Rondini Paola

Il salto della rana

Pubblicato il: 27 ottobre 2014

“Miniature” e “I fiori di Hong Kong”, i primi due romanzi di Paola Rondini (che non ho letto), sono dei noir. Un briciolo di quel mistero che circonda ogni storia noir si è insinuato anche ne “Il salto della rana” che vero noir non è ma che lascia sospesi in una storia dalle tinte fosche che svelerà se stessa solo a tempo debito. La Rondini è molto brava a maneggiare il mistero e a muoversi con disinvoltura tra gli equivoci e le ambiguità che solo un’invenzione letteraria degna di questo nome sa generare. Non è sempre facile intuire cosa verrà dopo e leggere certi libri diventa una sfida che ogni scrittore deve saper vincere. Per quanto mi riguarda, la Rondini ha vinto meritatamente: ha saputo spiazzarmi riuscendo ad elaborare una vicenda che, fino alla fine, è quasi impossibile prevedere. Forse dipende dal fatto che non sono un’esperta né un’appassionata lettrice di thriller o forse dipende dal fatto che “Il salto della rana” è semplicemente un romanzo avvincente e godibile.

Davanti agli occhi mi apparve una striscia nera in folle movimento, una cosa grossa e scura che si muoveva convulsa con un rumore assordante. Nessuno aveva suonato il clacson o urlato, non c’erano vigili, polizia, furgoni in consegna, ambulanze, nulla. Eppure quell’auto scappava con una propulsione zigzagante.Nella scia di fotogrammi che disegnò, come un tratto di Duchamp, un particolare, invece di scorrere via con tutto il resto, rimase sospeso nell’aria: un paio di occhi neri. Un paio di occhi neri che incrociarono i miei e che la mia memoria prese in consegna immagazzinandoli in una precisa combinazione quantistica: Milano, strada deserta, civico 16“. Un evento inaspettato durante una mattinata qualsiasi. Emma sta andando a lavoro. È molto presto. “Buio. Luce“. Emma torna ad avviarsi verso l’agenzia pubblicitaria per cui lavora. C’è in ballo un grosso lavoro, la celebre “occasione della vita“, il lancio di un importante marchio di moda. Basterà trovare le parole giuste, la perfetta combinazione di suoni ed immagini affinché il prodotto abbia la sua irresistibile identità commerciale. Ed Emma è bravissima in quest’arte. Il suo capo lo sa bene per questo la manda in Arizona, lì dove sorge il Cubo, un avveniristico edificio di specchi piazzato nel bel mezzo del deserto, “un perfetto, gigantesco dado lanciato su un tappeto di roccia. Sembrava un edificio senza fondamenta, provvisorio, dimenticato, in attesa; aleggiava un senso di passaggio, di metamorfosi, come se quella struttura potesse trasformarsi in altro in qualsiasi momento“.

Prima di volare in Arizona, Emma va a trovare Rita, sua madre. Le porta una scorta gigante di Zigulì al limone perché sa che lei le adora. Rita Taddei è rimasta bellissima nonostante gli anni e nonostante quello strano disturbo che la lascia estranea a tutto ciò che la circonda. Un’assenza di sé che il professore ha spiegato bene: “Si chiama Joking disease, è un disturbo dei lobi frontali, irreversibile, senza cura. Uno scherzo lungo una vita“. Emma sa che sua madre è sempre stata e sempre sarà una donna speciale, una “bellezza nervosa con una laurea in fisica e la passione per lo yoga” che, dopo quel cancro, avrebbe continuato a comunicare col mondo solo se sollecitata nel modo giusto e solo attraverso buffe rime e giochi di parole.

Emma atterra a Phoenix in perfetto orario. Un autista la conduce al misterioso Cubo e lì, in quell’alieno, silenzioso ed asettico edificio in cui la presenza umana sembra nulla, Emma incontra Nikandros, lo stilista greco a capo del fantasmagorico progetto. Una figura di grande carisma di cui Emma subisce tutto il fascino. I due sono attratti magicamente l’uno dall’altra eppure, nonostante questa fascinazione sia profondamente sensuale, pare nascondere qualcosa di troppo confuso, visionario o insano. Emma accanto a Nikandros non riesce più a pensare lucidamente, non sa ricordare, non sa decidere. È stata drogata? È stata irretita dal creativo greco fino a perdere del tutto il contatto con se stessa?

Paola Rondini ci lascia sempre sul quel confine vago e labile tra realtà ed alienazione. In quel territorio affascinante e sconosciuto che è la nostra coscienza. La scrittrice umbra ci conduce fino al limite tra la vita e la morte, in quell’alterata vertigine che possiede la stessa consistenza dei sogni e che dei sogni potrebbe avere lo stesso principio. Accanto al bellissimo personaggio di Emma, unica parlante in prima persona di tutto il romanzo, la Rondini ha elaborato la splendida figura di sua madre Rita, seconda “eroina” del romanzo, della quale mi sono innamorata immediatamente. I personaggi maschili sono meno preponderanti e meno coinvolgenti forse perché lasciati un po’ sullo sfondo dell’intera vicenda. La lettura de “Il salto della rana” è immediata e particolarmente scorrevole. La sensazione è che sia un romanzo pensato per una platea internazionale, scritto da una donna abituata a leggere autori stranieri, americani soprattutto. Si tratta, ovviamente, solo di una mia percezione e, come tale, potrebbe non corrispondere al vero.

Edizione esaminata e brevi note

Paola Rondini è nata a Città di Castello. Si è laureata in Relazioni Internazionali presso l’Università di Firenze e per lavoro è abituata a viaggiare molto in tutto il mondo. Per Fanucci ha pubblicato due romanzi noir, “Miniature” (2007) e “I fiori di Hong Kong” (2010). “Double-Face”, un suo racconto breve, è uscito nella rivista “Flair”, un secondo, intitolato “Per Elisa”, è stato pubblicato nell’antologia “UmbriaNoir” edita da Perrone Editore. Il terzo romanzo della Rondini si intitola “Il salto della rana” ed è uscito nel 2014 per Fernandel.

Paola Rondini, “Il salto della rana“, Fernandel, Ravenna, 2014.

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