Nella carne entra sottopelle e ci rimane. Perché è una storia che buca come un ago inserito da mano esperta: quando entra nemmeno te ne accorgi, sembra che rimanga in superficie. Poi arriva in vena.
Icastico, minimale, scritto tutto al presente, in terza persona. Una scelta non a caso, da parte di Szalay, che annuncia e descrive i punti di svolta della trama sempre in modo caustico, spesso in una sola riga di testo. E i momenti in cui la storia vira bruscamente sono tanti: racconta una vita. Avventurosa, malgrado l’atteggiamento del protagonista.
Istvàn, giovane ungherese cresciuto nella miseria e nella precarietà durante tutta l’infanzia e prima adolescenza, passa attraverso il carcere minorile e la guerra in Iraq, fino a diventare ricco, al centro dell’alta società londinese a fianco di una giovane e facoltosa vedova, madre di un figlio già adolescente e che darà un figlio anche a lui.
È la tragedia di un uomo in mezzo all’Europa degli ultimi quarant’anni. C’è tanta Europa in questo libro, in tutta la sua fragilità, in tutto il suo arrancare.
Szalay ci racconta il Vecchio Continente passando attraverso personaggi di origini diverse e diversi paesi, dall’Ungheria alla Svizzera alla Germania all’Italia alla Gran Bretagna. Si respira il grigio di Monaco, ci si abbaglia con il verde dell’Hertfordshire, col bianco delle nevi di Verbier e qualche riflesso luminoso rubato a Venezia. Durante la lettura si respira un misto di decadenza, nostalgia, ma anche alienazione data dal troppo denaro, dalla ricchezza arrivata nella vita del protagonista quasi per caso.
Istvàn non vive, viene vissuto dalla vita. Istvàn accade, accetta il suo destino: perde, vince e poi perde di nuovo; perde tanto, forse tutto. Mai la sua dignità. Gli unici momenti in cui sembra vibrare di vita sono quelli in cui si abbandona alle pulsioni sessuali, ma anche in quei casi è più forse un “lasciarsi possedere”. Questo è un libro maschile, in cui l’autore opera una asettica analisi della mascolinità classica, esponendone gli aspetti tossici, fragili, confusi, a tratti violenti.
Durante un’intervista l’autore ha affermato che “La vita è un’esperienza fisica, vivere è essere un corpo”: concetto su cui ha incentrato il suo Flesh (carne), il romanzo vincitore del Booker Prize 2025, il 10 novembre scorso. Eppure Szalay non indugia mai, mai in trecento e più pagine, nella descrizione dell’aspetto fisico di Istvàn, “semplicemente” ci scrive su un intero libro. Sulla fisicità di quest’uomo, sul suo essere maschio, bianco, europeo; gettato in Europa dai paesi dell’ex blocco sovietico durante lo sbriciolarsi della Cortina di ferro. Un uomo bello e forte: l’autore lo lascia intuire in continuazione. Un uomo che cura il proprio corpo, lo lascia guardare e poi amare, si allena con costanza tra un lavoro e l’altro, «con un’isola di sudore sulla maglietta ».
Szalay osserva, descrive, attraverso i gesti, le abitudini, le risposte laconiche di Istvàn tutta la tensione dell’Europa attuale, “unita” nella sua moltitudine di culture e di crisi sociali e lo fa attraverso ellissi temporali perfettamente costruite e con spasmodica attenzione alla superficie degli eventi, storici e non. Non c’è introspezione, quella la lascia tutta al lettore, che deve evincere, scavare, assimilare.
Tutto “traspare”, più che accadere, in questo romanzo: rabbia, amore, ansia. Anche l’ottundimento dei sensi provocato dal lockdown imposto durante la pandemia (il lockdown dei ricchi però, fatto di giochi da tavolo seduti su tappeti da migliaia di euro e corse a bordo di un quad nella tenuta di famiglia), quello provocato dal dover sopravvivere in un carcere minorile, quello provocato dall’aver prestato servizio nell’esercito durante la seconda Guerra del Golfo. Il tutto avviene in una «normalità quasi scandalosa» espressione che incarna (perdonatemi il gioco di parole) alla perfezione il momento storico in cui siamo immersi.
Quindi, cos’altro dire: è dal 1868 che si discute sul concetto di Grande Romanzo Americano, coniato da De Forest. Ci sta che Szalay stia davvero mettendo in pari la “povera” (soprattutto ora) Europa: con il suo Flesh, forse sta dando vita al Grande Romanzo Europeo.
Edizione esaminata e brevi note
David Szalay (1974) è uno scrittore canadese naturalizzato britannico (con cittadinanza anche ungherese), riconosciuto come una delle voci più interessanti della narrativa contemporanea in lingua inglese. È stato finalista al Man Booker Prize 2016 con il romanzo Tutto quello che è un uomo e tra i suoi libri tradotti in Italia figurano anche Turbolenza (2019) e Primavera (2021). Con il romanzo Nella carne ha vinto il Booker Prize 2025.
David Szalay, “Nella carne” Adelphi (collana “Fabula”), traduzione di Anna Rusconi, pp. 330, 2025
Elena Marrassini. Lankenauta, dicembre 2025
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