Mearini Elena

Bianca da morire

Pubblicato il: 24 maggio 2016

Lo stridore tra la materia e la forma, in “Bianca da morire”, fa quasi male. Perché la materia del romanzo di Elena Mearini è fatta di disagio giovane e ferocia latente mentre la forma (ossia le parole per esplicitare la materia) pare d’ovatta e piume. Un linguaggio che gongola nel puro lirismo. Forse troppo enfatico, persino fastidiosamente enfatico. Scrivere un romanzo come fosse opera in versi non è semplice ed il rischio di ridondanze e forzature è perennemente in agguato. Un equilibrio complicato che, per forza di cose, può sfibrare chi legge o affossarlo in una pozza di allegorie e visioni difficili da deglutire. La storia c’è e contiene risvolti tragicamente noti. A raccontarla è Bianca, la ragazzina del titolo. Bianca che non è un nome per caso ma, come ogni buon poeta sa, un nome in cui racchiudere un’essenza e un ossimoro. Bianca è davanti al suo computer, scrive e intanto si prepara ad ingoiare trenta pasticche di cinque colori diversi, sei per volta. “Mi dedicheranno un gruppo su Facebook, pieno di post sdolcinati e frasi ammirate. Daranno sfogo all’indecenza della poesia fasulla, alla bestemmia dei cuori puri. Perché quando uno crepa, diventa buono e santo“.

Ha sedici anni Bianca, un corpo che fa voltare e sbavare i ragazzini della scuola e una testa gonfia di sogni da star. Ogni luogo è un palcoscenico pronto ad essere calcato. Ogni individuo una mente pronta ad essere soggiogata. Consapevole di essere l’incarnazione dei più morbosi desideri maschili, Bianca recita la sua parte di bella ed impossibile. Regina lontana ed inarrivabile: pelle di luna, labbra di fuoco. Un ruolo da diva anni Quaranta che lei stessa si costruisce addosso, parola dopo parola, sguardo dopo sguardo. A tanta voluttuosa insolenza, così luminescente e sfacciata di fronte al mondo di fuori, corrisponde un autentico baratro di indifferenza dentro casa: “A scuola mi trattano da stella, credono alla mia luce fissa, giorno e notte sempre accesa. Le ragazze m’invidiano, gli uomini mi sognano. Occupo un posto in ogni testa, una poltrona in ogni respiro. Non corro mai il pericolo di restare in piedi. C’è sempre il mio nome nelle prime file degli altri. Eppure, a casa esisto solo nella parete di fondo. Sono la superficie a cui dare le spalle“.

A casa il teatrino di Bianca si smonta frammento dopo frammento. Perché la stella della famiglia di certo non è lei. La stella di casa è Valerio. Quel fratello a cui ogni attenzione è dovuta, quel fratello che richiama e reclama ogni diritto come prerogativa imprescindibile. Per lui i genitori stravedono un futuro da calciatore doc. Per lui mamma e papà sono pronti a rischiare, e perdere, l’anima. Per lui sì. E per Bianca? Per lei, evidentemente, non c’è granché. Al massimo un lavoro da commessa in centro. E si fa presto a mandare in fumo il sogno tutto femminile, e per questo anche piuttosto insignificante, di entrare in Accademia. Voleva diventare un’attrice, Bianca, una star capace di far sentire fiero di lei quel padre sempre troppo preso da problemi di lavoro e dagli allenamento di Valerio. “Sono convinti che diventerà un campione. Mai colpevole, lui. Sempre assolto. Pure quando insulta il mio talento e offende il mio corpo“. Bianca accusa ogni colpo, si lascia ferire da ogni ingiustizia, assorbe ogni offesa e se la chiude nel cuore. Lì dove la bestia è nata e cresce con lei. Un animale che l’adora e la consola, che la vezzeggia e la sostiene oltre ogni dubbio, oltre ogni oltraggio.

Bianca elemosina da sempre attenzioni ed affetto. Vorrebbe rapinarli a quella madre piegata dalla vita di casa, le cui passioni sono ormai divenute polvere e a quel padre imperturbabile impastato di cibo masticato male e televisione sempre accesa. Vorrebbe strappare da quegli occhi e da quelle bocche sguardi e parole capaci di farla sentire amata come è amato Valerio, ma ogni suo tentativo fallisce tra lo sconforto e la frustrazione. Allora Bianca pensa di prenderseli per forza. Vuole che sua madre e suo padre abbiano per lei amore ed altre attenzioni. Vuole brillare in casa esattamente come brilla fuori. E per ottenere ciò che desidera più di ogni altra cosa non conosce scrupoli né misura. Non risparmia menzogne né violenza. Non ripudia né ipocrisia né sangue.

La bestia che cresce con Bianca è la stessa che riempie la mente di molti adolescenti. La Mearini rappresenta un dramma che, come ho scritto prima, si ripete banalmente in molte esistenze. E le devasta. Genitori troppo poco genitori e figli che non si sentono figli. Giovani vite che vorremmo candide per convenzione sono, in realtà, piene di caos e di ferite recondite ed urlanti. Urla mute, solitamente. Grida silenti di anime troppo fragili che, per pura difesa o per semplice terrore, fanno finta di essere già grandi e svezzate. Una finzione che funziona male o per niente e che, in qualche caso, si riduce a spezzettare speranze e infrangere i sogni di adulti fin troppo distratti. C’è molta psiche in questo romanzo, c’è l’intreccio di cronache nere e inafferrabili drammi personali ma c’è anche il palpito di una società di immagini e deliri che fagocita notizie e foto e parole e menzogne e morte come fosse un mostro vorace e bulimico. Bianca è vittima tutt’altro che immacolata di un meccanismo che non sa e non può governare. Eppure lei avrebbe voluto solo un po’ d’amore.

Edizione esaminata e brevi note

Elena Mearini è nata a Milano nel 1978. Si occupa di laboratori di scrittura in comunità e centri di riabilitazione psichiatrica. Il suo primo romanzo, “360 gradi di rabbia”, esce nel 2009 per Excelsior 1881. Un paio di anni più tardi, per Perdisa pop, pubblica “Undicesimo comandamento”. Nel 2015 arriva “A testa in giù” (Morellini). La Mearini è anche autrice di due raccolte poetiche, “Dilemma di una bottiglia” (Forme Libere editore) e “Per silenzio e voce” (Marco Saya editore). Il romanzo “Bianca da morire” esce nel 2016 per Cairo Publishing.

Elena Mearini, “Bianca da morire“, Cairo Publishing, Milano, 2016.

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