Manganaro Filippo

Dynamite girl. Gabriella Antolini e gli anarchici italiani in America

Pubblicato il: 12 novembre 2013

Il 12 dicembre 2011 una bomba è esplosa fuori dall’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico. Pochi giorni più tardi è stato diffuso un comunicato col quale la “Celula Anarquista Revolucionaria Gabriella Segata Antolini/CARI-PGG” rivendicava la matrice dell’attentato. Un gruppo di anarchici messicani, dunque, è stato intitolato a Gabriella Segata Antolini o Gabriella Antolini (Segata è il cognome mal scritto del suo primo marito). Gabriella Antolini, ovviamente, era un’anarchica. Un’anarchica italiana.

A distanza di più di un anno da “Un sogno chiamato rivoluzione”, Filippo Manganaro pubblica un altro testo dedicato alla storia americana dei primi del ‘900. In questo caso, però, lo studioso e scrittore ligure si concentra su un argomento piuttosto particolare e, spesso, scarsamente affrontato: gli anarchici. Stiamo parlando dei primi nuclei anarchici nati negli Stati Uniti e, nello specifico, dei primi nuclei anarchici italiani fondati negli Stati Uniti. Conosciamo abbastanza bene la storia dell’immigrazione italiana. Sappiamo parecchio dei grandi spostamenti di persone che, tra il XIX e il XX secolo, hanno scelto di imbarcarsi per raggiungere l’America. Tantissimi italiani hanno solcato l’Atlantico con la speranza di poter lavorare e diventare ricchi. Molti ce l’hanno fatto, molti altri no.

Tra i numerosi italiani che hanno scelto gli Stati Uniti c’erano anche molti anarchici. Scrive Manganaro: “Paterson, agli inizi del Novecento, era una roccaforte anarchica italiana. In una comunità di diecimila persone erano tra i 350 e 500 i militanti ma erano almeno 4000 a mobilitarsi per comizi, manifestazioni, scioperi e feste“. Ed è proprio qui, nella cittadina di Paterson, che si erano raccolti molti tessitori del comasco e del pratese ed è sempre a Paterson che, nel 1885, viene pubblicata la rivista “La Questione Sociale”. Le rivolte contadine, artigiane ed operaie italiane di fine ‘800 si trasferirono, assieme ai lavoratori, in terra americana: contadini, operai, artigiani, sindacalisti e dirigenti politici scapparono dalla repressione italiana e diffusero idee socialiste ed anarchiche nei luoghi in cui scelsero di rifugiarsi. “Centinaia di circoli con migliaia di iscritti, centinaia di pubblicazioni con migliaia di abbonati e sottoscrittori furono il contributo italiano al durissimo scontro tra capitale e lavoro che caratterizzò la storia degli Stati Uniti da metà Ottocento e il movimento anarchico rappresentò un punto di riferimento, almeno sino agli anni venti del secolo successivo, come componente più viva della sinistra americana insieme al sindacato rivoluzionario Industrial Workers of the World (IWW)“.

L’anarchismo italiano aveva carattere prettamente maschile. Le donne, in generale, non erano particolarmente emancipate ma le donne italiane emigrate lo erano, forse, meno delle altre. L’eccezione, in questo contesto, c’è ed è rappresentata da Gabriella Antolini. “Nata il 10 settembre del 1900 a Masi Torello, nel ferrarese, emigrata a 7 anni con la famiglia e finita, una decina di anni dopo, sulle prima pagine dei giornali con l’appellativo di “Dynamite girl”“. Gli Antolini, papà Sante, mamma Maria, i figli maschi Luigi, Renato ed Alberto, le figlie Gabriella e Mafalda furono “scelti” per raggiungere la Louisiana. Partirono tutti, tranne il fratello maggiore Luigi. Nel luglio del 1907 famiglia si imbarcò sul bastimento a vapore “Algeria” che raggiunse New York venti giorni più tardi.

Gli Antolini erano come tanti italiani del “South Italy”. Gli americani non avevano per i nostri immigrati particolare rispetto: “nella classifica dell’odio xenofobo gli italiani venivano subito dopo i neri“. Italiani sporchi e violenti. Dago. Per molti americani gli italiani non erano neppure bianchi. Nelle piantagioni della Louisiana, dopo gli scioperi e le rivolte dei lavoratori neri, si era pensato di trovare nuova forza lavoro a costi bassissimi: gli italiani erano perfetti: “Abituati al clima caldo, sufficientemente miserabili da accettare condizioni che si avvicinavano quanto più possibile al buon vecchio schiavismo“. Ecco l’ambiente di vita e di lavoro che la famiglia Antolini, al pari di tante altre famiglie italiane, fu costretta ad affrontare. Dopo cinque anni di questa vita, tra uno spostamento e l’altro e dopo la morte quasi immediata di Enrico, un figlio venuto al mondo poco prima della partenza, gli Antolini tornarono in Italia. Vi restarono pochi anni, poi rientrarono negli Stati Uniti. Intanto Gabriella era cresciuta ed aveva iniziato a capire e, soprattutto, aveva iniziato a leggere.

L’avvicinamento ai movimenti anarchici da parte della Antolini sembrò quasi scontato, automatico. Era tra i cosiddetti “Galleanisti” e, seppur molto giovane, venne immediatamente considerata come una persona affidabile e capace. Proprio per questo Carlo Valdinoci, altro anarchico italiano in America, le affidò una valigia contenente 36 candelotti di dinamite. Gabriella, al tempo, aveva appena 18 anni. Salì sul treno per Chicago ma, per una combinazione di eventi e il sospetto di un addetto alla carrozza, la giovane anarchica fu scoperta ed arrestata. Fin dai primi interrogatori Gabriella iniziò ad inventarsi nomi e fatti confondendo le acque. I giornali furono colpiti dalla sua vicenda e le attribuirono quasi immediatamente il nomignolo di “Dynamite girl”. Nemmeno gli agenti del BOI (quello che poi diventerà l’FBI) riescirono a tirarle fuori nulla di concreto. “Il 21 ottobre Gabriella è condannata a 18 mesi da scontare al Missouri State Penitentiary di Jefferson City e 2000 dollari di multa. E’ il massimo della pena per il reato di trasporto di esplosivi senza l’aggravante del movente terroristico che, grazie al granitico rifiuto dell’imputata di confessare e coinvolgere altre persone, il giudice Kenesaw Mountain Landis riesce a comminare“. In carcere Gabriella ebbe modo di venire a contatto con altre anarchiche, prima tra tutte la famosa Emma Goldman.

Il libro di Manganaro è un attento e ben strutturato excursus nel mondo anarchico americano del primo ‘900. In realtà le pagine dedicate alla vita e alle “imprese” di Gabriella Antolini sono relativamente poche. Ed è un peccato. Da un libro intitolato “Dynamite girl” mi aspettavo molta più attenzione e molto più spazio alla figura della Antolini. Non una biografia in senso stretto, ma comunque qualcosa di simile. In realtà Manganaro dedica buonissima parte del suo saggio alla ricostruzione delle vicende anarchiche del tempo, agli attentanti e alle repressioni, alle insurrezioni e agli arresti. Fa riferimento a una serie molto corposa di personaggi e di accadimenti che, probabilmente, pochi studiosi italiani hanno approfondito in maniera tanto minuziosa ed accurata. Riconosco, quindi, a Filippo Manganaro il merito di essersi cimentato in un’opera originale, storicamente e politicamente importante, eppure rimane il cruccio di non aver trovato, in questo libro, tutto quello che, forse, si sarebbe potuto raccontare e spiegare di Gabriella Antolini. Perché è a lei, ” Dynamite girl”, che si fa esplicito riferimento nel titolo ed è di lei che, più di tutto, avrei voluto leggere.

Edizione esaminata e brevi note

Filippo Manganaro è nato ad Arenzano, provincia di Genova, nel 1955. Nel 2004, per Odradek, ha pubblicato il libro “Senza patto né legge, antagonismo operaio negli Stati Uniti”. Il suo maggiore interesse è rappresentato dallo studio della storia degli Stati Uniti con grande attenzione alle lotte sociali e sindacali e alla questione migratoria. Nel 2012 ha pubblicato “Un sogno chiamato rivoluzione”, nel 2013 “Dynamite girl. Gabriella Antolini e gli anarchici italiani in America”, entrambi per i tipi di Nova Delphi.

Filippo Manganaro, “Dynamite girl. Gabriella Antolini e gli anarchici italiani in America“, Nova Delphi, Roma, 2013.

Pagine Internet su Filippo Manganaro: Scheda Nova Delphi

Pagine Internet su Gabriella Antolini: Latfmanarchists / Editors’ Notes