Morgan Bill

Io celebro me stesso. La vita quasi privata di Allen Ginsberg

Pubblicato il: 11 luglio 2016

È la più completa ed estesa biografia di Allen Ginsberg che io conosca. Praticamente segue Allen dalla nascita alla morte, regalandoci la sua vita in diretta come se fossimo lì vicino a lui a viverla. Non c’è dettaglio che venga trascurato da parte di Bill Morgan, nomi di persone note e sconosciute che Allen ha incontrato una sola volta o frequentato, studi, lavori fatti per mantenersi sia quando era uno studente della Columbia timido e impacciato nei rapporti con le persone, sia quando con la pubblicazione di Urlo cominciò la sua lunga carriera di star della poesia americana. Una parte importante della biografia è dedicata al lungo, doloroso processo attraverso il quale Allen arriverà ad accettare finalmente e definitivamente la propria omosessualità, e al rapporto conflittuale ma mai interrotto con Peter Orlovsky.
Sul piano poetico assistiamo ai suoi primi tentativi culminati nelle prime improvvisazioni che diedero vita ad Urlo, quando Allen trova la sua vera voce poetica. Viene dato anche ampio spazio ai suoi tentativi di far pubblicare le opere degli amici Kerouac e Burroughs. Nel ’56 quando già Urlo era stato pubblicato dalla City Lights di Ferlinghetti, mentre si trovava a New York Allen visitò tutte le più importanti case editrici e si stupiva amaramente che nessuna di loro capisse il genio di Kerouac e Burroughs. Impressionante in questo senso anche l’opera di networking che Allen intraprese tra i poeti delle due coste e l’infaticabile aiuto che profuse per tutta la sua vita nei confronti di poeti poco conosciuti.
Il 1958 fu l’anno del processo a Urlo per oscenità che rese famoso Ginsberg. Tutti gli chiedevano readings e lui acconsentiva con piacere esaltato dall’idea di essere diventato famoso. Da quell’anno in poi Ginsberg leggerà le sue poesie in tutta l’America e anche in tante altre parti del mondo migliaia di volte. Intanto procedeva con la stesura del poema Kaddish dedicato alla madre morta Naomi; è l’opera più bella di Ginsberg, anche lui la considerava la sua creazione migliore. Il ’61 è l’anno dell’incontro con Fernanda Pivano, la prima a tradurre e far conoscere le opere di Ginsberg in Italia ( e anche di Kerouac ). Poi ci sono gli innumerevoli viaggi in Europa, Asia, Africa. Importantissimo per Ginsberg l’anno passato con Orlovdky in India nel ’62.
Il ’67 è l’anno dell'”Human be in” di San Francisco, il primo raduno hippy della storia americana. Ginsberg fu uno dei protagonisti della giornata, insieme a Gary Snyder,che lo introdurrà al buddismo, disciplina che divenne una costante nella vita di Ginsberg dopo l’incontro con il Lama tibetano Chogyam Trungpa Rinpoche. Nel ’68 morì Neal Cassady, il grande amore giovanile di Allen; con il cuore gonfio di dolore scrisse la bellissima Elegia per Neal. Nello stesso anno il poeta mette a frutto i suoi guadagni che sono ormai cospicui comprando una fattoria a Cherry Walley e va a Chicago per partecipare alla marcia durante la Convention nazionale dei democratici, che purtroppo non avvenne pacificamente. Allo scopo di calmare gli animi dei manifestanti e dei poliziotti il 25 Agosto intonò al Lincoln Park il mantra “OM” per sette ore e mezzo, fino a perdere la voce. Questa esperienza lo incoraggerà a fondare insieme a Trungpa l’Università buddista di Boulder, il Naropa Institute. Con lui imparerà a meditare e a improvvisare durante i suoi readings accompagnandosi con l’armonium che aveva comprato in India. Inoltre insieme a lui fonderà nel 1974 una scuola di scrittura dedicata a Jack Keoruac (morto nel 1969) all’interno del Naropa, la Jack Kerouac School of Disembodied Poetic. Per molto tempo Allen vi insegnò scrittura per nove mesi all’anno gratis.
Negli anni ’80 cominciò ad avere seri problemi di salute per il cuore e per il diabete. Ma non cambiò le sue abitudini di vita, insegnamento, readings, viaggi, avventure erotiche, litigi con Peter Orlovsky.
Nel Marzo del ’97 gli fu diagnosticato un cancro al fegato, senza speranza di sopravvivenza. Appena gli fu possibile chiamò tutti i suoi amici al telefono per salutarli. Alle 2,30 del 5 Aprile Allen smise di respirare. Per le successive 24 ore riti buddisti accompagnarono l’uscita di Allen da questo mondo. Vari amici si erano radunato al suo capezzale fin dal giorno precedente e senza toccarlo secondo l’usanza tibetana, si avvicinarono per vedere il suo corpo e porgergli un ultimo saluto.

Conclusioni personali

Leggendo le 600 pagine di questa biografia, che in buona parte è un lunghissimo elenco di centinaia di persone che Ginsberg ha incontrato, con cui ha discusso di poesia e politica, con cui ha fatto sesso e viaggiato, si ha la netta impressione (io almeno l’ho avuta) che ogni minuto della sua vita egli l’abbia vissuta in maniera totale e intensa, come se ogni volta quel volto, quella strada d’Italia o dell’India siano state pietre miliari della sua evoluzione di poeta ed essere umano, due condizioni che in Allen coincidevano. Dovunque andasse, con chiunque avesse un rapporto sessuale, Allen ne scriveva perché nulla era più importante di qualcos’altro. E questo per me è bellissimo, è un grande insegnamento di vita. Aver messo in evidenza questo coincidere di poesia e vita, vita giocosa o vita disperata, ecco cosa rende affascinante questa biografia. Naturalmente questo è possibile coglierlo se si conoscono le sue poesie o almeno alcune, prima fra tutte la meravigliosa Kaddish. Per chi come me ama le poesie di Ginsberg la sua vita raccontata da Bill Morgan assume un significato particolare che illumina e spiega quelle poesie.

Dianella Bardelli

Edizione esaminata e brevi note

Morgan Bill, Io celebro me stesso, Milano, Il Saggiatore, 2010, traduzione di Francesco Pacifico, prefazione e introduzione di Bill Morgan
Prima edizione: Bill Morgan,  I Celebrate Myself: The Somewhat Private Life of Allen Ginsberg, New York, Viking, 2006

Recensione a cura di Dianella Bardelli

10/7/2016