Travaglio Marco, Gomez Peter

E continuavano a chiamarlo impunità

Pubblicato il: 16 Ottobre 2010

Il libro, pubblicato nel 2007 quale sintesi e aggiornamento dei precedenti “Bravi ragazzi” e “Lo chiamavano Impunità”, ripercorre passo passo le complesse vicende dei casi Sme-Ariosto, Mondadori, Imi-Sir ed altri, diversamente conosciuti come processi “toghe sporche”.
Vicende processuali che, come sanno coloro ancora in grado di distinguere l’informazione dalla propaganda, si intersecano con prescrizioni spacciate per assoluzioni e leggi ad personam emanate con una solerzia ed una tale mancanza di opposizione che a buon grado si potrebbero definire “ad castam”. Leggi che – per tanti inutile ribadirlo – avevano e hanno il fine di assicurare l’impunità penale a coloro che sono entrati in politica per risolvere i propri guai giudiziari e patrimoniali. I due autori, Travaglio-Gomez, hanno avuto il merito di assemblare e sintetizzare i passaggi più significativi delle indagini e successivi processi, tanto eclatanti quanto sconosciuti al grande pubblico. Il tutto è tratto dalle carte processuali e quei brani, il più delle volte surreali, tratti dai periodici e quotidiani italiani che dimostrano come il cosiddetto metodo Boffo non sia affatto una novità di questi ultimi mesi ma una prassi consolidata.

Appunto, non dimentichiamo il ruolo dell’informazione, premessa inevitabile ogni volta che ci si azzarda ad affrontare argomenti del genere: il giorno della sentenza del processo che concludeva il più grave caso di corruzione giudiziaria della storia d’Italia, Porta a Porta di Bruno Vespa trasmetteva una puntata del serial Franzoni. Una scelta che i malfidati hanno pensato non essere casuale. Difatti, accanto all’aggettivo eclatante, che bene si accompagna alle cifre iperboliche scoperte nei conti esteri dei magistrati venduti (conti – rinfreschiamo la memoria – gentilmente offerti da avvocati amici e a busta paga di un gruppo imprenditoriale milanese), andando a rileggere vecchie cronache ed editoriali del tempo, altrettanto se non più frequentemente possiamo trovare la parola “controverso”. Espressione che, alla luce di interrogatori, carte processuali, confessioni, lettura dei documenti e delle dichiarazioni – poi prontamente capovolte di tanti protagonisti di quelle vicende – non risulta poi così precisa.
In realtà molto è stato chiarito, se vogliamo dare credito a sentenze passate in giudicato, e solo l’uso di sparla grossa ad un pubblico volutamente disinformato può far apparire controverso quello che non è. Un sistema politico come il nostro, ovvero una democrazia sempre più formale, sempre più svuotata al suo interno di sostanza, come giustamente rilevano i due autori, si fonda sulla “disinformazione, condizione necessaria per un regime imperniato su due pilastri che si sorreggono a vicenda: censura e impunità” (pag. 11).
Disinformazione e censura che, soprattutto nel raccontare – o minimizzare – i casi Sme-Ariosto, Mondadori, Imi-Sir (“si parla della maxi tangente da 67 miliardi del caso Imi-Sir, definita “episodio di corruzione di inaudita gravità” mai visto nella storia italiana e neppure in quella di altri Stati – pag. 316), negli anni sono state dispensate con grande disinvoltura proprio per l’oggettiva complessità delle vicende giudiziarie, esito non voluto di complicatissime manovre su conti esteri ideate dai noti avvocati tuttofare di corrotti e corruttori. “Processi che ci restituiscono lo spaccato peggiore della nostra peggiore classe dirigente: magistrati, imprenditori, professori universitari, politici che accumulano le fortune all’estero violando la legge, frodano il fisco per miliardi e miliardi, trafficano tra loro per neutralizzare la Giustizia uguale per tutti, per cancellare di fatto la Costituzione. E poi mentono, mentono per la gola, inscenano pianti greci, inventano le scuse più inverosimili senza mai un’ombra di vergogna né di senso del ridicolo” (pag. 9).

“E continuavano a chiamarlo Impunità”, come altre opere di Travaglio tipo “L’odore del soldi” oppure “Storia segreta del processo Romiti”, rappresentando una sorta di parafrasi ed approfondimento di atti giudiziari e sentenze, richiede una particolare attenzione e la lettura potrebbe risultare un po’ faticosa: lo stile dei due giornalisti è efficace, brillante, ma i contenuti, proprio a causa di tecnicismi giuridici e delle complicatissime indagini sui labirinti societari e bancari imbastiti da corrotti e corruttori, si rivelano un percorso di guerra, di non immediata memorizzazione. Al di là dell’oggettivo impegno nella lettura – non necessariamente un difetto – bisogna dare atto ai due autori di aver saputo raccontare i fatti senza confonderli con le loro evidenti opinioni: in altri termini, malgrado la ricercata ironia e malizia di certi passaggi tipo il paragrafo “Interrogatorio di Renato Squillante: Frodavo il fisco, ma sono una persona onesta”, le opinioni non sono state spacciate per fatti. E viceversa.

Lettura impegnativa ma anche libro molto ben congegnato, tale da permettere più livelli di approfondimento. Si passa dai capitoli di introduzione (Toghe sporche story, Personaggi ed interpreti), ai capitoli incentrati sulle indagini dei P.M. e sulle vicende processuali, complicate all’inverosimile proprio per gli incessanti tentativi di insabbiamento bipartisan con leggi ad personam e scudi parlamentari (Tre processi, tra storie, il caso Sme-Ariosto, Il caso Mondadori, Il caso Imi-Sir, La parola agli imputati, La vera storia dell’affare Sme) e per finire ad un’efficacissima cronistoria (“Dieci anni di processi ad ostacoli”, “Com’è andata a finire: le sentenze”).
Il tutto condito da episodi grotteschi che magari non alleggeriscono la lettura, ma di certo contribuiscono a meglio a delineare le personalità ridicole ed insieme drammatiche (per noi) dei corrotti e corruttori.
Peraltro questi signori, magari noti ai più nelle vesti di politici piuttosto che di imputati, non si smentiscono proprio per questa linea di ridicolo e grottesco che li rende particolarmente versatili in ambedue i ruoli: c’è indubbiamente una coerenza di fondo in quel “chiagne e fotte” siano destinatari i magistrati oppure i cittadini elettori.

Pensiamo ad un noto imprenditore politico e al suo (in)fido avvocato convocati dai P.M. di domenica: “così almeno non potranno accampare i soliti impegni parlamentari. Ma non si presentano nemmeno allora. “Io – manda a dire il Cavaliere – la domenica vado a messa”. (pag. 319). Avrete notato che riguardo i protagonisti di queste vicende giudiziarie praticamente non ho fatto nomi, al più qualche aggettivo: non saprei, forse mi è venuta una voglia di mistero, di proporvi un quiz. Nel libro invece i loro identikit li leggerete con dovizia di particolari; ma scommetto che qualcuno avrà già dei sospetti.
Effettivamente la soluzione del quiz non è difficilissima.

Edizione esaminata e brevi note

Peter Gomez, dopo la scuola di giornalismo inizia a lavorare all’Arena di Verona. Nel 1986 approda al giornale di Montanelli per poi passare a La Voce. Dal 1996 è all’Espresso, dove si è occupato come inviato di tutti i più importanti casi di corruzione politica, giudiziaria.
E’ autore con Marco Travaglio di libri come Regime (2004), Inciucio (2005), Mille balle blu (2006), tutti pubblicati dalla Rizzoli. Con Livio Abbate ha scritto I complici (Fazi 2007). Con Pino Corrias e Marco Travaglio firma il blog voglioscendere per Chiarelettere.

Marco Travaglio scrive per Il Fatto, l’Unità, l’Espresso, A, la Repubblica e Micromega. I suoi più recenti successi sono”Mani sporche (Chiarelettere 2007, con Gianni Barbacetto e Peter Gomez). Altri suoi libri, tra i tanti, sono La scomparsa dei fatti, Uliwood party, Montanelli e il cavaliere, Intoccabili, L’odore dei soldi, Bravi ragazzi.

Marco Travaglio, Peter Gomez, E continuavano a chiamarlo impunità. Ma è proprio vero che è stato sempre assolto? Come sono finiti i processi a Berlusconi & C., Editori Riuniti 2007, pag. 461

Recensione  già pubblicata su ciao.it il 16 ottobre 2010 e qui parzialmente modificata

Luca Menichetti. Lankelot, ottobre 2010