Schneider Helga

Eva. Un divano per l’eternità

Pubblicato il: 31 Maggio 2026

“Ho scritto diversi libri testimoniali sulla dittatura hitleriana e i crimini commessi dai nazisti, ma alla fine non ho resistito al desiderio di fare luce anche tra le pieghe dell’essenza di Eva Braun, dalla quale continuavo a leggere che fosse stata una donna frivola, superficiale e interessata a una sola cosa: il lusso sfrenato […] ma la sua relazione con  Hitler fu molto più complessa e sofferta di quanto annoti la storiografia ufficiale” (p.7). Così Helga Schneider nella sua “Lettera ai lettori”, chiarisce perché abbia voluto dedicarsi nel suo romanzo biografico, o “saggio narrato” che dir si voglia, alla figura discussa e contraddittoria di Eva Braun. Per chi conosce la biografia di Helga Schneider – figlia di una guardiana dei campi di sterminio – nonché la sua carriera letteraria, tutta intesa a raccontare, senza alcuno sconto, le responsabilità morali di coloro che hanno promosso e agevolato l’abominio nazista, potrebbe sorprendersi proprio per la narrazione quasi neutrale, dove i crimini hitleriani sono vissuti dal punto di vista di una persona che comunque viveva in un contesto protetto, dove anche soltanto voler approfondire il perché di certi comportamenti o certe decisioni poteva mettere in pericolo il proprio status privilegiato.

L’amore malato della giovanissima Eva per il ben più maturo Adolf è ovviamente al centro della narrazione, con tutti i tradimenti di lui, i momenti di crisi, le incomprensioni tra i due amanti, con tutto l’approfittarsi di Eva, e in seguito anche dei suoi familiari, della sua condizione di mantenuta; ma anche con uno sguardo più incentrato alla dinamica psicologica di questo rapporto di dominazione e di sottomissione. Non a caso Helga Schneider, in una recente intervista, ha ribadito come secondo lei, al di là di tutte le considerazioni sulla furbizia e il cinismo, la giovane Eva fosse realmente e disperatamente innamorata del suo Adolf. Quel tanto da giungere ad umiliarsi e ad obbedire sempre e comunque: “La prima volta che Hitler la invitò nella sua nuova residenza, non stava nella pelle, ma ancora una volta si rese conto che l’uomo che amava continuava a volerla tenere a una certa distanza” (p.57).

Di conseguenza, si capisce perché per descrivere un rapporto così contraddittorio e masochistico, dove la coscienza viene silenziata dal privilegio ma anche dall’amore profondo per un criminale, Helga Schneider abbia, in qualche modo, scelto una narrazione fatta di descrizioni piuttosto che di considerazioni morali.

Peraltro il procedere della relazione tra Eva e Adolf, iniziata nella più completa clandestinità, raccontata in terza persona, viene inframmezzata – qui in sostanza la parte più “saggistica” del romanzo – dalla cronaca storica dell’ascesa, consolidamento e caduta del regime nazista. Così si comprende meglio non soltanto la sostanza della relazione, ma anche le reazioni di coloro che vivevano accanto a Eva. Per fare un esempio, il comportamento dei genitori. Prima il padre, fervente cristiano, sconcertato e scandalizzato alla notizia della relazione della figlia con un politico che non stimava affatto; poi in qualche modo complice del regime; ed infine, quando le cose per la Germania volgevano al peggio, nuovamente incattivito con la figlia: “Era rimasto inferocito con Hitler perché, durante un raid avvenuto senza preavviso, una bomba aveva colpito la scuola in cui insegnava […] ‘Mi vergogno di avere una figlia che continua a restare attaccata al più grande assassino della Germania – le aveva detto il padre – Non voglio vederti mai più, sei la vergogna e la disgrazia della nostra famiglia’” (p.171). Da lì  a poco, in una manciata di pagine, la storia di Eva Braun giungerà al termine, quando, malgrado la contrarietà dello stesso Adolf, vorrà raggiungere il suo amante, sempre più precario in salute e minato da Parkinson, sempre più ostile alla stessa Eva, fino alla fine di entrambi.

Leggendo il romanzo fino alla fine, nell’interpretazione della Schneider l’amore di Eva appare non corrisposto o quanto meno, viste le tare mentali di Hitler, scarsamente corrisposto; ma soprattutto un amore talmente malato da poter essere definito masochistico a tutti gli effetti.

Edizione esaminata e brevi note

Helga Schneider (1937, Steinberg), scrittrice. Nel 1941 è stata abbandonata dalla madre che è diventata membro delle SS e poi guardiana nei campi di sterminio.
La Schneider vive dal 1963 in Italia.  Tra i suoi libri più noti: “Il rogo di Berlino”, “Porta di Brandeburgo”, “Il piccolo Adolf non aveva le ciglia”, “Lasciami andare, madre”,” L’usignolo dei Linke”. Per Salani ha pubblicato “Stelle di cannella” (Premio Elsa Morante ragazzi 2003), “L’albero di Goethe” eHeike riprende a respirare”.

Helga Schneider ,“Eva. Un divano per l’eternità”, Oligo (collana “Narratori”),  Mantova 2026, pp. 184.

Luca Menichetti. Lankenauta, maggio 2026