Ricapito Francesco

Lo Stagista che Andò in Kosovo: Parte 7 – Un autobus sottozero, una Città Multireligiosa ed una Base Militare dove non mi Fanno Entrare

Pubblicato il: 21 maggio 2016

Mappa KosovoPristina      Domenica 24 gennaio 2016

Stamattina l’appuntamento con gli altri è per sette al monumento Newborn, a circa un quarto d’ora a piedi. Avevamo già detto a Kushtrim di non preoccuparsi per la colazione, ma lui ha insistito e ci ha procurato alcune fette di focaccia ripiena. Fuori fa freddo e il cielo è coperto. Metà degli studenti  andrà a visitare Peja mentre l’altra metà andrà a Prizren: si tratta rispettivamente della terza e della seconda città del Kosovo. Oltre a vari monumenti storici ospitano anche due basi militari del KFOR, Kosovo Force, ossia la missione della NATO che dal 1999, su mandato delle Nazioni Unite, opera in Kosovo con il compito di mantenere l’ordine, la pace e la sicurezza dei cittadini. Tra le varie basi ancora operative ci sono appunto quelle di Peja e di Prizren: la prima ospita un contingente italiano mentre la seconda uno tedesco. A me e ad una collega è toccata Prizren, che dopo aver letto la guida mi attira più di Peja.

Arriviamo puntuali al monumento e cominciamo a far salire gli studenti nel primo degli autobus a noi riservati. Il secondo arriva poco dopo ed è bianco con la scritta “UN” sulla fiancata, uguali a quelli che si vedono spesso al telegiornale. 1Sono emozionatissimo di poterci viaggiare, aspettiamo che salgano tutti e poi entriamo anche noi, troviamo però una spiacevole sorpresa: il riscaldamento si è ghiacciato durante la notte e adesso non funziona. La prendo filosoficamente pensando che comunque una volta chiuse le porte l’ambiente si scalderà grazie al cosiddetto “effetto stalla”. Purtroppo mi sbaglio: la temperatura non si alza di nemmeno un grado e noi passiamo tutto il viaggio imbacuccati nelle nostre giacche, cercando di non perdere la sensibilità di mani e piedi. La mia collega è chiaramente arrabbiatissima, gli studenti protestano con forza, ma non c’è molto da fare, per fortuna il tragitto dura solo un’ora. Il paesaggio è caratterizzato da basse colline ghiacciate e punteggiate da qualche villaggio. La campagna kosovara non è molto abitata  sembra ancora piuttosto selvaggia. L’ultimo quarto d’ora sembra non finire mai e l’autista sbaglia pure strada. Quando arriviamo e finalmente  scendiamo mi sembra quasi che fuori sia più caldo.

L’incontro della mattina è con alcuni membri della missione OCSE operante a Prizren e avverrà proprio nella sede dell’organizzazione. Quasi ci precipitiamo all’interno alla ricerca di una qualsiasi fonte di calore. Avendo forse saputo della nostra sfortuna, quelli dell’OCSE hanno deciso di aprire il bar e di offrire a tutti una bevanda calda e mai tè fu più ben accetto. Prima di cominciare a sorseggiarlo tengo accuratamente le mani sulla tazza bollente per cercare di riscaldarle e nel  frattempo chiacchiero con uno studente del Master di Vienna originario dell’isola di Linosa. Ha delle opinioni molto interessanti e mi fa piacere conoscere qualcuno proveniente dall’estrema propaggine meridionale del nostro paese. Uscendo dal bar m’imbatto in scene degne di un campo profughi con studenti che si sono levati le scarpe e, dopo essersi distesi di fronte ai termosifoni, ci hanno posizionato sopra i piedi. Tra questi c’è un nostro studente ugandese che prima di venire in Kosovo non aveva mai visto la neve.

Quando ci siamo tutti riscaldati ci trasferiamo in una sala più grande, dove ci aspettano alcuni dei responsabili delle missione. Gli interventi non sono molto incisivi e il fatto che io sia seduto proprio in fondo alla sala di certo non aiuta la mia concentrazione: l’OCSE, acronimo che sta per Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, è un’organizzazione internazionale che dal 1973 si occupa di promuovere la pace ed il dialogo nella regione Eurasiatica. Ha ben cinquantasette membri e tra le sue varie missioni operative, quella in Kosovo è una delle più importanti; si occupa soprattutto della formazione delle istituzioni statali come organi di giustizia, amministrazioni locali, commissioni elettorali  e vigila sul rispetto dei diritti umani. Il messaggio, neanche tanto velato, che questi funzionari ci lanciano, è che effettivamente le organizzazioni come l’OCSE non sono molto benvolute presso la popolazione, che anzi vorrebbe liberarsene il prima possibile. La loro opinione è che, anche se effettivamente il Kosovo, inteso come apparato statale, è avviato nella giusta direzione, ha ancora bisogno di qualche anno per stabilizzarsi e radicarsi sul territorio. Ecco perché la loro presenza in loco è ancora necessaria e probabilmente lo sarà nell’immediato futuro.

Non mi sento in disaccordo con quest’opinione, ma vorrei tanto sapere quella degli abitanti di Prizren. Quando l’incontro finisce siamo tutti leggermente assopiti dal piacevole tepore della stanza, per fortuna fuori ci aspetta una buona notizia: l’impianto di riscaldamento dell’autobus si è scongelato e adesso funziona. Arriviamo in centro, dove scendiamo nei pressi di un piccolo ponte di pietra. Il cielo è grigio e quasi si confonde con le veloci acque del fiume, dal ponte ne vediamo un altro poco più avanti: anche questo è di pietra e risale al periodo ottomano. Una costruzione molto semplice ma allo stesso tempo molto elegante e solida.SAMSUNG CAMERA PICTURES

Prizren non è molto grande, anche se è pur sempre la seconda città del Kosovo: è posizionata ai piedi di una piccola collina e la sua storia è lunga e travagliata. Per un periodo fu addirittura capitale dello stato serbo, tra il XIII e il XIV secolo d. C. Oggi il sentimento di politically correct che pervade le organizzazioni internazionali la vorrebbe presentare come simbolo del tanto nominato multiculturalismo su cui dovrebbe basarsi il Kosovo, un’idea sicuramente onorevole ma che forse è troppo precoce. Tra la gente per strada notiamo subito una pattuglia di tre militari, due uomini ed una donna: non sono armati e non capiamo quindi se sono in servizio, poco più avanti però ce ne sono altri. Sopra la collina che incombe su Prizren si notano distintamente le mura di un’antica fortezza chiamata Kajala e che risale all’XI secolo. Una bella moschea si affaccia su un viale pedonale che comincia subito dopo il ponte.

Per il pranzo le nostre guide locali hanno prenotato per tutti in un ristorante senza nemmeno prendersi la briga di dircelo, il risultato è una situazione di totale confusione in cui alcuni studenti  decidono di restare, altri di andarsene, altri ancora cambiano idea più volte. Nel frattempo quelli che restano devono ordinare perché il tempo stringe: viene fuori che metà delle persone sono vegetariane e naturalmente a Prizren non sono certo preparati per quest’evenienza. I camerieri inoltre non parlano inglese, ma solo albanese e italiano, io e altri due studenti italiani dobbiamo quindi correre in giro a tradurre per tutti. Dopo venti minuti di caos riesco finalmente a sedermi e poco dopo arriva un grande vassoio di carne alla griglia che cura ogni mio stress.

Quando usciamSAMSUNG CAMERA PICTURESo le guide ci portano a fare un rapido giro delle principali attrazioni della città. Percorriamo il viale pedonale che attraversa il centro, arrivando alla chiesa ortodossa della Vergine di Leviša: l’ingresso è sorvegliato dai militari e una volta entrati nel perimetro non è possibile fare foto. L’interno è stranamente spoglio, ad accoglierci c’è il parroco, che ci spiega come negli ultimi anni siano stati portati avanti dei grandi lavori di restauro, durante la guerra infatti una parte della navata era stata distrutta. Oggi la situazione, seppur ancora tesa, è in via di miglioramento; basti pensare che fino a pochi anni fa intorno alla chiesa c’era addirittura del filo spinato, una precauzione che serviva ad evitare atti di vandalismo purtroppo molto comuni in quegli anni.

Siamo molto stretti con i tempi e quindi proseguiamo in fretta verso la prossima tappa, la chiesa cattolica, poco più avanti sulla stessa strada. Le case che vediamo intorno a noi sono un bello specchio della città: alcune sono nuove o fresche di restauro, altre invece sono state lasciate a loro stesse e portano gli evidenti segni della guerra, come a simboleggiare la presenza di un ingombrante passato che ancora oggi non riesce ad essere metabolizzato dalla popolazione.

La chiesa Cattolica è un edificio imponente e i mattoni scoperti che ne caratterizzano la facciata ne fanno subito intuireSAMSUNG CAMERA PICTURES l’antichità. All’interno i lavori di restauro sono in pieno svolgimento: mura e colonne sono già finite, ma lo spazio dell’altare è ancora vuoto, così come quello dove dovrebbe esserci l’organo. Anche in questo caso a parlarci è venuto il parroco: la comunità cattolica di Prizren conta qualche migliaio di fedeli, la chiesa per ora la usano solo nelle occasioni importanti e nel frattempo hanno una sala di fianco, contano tuttavia di finire i lavori per il 2020. Anche lui, come il suo collega ortodosso, ci confessa che a volte non è facile gestire le tensioni che si creano tra le varie comunità, ma è ottimista ed è convinto che la gente imparerà di nuovo a convivere pacificamente.

L’ultima tappa è la moschea vicino al ponte ottomano: si chiama moschea di Sinan Pasha e risale al 1561. Il suo minareto alto quarantatre metri è forse l’elemento più caratteristico della città. Una ripida scalinata arriva sotto ad un portico dove ci leviamo le scarpe ed entriamo. SAMSUNG CAMERA PICTURESL’ambiente interno è coperto da un’unica grande cupola, le decorazioni sono soprattutto motivi geometrici e scritte in arabo. Sulla destra si nota subito la struttura di legno rialzata da cui al venerdì l’imam fa la sua predica. Proprio l’imam ci dà il benvenuto e ci fa sedere sui comodi tappeti che ricoprono il pavimento. Lui è turco e la cosa non mi sorprende molto dopo aver visto che le moschee di Pristina sono state ristrutturate con finanziamenti proprio turchi. Ci spiega che la comunità islamica qui è la maggioranza e che sono tutti sunniti. Ci ripete quello che abbiamo sentito poco prima dai due sacerdoti: la situazione è spesso tesa, ma il futuro sembra promettere bene. Come persona mi sembra molto ospitale e risponde di buon grado alle numerose domande degli studenti. Purtroppo dobbiamo assolutamente andare, ci aspettano alla base KFOR e i militari ci hanno chiesto più volte di essere puntuali. Usciamo, riattraversiamo il ponte e risaliamo sugli autobus, la base è poco dopo il centro.

Ci fermiamo davanti alla sbarra che blocca l’ingresso, sale a bordo un soldato che con modi gentili ma decisi, ci spiega che dobbiamo lasciare qui tutti gli oggetti elettronici, dalle macchine fotografiche ai telefoni e che naturalmente da questo momento è proibito fare foto. Obbediamo, scendiamo e ci mettiamo in fila davanti ad un prefabbricato dove avviene il controllo di sicurezza. Mentre gli accertamenti vanno avanti, Marijana, la professoressa di Vienna responsabile del viaggio, ci chiama dal prefabbricato e qui, come se nulla fosse, ci comunica che noi non possiamo entrare nella base. Il motivo? La settimana prima della partenza avremmo dovuto mandare al responsabile della sicurezza della base le scannerizzazioni di tutti i passaporti dei visitatori per permettergli di fare dei controlli a campione sulle singole persone ed accertarsi che nessuno di noi rappresentasse una potenziale minaccia. Era stata proprio Marijana a mandare le mail con i passaporti, dimenticandosi  però di aggiungere i membri dello staff. Niente passaporti, niente controlli e quindi niente ingresso. La cosa più ironica in tutto questo? In quanto stagista era toccato proprio a me il gravoso compito di preparare tutti e novantacinque i file con le scannerizzazioni dei passaporti da mandare a Marijana. Oltre a me e alla mia collega l’accesso viene negato anche ad uno studente francese che doveva andare a Peja con l’altro gruppo, ma che all’ultimo ha deciso di venire con noi e a una studentessa canadese che ha dimenticato il passaporto a Pristina.

Scortati da due soldati recuperiamo i nostri effetti negli autobus e poi usciamo mestamente dalla base. Con un taxi ritorniamo in centro, abbiamo circa tre ore da occupare. Innanzitutto decidiamo di sfruttare al meglio l’ultima ora di luce che rimane per fare una passeggiata e raggiungere la Chiesa del Santo Salvatore, che si trova sulla strada per la fortezza sopra la collina di fianco alla città. Usciamo dalla strada principale e cerchiamo di capire che direzione prendere. Le vie sono strette, ripide e coperte di ghiaccio, le case sono basse e spesso vuote.

Vediamo la chiesa sopra di noi e imbocchiamo quella che sembra la strada più rapida, si rivela però un vicolo cieco che termina su un praticello coperto di rovi innevati. Mentre scendiamo, da tutte le moschee della città si alza la chiamata dei muezzin alla preghiera. Il sole è ormai scomparso all’orizzonte, ma la sua luce illumina ancora leggermente Prizren. Lo spettacolo è molto suggestivo: trovo ci sia qualcosa di molto suggestivo in quest’usanza musulmana che alla fine non è molto diversa dalle nostre campane. La differenza è che qui si tratta di parole cantate, non solo di campane, di conseguenza non partendo tutti nello stesso momento si creano più voci, anche discordanti tra loro, e il risultato è spesso una cacofonia indistinta di suoni e parole arabe che sembrano provenire da un’altra epoca storica.SAMSUNG CAMERA PICTURES

Riusciamo a trovare la strada giusta per arrivare alla chiesa, per scoprire però che è circondata da una recinzione e che il cancello al momento è chiuso. Ci consoliamo qualche minuto ammirando Prizren sotto di noi  e poi scendiamo alla ricerca di un bar dove scaldarci. Ne troviamo uno che si chiama “Sanremo”, all’interno ha dei murales raffiguranti proprio la cittadina ligure, ma anche Venezia, Roma, Firenze e Pisa. Corroborati da un tè ed una fetta di torta chiacchieriamo animatamente delle nostre vite, dei nostri programmi e delle nostre idee. Il ragazzo francese ci racconta della terribile esperienza che ha avuto con i suoi due coinquilini in questo semestre: vive al Lido di Venezia con due studenti tedeschi in Erasmus. All’inizio sembravano normali, col tempo però ha capito di vivere con due neonazisti. Ci racconta di poster di Hitler in giro per casa, di continue discussioni sul ruolo della razza ariana e sulle cospirazioni degli ebrei e addirittura di riti celtici o sassoni compiuti insieme ad altri loro amici neonazisti in salotto. Io non so quanto fidarmi però lui sembra sincero, la mia collega, che è tedesca, conferma che effettivamente esistono queste persone, ma che per fortuna sono poche. Una cellula di neonazisti residente al Lido di Venezia mi pare comunque una situazione quantomeno curiosa.

Quando Marijana ci chiama al telefono usciamo e con un taxi torniamo fino alla base, per strada noto un’altra pattuglia di soldati di sorveglianza. Veniamo di nuovo scortati fino agli autobus, il resto del gruppo arriva poco dopo. Ci raccontano di aver parlato con il capo della base, di aver fatto un giro delle strutture principali e di aver poi cenato con la truppa. Sembra sia stato interessante, ma non entusiasmante. Questo mi conforta leggermente.

Il ritorno a Pristina è sonnacchioso, siamo tutti stanchi e provati dalla lunga giornata. Per stasera però George e Peter, i due studenti inglese e americano, hanno organizzato un Pub Quiz: durante il semestre ne hanno già organizzati alcuni e siccome hanno avuto molto successo è diventata un sorta di tradizione. Io ho imparato cos’è un pub quiz proprio in Inghilterra durante il mio Erasmus a Leeds: semplicemente si formano delle squadre di cinque o sei persone e tutti insieme si deve rispondere ad alcune domande che vengono fatte da chi lo organizza. I quesiti sono in genere di cultura generale, storia, geografia, film, musica, letteratura. Quelli a cui ho partecipato si sono rivelati divertenti e molto piacevoli, li trovo comunque un grande esempio di come le usanze popolari si adattino alle esigenze geografiche: nelle zone mediterranee dove il tempo è migliore e le temperature più miti la vita sociale avviene soprattutto all’aperto, nelle piazze, nelle vie, nei parchi. In gran Bretagna e nel nord Europa invece fa più freddo e piove più spesso, il centro di tutto è quindi il pub. Di conseguenza si sono sviluppati dei metodi per intrattenere i clienti e rendere le serate più movimentate o semplicemente diverse, uno di questi è appunto il pub quiz.

Noi dello staff, su insistenza degli studenti, abbiamo accettato di partecipare con una nostra squadra. Quando arriviamo a Pristina abbiamo un’ora di tempo prima dell’inizio, non vale la pena tornare a casa e così con la mia collega ceniamo rapidamente in un ristorante là vicino.

Ogni squadra deve scegliersi un nome, il più originale vincerà poi un premio. Noi puntiamo su un gioco di parole: il nome del nostro Master è E.MA (European Master in Human Rights and Democratisation), noi dello staff qui siamo in quattro, decidiamo quindi di chiamarci “The E.Mazing Four”, rifacendoci agli “Amazing Four”, cioè i “Fantastici Quattro”. Non siamo comunque i più originali e io personalmente darei subito il premio alla squadra che ha optato per “Pristina Aguilera”.

Avendo  nel team tre dottori di ricerca su cinque componenti partiamo senza dubbio tra i favoriti. La prima tranche di dieci domande verte sulla storia dei Balcani e infatti grazie ai nostri tre studiosi, otto risposte risultano corrette. La seconda tranche di domande sono di cultura generale: alcune sono abbastanza semplici, altre invece ci lasciano senza idee: “Cos’è che in estate è più lungo di trenta centimetri?” Nessuno sa nemmeno cosa proporre, io azzardo che possa essere Tour Eiffel, essendo di ferro magari col calore estivo si espande e si alza. Un’altra domanda è: “Qual è il paese dove gli uomini utilizzano più deodorante?” Anche in questo caso tutta la squadra non sa cosa dire. Avendo però acquisito una certa esperienza su internet per quanto riguarda le stranezze, ho imparato che molte volte queste vengono dal Giappone. Convinco i miei colleghi, che non avendo altre proposte valide accettano. Incredibile ma vero, le ho azzeccate entrambe!

La terza tranche riguarda la musica, ci fanno ascoltare dieci secondi di una canzone e noi dobbiamo indovinarne titolo e artista. Fortuna ha voluto che io e George, che si è occupato di questa tranche, abbiamo gli stessi gusti musicali: Bruce Springsteen, Blink-182, David Bowie, Queen, otto risposte su dieci le do io senza nemmeno pensarci troppo, alle altre due ci pensano due colleghe e voliamo così in testa alla classifica provvisoria. L’ultima tranche sono citazioni di film. Ci viene letta una frase e noi dobbiamo dire di che film si tratta. La fortuna mi assiste anche in questo caso e per la maggior parte vengono citate pellicole recenti e piuttosto famose, che però i miei colleghi non hanno visto: “Wingardium Leviosa” da Harry Potter, “Nuota e nuota zitto e nuota” da Alla Ricerca di Nemo, “Facciamo un pupazzo di neve” da Frozen, per le persone della mia età sono facili da indovinare. Quest’ultimo colpo di fortuna ci lancia verso una schiacciante vittoria finale, tra i complimenti dei miei colleghi che non si aspettavano questa mia performance. Insomma ho dimostrato che per vincere un pub quiz non basta avere un dottorato di ricerca

La serata finisce con uno spareggio per l’ultimo posto in cui un componente delle ultime tre squadre deve raccontare una barzelletta, la migliore vince un premio. Ad aggiudicarselo è uno studente ugandese che parla inglese con un fantastico accento africano e che si lancia in una serie di classiche “mama jokes”, le barzellette che iniziano con “tua madre è così grassa che…” o con “tua madre è così brutta che…”

Insieme ai miei due compagni colombiani torniamo a casa e qui senza tante cerimonie m’infilo sotto le coperte. Anche domani ci aspetta una levataccia, la meta è Mitrovica, a nord, una città dove ancora oggi albanesi e serbi vivono separati e gli scontri sono all’ordine del giorno.

Links:

https://it.wikipedia.org/wiki/Prizren

https://it.wikipedia.org/wiki/Kosovo_Force

Francesco Ricapito Marzo 2016