno conosciute, lo facciamo sempre senza seguire una logica precisa, vaghiamo per le vie e curiosiamo qua e là. Troviamo un’altra madrasa magnificamente decorata: è la madrasa di Mohammed Rakhim Khan, il sovrano di Khiva che nel 1873 si arrese ai russi. Il cortile interno è molto tranquillo e per fortuna ci sono ancora ben pochi turisti.

Lungo il muro esterno notiamo un cammello seduto: apprendiamo dalla nostra guida che si chiama Katya e che in città è praticamente un’istituzione. Proseguiamo oltre la madrasa e ci addentriamo per alcune vie secondarie circondate da alte mura di moschee o madrase. I mattoni delle costruzioni sono a vista e questo, unito alla sinuosità delle linee degli edifici, dona un effetto molto esotico. Seguendo le mura arriviamo alla parte opposta della città, quella più lontana dai monumenti principali e che mi dà l’idea di essere ancora abitata da persone del luogo. Le case sono molto ravvicinate tra di loro, spesso attraversiamo piccole piazze e al centro di una di queste troviamo un bizzarro monumento: è composto da alcuni bastoni sottili messi in piedi e decorati con bandierine colorate. Ricorda quelli che si vedono spesso nei documentari sul Tibet, mi chiedo che cosa rappresenti e perché si trovi là. Alcune abitazioni sono abbandonate e in rovina, la maggior parte però sembra essere abitata, anche se vediamo ben poche persone. Vicino ad una delle porte nelle mura trovo un punto in cui è possibile salire sul camminamento. Non credo che in questa parte sia permesso, ma non ho visto molta polizia in giro e credo di poter rischiare. Gli altri però preferiscono proseguire verso il vicino bazar per fare delle compere. Mi avventuro da solo lungo le mura. Non sembra un luogo molto frequentato, anche se purtroppo non mancano bottiglie e carte abbandonate per terra. Con passo rapido, e con una leggera ansia di essere scoperto, arrivo fino alla porta successiva. Qui trovo altri due monumenti di bandierine molto gradevoli da vedere. Scatto qualche foto e torno indietro, per fortuna nessuno mi vede, o se mi vede non fa caso alla mia persona.

Il bazar si trova subito fuori le mura e non è molto grande, anche se naturalmente è affollato. Come ormai è nostra abitudine riusciamo a trovare il ristorante preferito dai clienti del bazar: anche in questo caso è piuttosto piccolo e dobbiamo sorvolare sulle condizioni igieniche, veniamo però ripagati dagli ottimi sashlik, i tradizionali spiedini di carne arrostita. La curiosità principale è rappresentata dalle bevande: ordiniamo tutti una Coca-Cola, poco dopo il cameriere ritorna con quattro bellissime bottigliette di vetro da 250ml la cui etichetta risale al 1995. Trovandoci noi vicino al retro bottega abbiamo una bella visuale sui forni dove cuociono il pane, costituito da pagnottine che ricordano dei piccoli polipi. Il forno è di quelli cavi, dove il pane ancora crudo viene attaccato alle pareti interne in modo che si cucini. Uno dei camerieri mi vede incuriosito e m’incoraggia a fare una fotografia.

Quando usciamo siamo abbastanza, sazi, anche se io sento ancora un leggero languorino. Con tempismo perfetto passiamo davanti ad un tizio che vende pesce fritto al momento. La friggitrice altro non è che un basso bidone sopra al quale ha posizionato una grande bacinella di metallo. L’olio ha un colorito piuttosto scuro e credo proprio che abbia già dato il meglio di sé. Tutto questo però non basta a fermarmi, supportato da Jan chiedo una porzione. Il signore afferra qualche trancio di un pesce che non riesco bene ad identificare, lo impana e poi lo butta a friggere. Giusto per curiosità chiediamo che pesce sia e lui ci risponde che lo pesca in un fiume qui vicino. Dopo qualche minuto ci consegna le nostre porzioni sopra a fette di pane e dentro a sacchetti di plastica, le salviette dobbiamo chiedergliele. Il pesce ha ancora la pelle e non ha un colore proprio invitante. Il sapore tuttavia non è male, non è buono come quello a cui sono abituato a Venezia, ma di sicuro è superiore ad un bastoncino di quelli surgelati. Spero solo di non stare male nelle prossime ore, non sarebbe divertente dover gestire un’intossicazione alimentare nel mezzo del deserto. Torniamo in ostello per prendere gli zaini, la nostra macchina arriva in orario e così salutiamo la bella Khiva e ci avventuriamo verso il deserto. Riattraversiamo il ponte sul fiume che segna il confine tra Corasmia e Karakalapakstan ed entriamo nella zona chiamata Elliq Qala, ossia Cinquanta Fortezze: questo per via delle numerose rovine di antiche fortezze che la contraddistinguono, alcune delle quali hanno addirittura più di 2000 anni. Attualmente sono venti le fortezze visitabili, ma è probabile che ce ne siano molte altre non ancora scoperte. Il nostro itinerario prevede la visita a tre di queste. Per arrivare alla prima impieghiamo circa un’ora. Il paesaggio dapprima verdeggiante si fa sempre più arido, il terreno sempre più spoglio e le case sempre più rare. La prima fortezza non è molto grande, ma, essendo il paesaggio piuttosto piatto, la si nota anche da lontano. Le mura esterne sono ancora ben conservate, pur presentando cedimenti in diversi punti. La pianta è quadrata e all’interno è possibile vedere le fondamenta di quelle che una volta erano le stanze. Così come le mura di Khiva, la fortezza è fatta di una sorta di fango secco. Solo toccandola si solleva uno strato di polvere che vola via col vento, il mio dubbio è sempre lo stesso: com’è possibile che sia ancora in piedi?

Torniamo alla macchina e per farlo passiamo di fianco ad uno spiazzo nel terreno dove qualcuno ha messo un centinaio di mattoni ad asciugare al sole. Lo spettacolo è molto particolare, non capita spesso di vedere mattoni che si asciugano con questo vecchio metodo. La seconda fortezza non è molto distante, ma è chiaramente più vicina alla zona desertica. Rispetto alla prima è in una posizione più rialzata, su una piccola collina. Dalla descrizione della guida credo che si tratti della Toprak Qala, la quale era un tempo la residenza dei sovrani della Corasmia. Anche se oggi questo è considerato Karakalpakstan, una volta faceva parte della Corasmia. La pianta è chiaramente più estesa e i resti delle mura e delle vecchie stanze sono molto più visibili. In lontananza, verso nord, si vedono montagne di media altezza, tra noi e loro una distesa che va dal bianco al beige chiaro, punteggiata qua e là da qualche macchietta verde. Il luogo è incantevole e per essere una zona desertica non fa nemmeno troppo caldo. Il vento soffia con forza e porta con sé molta polvere. Il veder arrivare un autobus pieno di turisti ci convince a ripartire. La prossima tappa è il camping, che si trova di fianco alla terza fortezza in programma. Prima però il nostro tassista si ferma nei pressi di un grande lago. Infine entriamo lentamente nel deserto vero e proprio. Ci lasciamo dietro gli ultimi rimasugli di civiltà e seguiamo la strada che diventa sempre più dritta e stretta. La sabbia intorno a noi aumenta progressivamente, ma rimane sempre una traccia di vegetazione. Vediamo la fortezza già in lontananza, anche in questo caso infatti è posizionata su ad una piccola collina rocciosa. La strada arriva alle pendici del rilievo, sale e ci passa di fianco. Il camping si trova esattamente in cima alla salita e offre una vista mozzafiato sul circondario. Una volta scesi dall’auto siamo accolti da una gentile signora sulla sessantina che ci scorta alla nostra yurta. Nel camping ce ne saranno circa una decina e un paio sono attualmente in allestimento. Le yurte sono rotonde, molto spaziose e coperte da una sorta di cupola. Sono composte da diversi strati di quelle che sembrano vere pelli di cammello, anche il loro forte odore conferma questa mia impressione.

Dentro sono molto accoglienti, il pavimento è coperto da tappeti, così come parte delle pareti e i letti altro non sono che materassi. Sono sicuro che dormiremo benissimo. Mi torna il mente il messaggio che mi ha mandato ieri mio padre quando gli ho detto che avevamo in programma di andare a dormire in una yurta:”Bene bravo, aiutati che Dio t’ayurta”. Prendiamo con noi solo l’essenziale e c’incamminiamo verso la fortezza. Il suo nome è Ayaz Qala ed è in verità un complesso di tre fortezze situate a tre altezze diverse. La prima l’abbiamo intravista di fianco alla strada e quindi torniamo indietro. Fa caldo, ma grazie al vento si sta bene. La strada è in buone condizioni ed i lati sono coperti da un leggero strato di polvere. Arrivati in fondo alla discesa ci troviamo davanti ad uno di quei paesaggi all’americana dove la striscia d’asfalto corre dritta fino all’orizzonte e qui sparisce. Non resistiamo alla tentazione: posizioniamo la Reflex di Marco per terra, inseriamo l’autoscatto e ci distendiamo tutti per terra: ne esce un’immagine che secondo me rappresenta molto bene lo spirito del viaggio.

Ci allontaniamo dalla strada per raggiungere i ruderi della prima fortezza. Sono solo delle fondamenta e non ci soffermiamo molto. La seconda si trova là di fianco, sopra ad un basso colle. Seguiamo quella che sembra una pista usata dalle auto e che serpeggia tra i cespugli e gli arbusti. Tra le piante ne noto una molto singolare più verde delle altre: ha un fusto liscio e dritto alto mezzo metro dal quale partono dei rami e delle foglie verde chiaro. Alcune di queste piante sono secche e piegate, provo a toccarne una col piede ed è molto leggera, la schiaccio e si rompe quasi subito. L’odore mi ricorda quello di un finocchio andato a male. Spero di non aver involontariamente inalato qualche spora velenosa e proseguo con gli altri. Questo tra l’altro mi fa pensare che nessuno di noi ha la minima idea degli animali che ci sono da queste parti: insetti, serpenti e rettili vari di solito popolano i deserti, non sarebbe divertente dover chiedere soccorsi in mezzo a questo nulla. La pista diventa più confusa alle pendici del colle e così la lasciamo e proseguiamo per la salita.

 

Arriviamo ad un varco nelle mura ed entriamo. Quelli che una volta erano i passaggi e i locali della fortezza oggi sembrano quasi delle bizzarre formazioni rocciose che però si sgretolano molto facilmente. Da questa posizione rialzata vediamo in lontananza un canale artificiale: una strada che si stacca perpendicolarmente dalla principale porta dritta in quella direzione. Abbiamo ancora un paio d’ore di luce, dovremmo avere tempo a sufficienza per raggiungerlo. Scendiamo e arriviamo alla strada. La polvere sollevata dal vento ci raschia le gole e io sono l’unico che ha avuto il buonsenso di portare dell’acqua, solo che una bottiglietta da un litro non è molto per tre ragazzoni alti più di un metro e ottanta. Dopo mezz’ora ci rendiamo conto che abbiamo sottovalutato le distanze. Approfittiamo di un’altra pista che si stacca dalla strada, sembra portare alla fortezza più in alto e la seguiamo. La pista non è chiarissima, però la direzione è giusta. Alla fine di una salita arriviamo su un piccolo altipiano dove troviamo una casetta abbandonata. Dentro ha un camino e dalle bottiglie abbandonate per terra deduco che qualcuno la usi abitualmente. L’ultima fortezza è molto più grande delle altre due, ha la pianta quadrata e, data la posizione sopraelevata, domina tutto il circondario. Passeggiamo tra i suggestivi resti delle mura, troviamo un bastione esterno che una volta doveva essere una torretta. Ci sediamo su queste rovine millenarie erose dal vento e dagli agenti atmosferici per riposare ed ammirare in silenzio il fascino del deserto. Davvero non riesco a spiegarmi come sia possibile che questa struttura esista ancora, poiché sembra sgretolarsi molto velocemente.

Gli altri sono stanchi e vogliono tornare al campo, io voglio godermi ancora un po’ il luogo e così li lascio andare. Voglio stare da solo tra queste mute testimonianze del passato. Come se si trattasse di un parco giochi esploro il resto della fortezza: trovo nuovi cunicoli tra le mura, passaggi e sottopassaggi, mi arrampico per raggiungere porzioni di camminamenti, salto di nuovo giù cercando di non slogarmi una caviglia. In uno degli angoli vedo un piccolo bastione isolato e ripido. Riesco in qualche modo ad arrampicarmici sopra, mi siedo quindi sulla cima rivolto verso il deserto. Respiro a fondo, chiudo gli occhi e mi lascio cullare dal rumore del vento. La sensazione è strana, sono da solo in mezzo ad un deserto, uno spazio vuoto come non ne abbiamo in Italia e a cui non siamo abituati. Provo una sensazione di euforia ma allo stesso tempo di paura, se mi succede qualcosa sono guai. Decido di non preoccuparmi, sono nel Karakalpakstan, il sole sta tramontando e ho appena portato al termine un viaggio bellissimo, posso concedermi di essere in pace con me stesso. Dopo un po’ comincio a tornare verso il campo, senza fretta. Passo su aree sabbiose che assomigliano di più al deserto che avevo visto in Tunisia. Qui vedo un numero sempre maggiore di piccoli insetti neri simili a scarabei, non sembrano pericolosi e credo siano insetti notturni. Quando arrivo al campo c’è ancora tempo per godersi gli ultimi raggi di sole. Un uomo è seduto per terra e sta cucendo due lembi di una delle yurte in costruzione, lo fa molto lentamente ma in modo continuo e sicuro, senza far rumore, come se non volesse distogliere l’attenzione dal tramonto. Da un cespuglio vicino vedo affiorare la coda di un bel gatto rosso e bianco che si avvicina a noi. Sembra abituato ad essere coccolato, ma non appena lo tocco vedo sollevarsi una nuvoletta di polvere, questo gatto pare composto dal 50% di sabbia.

Prima della cena approfitto per farmi una doccia. Si vede che siamo fuori stagione, la doccia è piena di sabbia e credo proprio di essere il primo che la utilizza da mesi. Ovviamente non c’è acqua calda ma una doccia fredda non mi dispiace, una volta asciugato mi sembra di pesare diversi chili di meno, proprio come il gatto forse vevo accumulato molta polvere nelle ultime ore. La cena si svolge in una yurta più grande, oltre a noi c’è un gruppo di francesi. Non ci sono tavoli e ci sediamo per terra su cuscini. Su una tovaglia sono preparati piatti, posate e bicchieri: la prima portata è una gigantesca terrina di plov. Il nostro autista mangia con noi e insiste nel farci bere almeno un paio di bicchierini di vodka. La seconda portata è del sashlik. Una cena decisamente non dietetica, ma che costituisce il perfetto coronamento della giornata. Il calduccio della yurta e il tè verde favoriscono la digestione e la sonnolenza, quando usciamo ormai è buio e la temperatura si è decisamente abbassata. Il cielo sfoggia una stellata meravigliosa. Jan e Marco vanno subito a letto. Pure io sono molto stanco, ma con Alessandro facciamo una rapida passeggiata, senza allontanarci troppo dal campo. Nell’aria ci sono più rumori di quanto pensassi, soprattutto insetti. Quando torniamo alla yurta gli altri due dormono sonoramente. Sotto il piumone si sta bene, il cuscino è scandalosamente grande ma è così confortevole che mi addormento di colpo. La mattina non ci svegliamo molto presto. L’aria secca del deserto è ancora fresca e molto corroborante. La colazione a base di tè, pane e formaggio fresco di capra ci mette tutti di buon umore. Il tassista vorrebbe partire subito ma noi abbiamo già preso accordi per farci prima portare ad un lago salato a pochi chilometri dal campo. Ce ne avevano già parlato a Khiva e siamo curiosi di vederlo. Finché la strada lo permette andiamo con l’auto, poi proseguiamo a piedi, c’è troppa sabbia e l’autista ha paura di rimanere bloccato. Il cielo è grigio oggi e si ha la sensazione che possa iniziare a piovere da un momento all’altro. Il lago si rivela abbastanza deludente. Appare chiaro che ha visto giorni migliori, oggi sembra colpito da una grave secca e assomiglia a quelle pozze che si vedono nei documentari sulla savana e dove i leoni vanno ad abbeverarsi.

L’acqua è di un brutto verde scuro, il fango è grigio-nero e anche l’odore è di acqua stagnante. Non ci fermiamo molto e torniamo alla macchina. Per me, Marco e Alessandro è tempo di andare all’aeroporto e prendere l’aereo per Tashkent. Ripercorriamo la stessa strada del giorno prima e torniamo alla mondo abitato. Quando arriviamo nel parcheggio dell’aeroporto ci fa quasi ridere vedere la grande scritta “Urgench International Airport” sul piccolo edificio che ospita il terminal. Qui le nostre strade e quelle di Jan si separano, lui infatti ha ancora un paio di giorni a disposizione e ha deciso di proseguire fino a Nukus e al lago d’Aral. Ci abbracciamo e lo ringraziamo per essere stato un fantastico compagno di viaggio. Lo abbiamo incontrato per caso poco più di una settimana fa, ma sembra che ci conosciamo da sempre. Mi viene in mente il ritornello di una bellissima canzone dei Modena City Ramblers: “Buon viaggio hermano querido e buon cammino ovunque tu vada, forse un giorno potremo incontrarci di nuovo lungo la strada”. Nell’aeroporto non c’è quasi nessuno e perfino il bar è chiuso. Il nostro velivolo è un minuscolo aereo ad elica della Uzbekistan Airlines, chiaramente non è nuovissimo, ma non è nemmeno il reperto sovietico che mi aspettavo. Il volo è tranquillo, a parte per il solito bambino piangente due file oltre la mia. Sotto di noi vediamo il paesaggio che abbiamo attraversato negli ultimi giorni, a pensarci sono veramente molti chilometri.

Arriviamo a Tashkent nel tardo pomeriggio, usciti dal terminal troviamo il consueto nugolo di tassisti fastidiosi, uno addirittura ci chiede quanto vorremmo pagare per raggiungere il nostro ostello, Alessandro dice un prezzo che gli sembra equo e il tassista stizzito fa un gesto con la mano e dice: “Prendete un autobus!” L’ostello è lo stesso di quando siamo arrivati, ci era piaciuto e quindi avevamo deciso di prenotare tre letti. La sera ci rendiamo conto di avere con noi ancora delle riserve di valuta uzbeka che di certo non converrà cambiare una volta usciti dal paese, decidiamo di andare in uno dei ristoranti in centro e di festeggiare così la fine del nostro viaggio con una pantagruelica abbuffata di cibo uzbeko: zuppa, plov, carne arrosta, una buonissima e densissima crema di fagioli, praticamente ordiniamo mezzo menù. Siamo stanchi e si vede, ma siamo soddisfatti, ce l’abbiamo fatta, abbiamo portato a termine il nostro piano e visitato tutto quello che volevamo, tutto è andato liscio e ci godiamo la serata con la pace di chi ha raggiunto un obiettivo importante. Il giorno dopo raggiungiamo senza problemi l’aeroporto di Tashkent, molto più affollato del previsto. Dopo i controlli del bagaglio c’è uno spazio prima del controllo passaporti dove un giovane addetto ci dà un numero e ci dice di andare in una delle stanzette adiacenti. Abbiamo visto molti uzbeki entrarci e sospettiamo servano per fare una sorta di interrogatorio a chi sta lasciando il paese. Noi non abbiamo nulla da nascondere, ma è impossibile non sentirsi nervosi. Quando entriamo una guardia si sta infilando dei guanti di lattice e ci chiede i passaporti. Ormai mi vedo già sottoposto ad un’ispezione approfondita della mia persona, quando però la guardia vede i passaporti capisce che siamo turisti e ci dice che possiamo andare senza problemi. Quando mostro il mio passaporto alla guardia di confine penso di avere ancora un colorito piuttosto verdastro. Oltre al passaporto dobbiamo consegnare pure le ricevute degli ostelli, per mostrare dove abbiamo passato le notti. Per fortuna non non ci sono ulteriori problemi, passiamo il confine e il nostro aereo non è in ritardo, stavolta Uzbekistan Airlines non ha cambiato l’orario senza dircelo com’era successo all’andata. Così termina il nostro viaggio, siamo arrivati con la curiosità di chi sa poco e ce ne andiamo con la consapevolezza di aver utilizzato al meglio il nostro tempo. L’Uzbekistan non è certamente un paese facile, ha i suoi problemi e le sue peculiarità, ma ha veramente tanto da offrire a chi osa raggiungerlo. L’Asia Centrale era per me, e penso sia per molti, una grande regione misteriosa e vuota. Niente di più sbagliato, chiedi e ti sarà dato si dice, viaggia e ne sarai ricompensato aggiungo io e una volta in più sono contento di aver avuto la voglia e il coraggio di dire: “Mamma, vado in Uzbekistan!”

Per approfondire:

https://it.wikipedia.org/wiki/Yurta

Francesco Ricapito Febbraio 2016