Ricapito Francesco

Lo Stagista che Andò in Kosovo: Parte 8 – Mitrovica, la Minoranza Serba ed un Monumento Controverso

Pubblicato il: 28 maggio 2016

Mappa KosovoAeroporto Atatürk, Istanbul   Martedì 26 gennaio 2016

Le conseguenze del viaggio di ieri, nell’autobus con il riscaldamento rotto, si fanno sentire: la mattina mi sveglio con il raffreddore. Oggi abbiamo in programma un’altra gita fuori Pristina, stavolta a Mitrovica, nel nord del Kosovo. Miracolosamente riusciamo a partire puntuali, un’altra delle magie di di Marijana, la professoressa che ha organizzato il viaggio. Poco fuori città ci fermiamo per visitare il Gazimestan: si tratta di un monumento commemorativo della battaglia di Kosovo Polje  che si combattè nel 1389 tra una confederazione di stati serbi e gli invasori ottomani. La vittoria andò agli ottomani, tuttavia l’evento rimase per sempre impresso nella memoria collettiva dei serbi e a ciò contribuirono molto poesie e poemi epici dedicati appunto alle gesta di quel giorno.

Non è la prima volta che c’imbattiamo in questo fatto storico e l’impressione che ne ho ricavato è che si tratti di un evento controverso e il cui significato può essere interpretato in modi molto differenti. Il luogo in sé è considerato “sensibile” dalle autorità ed ecco perché è circondato da una recinzione e l’ingresso è sorvegliato da una guardia armata. Il paesaggio è innevato, macchie di vegetazione costellano il territorio intorno al monumento, costituito da una torre di circa trenta metri, costruita con pietre a vista, che le conferiscono l’aspetto di una costruzione medievale. Venne eretto nel 1953, ai tempi della Yugoslavia e la sua posizione è strategicamente in cima ad una collina a poche centinaia di metri dall’autostrada, dalla quale è ben visibile. Il nome deriva da un connubio tra l’arabo ghazi, “eroe”, e il serbo mesto, “luogo”. Uno spiazzo davanti alla torre viene usato per le commemorazioni annuali, ogni ventotto giugno. Fu qui che nel 1989, quando cadeva il seicentesimo anniversario della battaglia,  Slobodan Milosevic pronunciò un famoso discorso che passò alla storia per i forti toni nazionalistici e che secondo molSAMSUNG CAMERA PICTURESti storici fu un presagio dell’imminente collasso della Yugoslavia e della conseguente guerra civile.

Sono qui da solo una settimana ma ho già capito che nei Balcani le parole e la loro interpretazione sono spesso fondamentali per capirne la storia; quasi a sottolineare questo concetto, sul lato principale del Gazimestan sono state impresse le parole di quella che è conosciuta come la “maledizione del Kosovo”: si tratta di un passaggio di un discorso attribuito al principe Lazar, comandante in capo dell’esercito serbo durante la battaglia di Kosovo Polje . Secondo la leggenda, subito prima della battaglia, Lazar fece un discorso in cui si scagliò rabbiosamente contro coloro che avevano ignorato la sua chiamata alle armi contro l’invasore ottomano, una traduzione di queste parole potrebbe essere la seguente:

Possa colui che è serbo e nato da un serbo,

O di sangue e lignaggio serbo,

Che non corre a combattere in Kosovo,

Non avere mai eredi nati dall’amore,

Ne figli ne figlie!

Possano le sue mani seminare senza che nulla cresca,

Ne vino novello o grano dorato!

E possa egli morire nella vergogna finché i suoi figli sono ancora vivi!

Parole forti e che lasciano poco spazio all’interpretazione e impresse nel monumento in alfabeto serbo. Una porticina sul lato opposto all’iscrizione conduce all’interno della torre. Una scala in pessime condizioni corre lungo le pareti  e arriva fino in cima. Insieme ad un pugno di studenti saliamo, il panorama dall’alto sarebbe molto bello, se non fosse che molte nuvole a bassa quota bloccano la visuale in tutte le direzioni.

Respiro un’aria strana: si percepisce di essere in un luogo dove la storia ha scritto delle pagine molto importanti, ma si resta anche storditi nel riflettere sulle conseguenze che un singolo evento, e la sua successiva interpretazione, possono avere ancora a secoli di distanza. Non sono un esperto di storia balcanica, tuttavia credo che uno dei problemi del Kosovo sia la sua SAMSUNG CAMERA PICTURESstoria: questa è stata una regione storicamente in bilico tra realtà e mondi diversi, sempre tenuta in disparte e considerata secondaria e ora catapultata in un’indipendenza a lungo sognata, ma che non tutti vogliono. Vedo nel Gazimestan il peso di un passato con cui il Kosovo dovrebbe fare i conti se vuole andare avanti nel suo processo di autodeterminazione.

Ripartiamo e in meno di un’ora arriviamo a Mitrovica, una città che pochi conoscono, ma che in Kosovo è il simbolo dei problemi etnici del paese. Storicamente parlando è uno degli insediamenti più antichi della regione, già dal Medioevo si hanno notizie della sua esistenza, tuttavia gli eventi che ancora oggi influenzano la vita dei suoi abitanti e che l’hanno fatta salire all’onore delle cronache avvennero pochi anni fa, precisamente durante la guerra con la Serbia nel 1999. Tutta l’area intorno alla città fu teatro di guerriglia e scontri che coinvolsero il KLA, Kosovo Liberation Army e l’esercito serbo. Per fermare la scia di violenza la NATO mandò un contingente di 7000 soldati grazie al quale la situazione si stabilizzò e la popolazione poté tornare e cominciare a ricostruire la città devastata. A ritornare però furono sia albanesi che serbi, che prima della guerra vivevano in pace, una situazione che ora non poteva certo essere ristabilita. Come molte città, Mitrovica è attraversata da un fiume, l’Ibar, accadde quindi che gli albanesi si stabilirono  lungo la riva meridionale, mentre i serbi sulla riva settentrionale, creando una vera e propria “cortina di ferro” che aveva il fiume come confine. Scontri e provocazioni tra le due parti sono state per anni all’ordine del giorno; l’indipendenza che il Kosovo dichiarò nel 2008 non fu accolta bene dalla comunità serba di Mitrovica e una parte delle sue forze dell’ordine dichiararono addirittura di non voler prendere ordini da superiori albanesi. Oggi i rapporti si stanno lentamente normalizzando, ma il contingente militare della NATO sorveglia ancora le strade e la Serbia non sembra intenzionata a diminuire la pressione sulle regioni a nord del fiume Ibar.

La strada arriva dalla sommità di una delle colline che circondano la città, dall’alto non è diversa da molte altre, ci sono molti palazzi di recente costruzione, qualche piazza e naturalmente il famoso fiume Ibar. Arriviamo nella parte albanese, ma passando su un ponte a velocità stranamente ridotta entriamo in quella serba e qui ci fermiamo. La strada è asfaltata ma il ghiaccio semisciolto la fa sembrare sporca e fangosa, ci sono molti negozi, sia aperti che chiusi e al lato della strada una camionetta dei Carabinieri sorveglia la zona. Più avanti, allontanandosi dal ponte, appesa ad un cavo elettrico che corre da un lato all’altro della strada, vedo una bandiera serba ormai ridotta in brandelli dalle intemperie, un’immagine decisamente significativa.SAMSUNG CAMERA PICTURES

Gli incontri di questa mattina avverranno nel palazzo dell’ International Business College Mitrovica, una sorta di università. Ci sistemano in una grande sala all’ultimo piano, dalla quale c’è una bellissima visuale di tutta la città. Ad aspettarci troviamo anche un piccolo rinfresco con biscotti, salatini, patatine e bevande. Come al solito, di fronte ad un buffet gratuito, riesco a malapena a mantenere una parvenza di dignità.

La prima persona a parlare è proprio una delle responsabili dell’Università, Charlene Miller, professoressa canadese trapiantata in Kosovo. Ci spiega come quest’istituzione rappresenti una grande opportunità per tutta la città e per la sua futura riunificazione. La maggior parte degli studenti vengono dalla parte nord, ma alcuni sono della parte sud e in futuro sperano di poter aprire un’altra sede proprio nella zona sud. Non ci nasconde che le difficoltà sono molte e che, essendo questa un’istituzione molto giovane, hanno ancora dei problemi d’infrastrutture e di equipaggiamento, tuttavia i primi risultati sono stati positivi e negli ultimi anni sono anche riusciti a mandare all’estero qualcuno dei loro studenti. Dopo di lei parlano alcuni studenti in un inglese un po’ stentato e visibilmente emozionatSAMSUNG CAMERA PICTURESi. Ci danno una testimonianza genuina e sincera della situazione, che per quanto appaia calma, è ancora molto tesa. Loro sono i primi a dire di sognare il giorno in cui potranno passare il ponte senza timore.

Dopo gli studenti vengono a parlarci alcuni componenti della missione OSCE a Mitrovica: questa si occupa fondamentalmente di promuovere la collaborazione tra i due gruppi etnici e di mantenere la stabilità economica della zona. Il capo della missione è un italiano, Giacomo Bosisio. Anche il capo dell’Eulex, la missione dell’Unione Europea è un italiano e comincio a pensare che sia vero quanto mi hanno detto in molti, ossia che gli italiani nelle organizzazioni internazionali sono spesso sovra-rappresentati. Come hanno fatto i responsabili delle altre missioni incontrati nei giorni scorsi, Bosisio ci spiega quali sono le attività dell’OSCE e quali sono i risultati raggiunti. Anche lui è convinto che, sebbene la situazione sia migliorata, la presenza della comunità internazionale sarà necessaria ancora per qualche altro anno. Tra le persone che intervengono dopo di lui, c’è pure lo stagista: un “giovane” che dimostra almeno trentacinque anni e che ci racconta della sua esperienza. Bosisio prende la palla al balzo e si lancia in un lungo elogio sulle possibilità che l’OSCE offre ai giovani. La platea è interessata, fare uno stage in un’organizzazione come questa è l’obiettivo di molti, c’è però nell’aria una domanda a cui tutti stanno pensando, ma che nessuno vuole fare. In quanto attualmente stagista e quindi molto sensibile a questi temi, prendo coraggio e alzo la mano: ”Sono pienamente d’accordo che uno stage all’OSCE sia una bellissima opportunità, ma vorrei chiedere una cosa a cui immagino tutti stiano pensando, VOI PAGATE I VOSTRI STAGISTI? E se non lo fate, perché?”

Credo che se l’aspettasse e infatti non si scompone molto. Risponde che la maggior parte delle organizzazioni non può permettersi di pagare i proprio stagisti e che alla fine si tratta di un investimento che vale la pena di fare per il proprio futuro. Inoltre ricevono già moltissime candidature, se cominciassero anche a pagare gli stagisti la situazione non potrebbe che peggiorare. Avverto un sommesso mormorio di disapprovazione tra gli studenti e capisco di non essere il solo a pensare che un lavoratore vada pagato, anche se si tratta solo di uno stagista.

L’incontro termina e abbiamo un’ora libera per il pranzo. Con i colleghi ci addentriamo nella zona serba: le auto hanno targhe serbe e i passanti hanno effettivamente un aspetto diverso, con tratti somatici più simili a quelli russi o ucraini. Su suggerimento delle guide entriamo in un ristorante tradizionale serbo che si sviluppa su ben tre piani. L’arredamento mi ricorda lo stile di un’osteria “alpina”: corna di cervo alle pareti, vecchi attrezzi agricoli usati come decorazioni, corrimano in legno e tovaglie dai colori sgargianti. La maggior parte degli studenti è venuta qui, il servizio procede lento e quando ci arrivano i piatti siamo già in ritardo. Proviamo qualche specialità locale, fondamentalmente carne stufata con patate, che però non ci gustiamo per bene vista la fretta. Usciamo di corsa, per fortuna la riunione del pomeriggio si svolge letteralmente nel palazzo di fianco al ristorante, stavolta gli studenti sono divisi in piccoli gruppi, ognuno dei quali partecipa ad un incontro diverso.

Quando entriamo il nostro gruppo è già seduto e il tutto è già iniziato. Gli oratori sono quattro giovani attivisti di alcune ONG locali, il nome del centro che ci ospita è EU Information and Cultural Point, un luogo dove gli abitanti di Mitrovica possono ricevere informazioni sull’Unione Europea e i suoi programmi, soprattutto per i giovani, tra questi noto subito una ragazza: ha lineamenti chiaramente dell’est Europa ma non decisi e “quadrati” come quelli dei russi, sono più delicati, direi quasi “mediterranei”. Ha capelli corvini che le arrivano alle spalle e grandi occhi chiari. Non è un caso se l’attenzione di tutti gli uomini nella stanza, compresa la mia, è rivolta verso di lei.

Ci parlano a turno dell’attività delle loro ONG, ma ben presto la discussione si sposta sul loro punto di vista riguardo la situazione di Mitrovica e l’incontro diventa subito più interessante. Appartengono chiaramente ad una classe media istruita e consapevole della situazione, non sono dei nazionalisti. Tuttavia ci raccontano di sentirsi serbi e non kosovari: i loro documenti e la loro tessera sanitaria sono serbi per esempio. Allo stesso tempo però, la Serbia non li considera cittadini uguali agli altri e il passaporto che gli assegna è speciale, tant’è che non possono viaggiare in Europa senza bisogno del visto, come invece fanno tutti gli altri serbi. Quando menzionano la parola “speciale”, la ragazza commenta sorridendo amaramente che tutto per loro è fatto in modo “speciale”. Uno dei ragazzi ci racconta che lui va ogni giorno a lavorare nella zona sud di Mitrovica e che non ha nessun problema con i colleghi albanesi, però nei periodi in cui la tensione torna alta non si fida ad attraversare il ponte e preferisce restare a casa.

Pur non essendo nazionalisti violenti si capisce che questi ragazzi sono probabilmente cresciuti con l’influenza di una propaganda serba che vede nell’indipendenza del Kosovo il male assoluto. Da come ci presentano la situazione sembra che pensino che la Serbia riuscirà a riportare questa regione sotto la sua giurisdizione, una possibilità che nei fatti che è molto poco probabile e con tutto il tatto di cui dispongo glielo faccio notare: ormai il Kosovo è uno stato riconosciuto dalla maggior parte della comunità internazionale, i suoi confini sono stati stabiliti ed ogni cambiamento causato da azioni violente avrebbe pesanti conseguenze. Ciò nonostante  la Serbia ancora considera tutto il Kosovo come una sua regione e non rinuncia a fare tutto il possibile per destabilizzarlo e considerano Mitrovica e la regione circostante terreno fertile per provocazioni e boicottaggi.

Tuttavia ci dicono che anche il governo di Pristina ha le sue colpe. Quest’affermazione ci lascia basiti, negli ultimi giorni abbiamo spesso sentito esponenti politici affermare con orgoglio che il Kosovo è uno stato multiculturale, che la minoranza serba ha i suoi rappresentanti in Parlamento e che perfino la costituzione è scritta in due lingue. Veniamo a sapere da loro che è vero che esiste la versione in serbo della costituzione e che nelle regioni dove vivono più serbi anche i cartelli sono in due lingue, tuttavia sembra che spesso la grammatica sia sbagliata, così come la trascrizione. Tutti a Pristina avevano sorvolato su questo particolare, mi chiedo quindi se ci siano altre cose che non  sono state menzionate.

I ragazzi sembrano capire il nostro punto di vista esterno e in modo molto tranquillo ci chiedono di comprendere il loro. Non è facile venirsi incontro, abbiamo opinioni molto differenti, ma alla fine siamo tutti contenti della discussione. L’impressione che ne ricavo è che qui a Mitrovica nord le persone vivano in una sorta di limbo: politicamente parlando vivono in Kosovo, nella pratica è come se fossero in Serbia. Allo stesso tempo hanno paura di affidarsi del tutto agli albanesi e anche i serbi non li trattano come cittadini normali. Questi giovani erano solo dei bambini ai tempi della guerra, ma sicuramente ne hanno visto le conseguenze e non dev’essere facile vivere in pace con la fazione che poco tempo prima ha cercato di ucciderti e di bombardarti. Noi “occidentali” che la guerra l’abbiamo solo studiata non possiamo pienamente comprendere come mai sia così difficile superare questi ostacoli, ma la mia speranza è che questi giovani di Mitrovica riescano a trovare delle controparti anche sull’altro lato del fiume ed iniziare così un processo di normalizzazione, che farebbe tornare Mitrovica un modelli di convivenza pacifica. Mi viene in mente un battuta terribile, che prontamente comunico alla mia collega, sui serbi che dopo tutti questi anni SERBANO ancora rancore.

Esco da questo incontro profondamente arricchito e sinceramente contento della discussione. Abbiamo ancora tempo per un rapido gSAMSUNG CAMERA PICTURESiro della città: c’incamminiamo verso la chiesa ortodossa che da un collina domina sulla città. Percorriamo stradine secondarie coperte di ghiaccio, su un muro troviamo una scritta fatta con una bomboletta: “Eulex go home”, dove alla “x” sono state aggiunte delle linee che la fanno assomigliare ad una svastica. Già lo sapevo che le missioni internazionali non sono molto popolari qui in Kosovo, questo ne è una conferma.
Interessante è pure il murales che vediamo poco dopo e che raffigura il riconoscibilissimo viso di John Lennon, ormai uno dei  simboli della pace nel mondo. In un parcheggio poco più avanti troviamo una serie di vecchie auto abbandonate, reperti della Yugoslavia, una di queste assomiglia molto ad una Fiat 500.

La chiesa è piuttosto grande e non riesco a capire se sia nuova oppure restaurata di recente. Dal belvedere che la circonda possiamo osservare Mitrovica nella luce rossastra del tramonto. I palazzi nascondono alla vistSAMSUNG CAMERA PICTURESa il fiume-confine: dall’alto sembra una città come le altre, non mostra i segni della terribile divisione che la caratterizza.

Scendiamo e arriviamo al cosiddetto “New Bridge”: un ponte costruito nel 2001 che doveva rappresentare l’unione delle due zone della città e invece è finito per diventare un “termometro” delle sue tensioni. Quando queste sono basse il ponte è aperto al traffico e ai pedoni, quando invece crescono viene chiuso e sorvegliato visto che è stato spesso teatro di violenze e scontri. Quando ci arriviamo è ormai quasi buio, alcune barriere di metallo impediscono il passaggio dei veicoli, i pedoni invece possono camminare sulle passerelle laterali. Davanti al ponte vedo una camionetta dell’esercito e, a parte una striscia di asfalto, il terreno è coperto da calcinacci e pezzi di pietra messi là forse per ostacolare proteste o manifestazioni. Attraverso il ponte provando la sensazione di valicare un confine tra due stati. La struttura in sé sarebbe molto bella, linee moderne, sinuose e accattivanti, è un vero peccato che da simbolo di unificazione sia diventato strumento di misurazione della tensione.

Torniamo a Pristina veSAMSUNG CAMERA PICTURESrso le diciannove, con i miei compagni di casa e il nostro ospite andiamo a mangiare in un locale che prepara hamburger e poi raggiungiamo gli altri nello stesso pub dove siamo stati la prima sera: Marjana, la professoressa responsabile del viaggio, ha organizzato una festicciola di saluto. L’atmosfera è proprio quella tipica da “ultima sera”: tutti scattano foto con tutti, i nuovi amici si scambiano i contatti e si offrono da bere, i vecchi amici discutono delle loro impressioni, le facce sono stanche ma gli spiriti sono leggeri. Parlo per un po’ con una studentessa russa, venticinque anni, sposata con due figli, bellezza travolgente e fisico da modella. A bruciapelo e senza preavviso mi chiede:”Credi che il posto della donna sia in cucina?” Io rimango senza parole, assumo un’espressione stupita cercando di pensare ad una risposta che non mi faccia fare una brutta figura e alla fine me ne esco con un terribile “no, a meno che non sia uno chef!” Discutiamo un po’ di questo tema e le spiego che sono a favore della parità di genere, nonostante il mio occasionale maschilismo. Lei non pare credermi molto.

Il momento culminante della serata avviene quando uno degli studenti prende la parola dal palco e a nome di tutti ringrazia lo staff, per il quale hanno dei piccoli regali. A me arriva una bella calamita da frigo. Per qualche motivo che non comprendo, i colleghi mandano me sul palco a ringraziare gli studenti a nome dello staff. Cercando di limitare il mio terribile accento italiano quando parlo in inglese dico un paio di banalità divertenti e ne approfitto per ricordare a tutti che l’appuntamento per andare in aeroporto domani mattina è alle sei ma NON al monumento Newborn, bensì alla sede dell’Università. Lo ripeto lentamente tre volte, finora è andato tutto bene e non vorremmo lasciarci indietro qualche studente proprio l’ultimo giorno.

Verso mezzanotte riescMitrovica 8o a recuperare i miei compagni colombiani e torniamo a casa. Il giorno dopo ci svegliamo alle cinque e siamo tra i primi a giungere al luogo dell’appuntamento. Per fortuna arrivano quasi tutti, ci sono solo due ritardatari che prendono un taxi. Il viaggio è tranquillo, lo scalo di quattro ore ad Istanbul passa in fretta. Si tratta già del quarto scalo che faccio all’aeroporto Atatürk e ogni volta mi stupisco della bellissima varietà dei suoi passeggeri: si tratta di uno snodo fondamentale tra Europa, Asia e Africa e vi si possono veramente vedere tutti i colori del mondo. I più notevoli sono sicuramente i musulmani diretti alla Mecca per fare il pellegrinaggio obbligatorio, l’Hajj: gli uomini, in genere sulla sessantina, portano un tradizionale accappatoio bianco, ciabatte ai piedi e nient’altro. Un abbigliamento che in Europa creerebbe più di qualche imbarazzo, ma che qui è normalissima.

Torno in Italia con la netta sensazione di aver imparato moltissimo su una parte della storia contemporanea e una regione che avevo a lungo ignorato. Cerco di capire quale sia la mia opinione sul Kosovo, sulla sua situazione e sul suo futuro, ma scopro che non riesco a formulare un pensiero unico. Gli stimoli sono stati così tanti e così diversi che avrò bisogno di tempo per interiorizzarli , l’unica certezza a cui riesco ad arrivare è che il Kosovo rappresenta una grande possibilità o un potenziale fallimento. I venti di guerra non sono ancora del tutto spenti e il rancore della popolazione persiste. Riuscire a contenerlo e a creare i presupposti per una convivenza pacifica di tutte le etnie è un compito di cui la comunità internazionale si è fatta carico, ma che dovrà presto essere lasciato in mano ai kosovari, che hanno il diritto di essere padroni del loro destino. A chi mi chiederà se vale la pena andarci risponderò certamente in modo positivo: turisticamente parlando non ha molto da offrire, ma un osservatore attento e curioso può imparare tanto in Kosovo, la storia contemporanea è passata di qua e vedere con i propri occhi le cicatrici che una guerra lascia nelle persone è un’esperienza che di certo cambia la propria visione delle cose.

Links:

https://it.wikipedia.org/wiki/Kosovska_Mitrovica

https://en.wikipedia.org/wiki/New_Bridge,_Mitrovica

Francesco Ricapito Aprile 2016