Romano Lalla

Maria

Pubblicato il: 12 marzo 2013

La prima suggestione che ho avuto leggendo “Maria” mi ha riportato ad un altro romanzo che ho amato molto: “La porta” di Magda Szabó. Entrambi i libri sono stati scritti da due autrici di enorme talento, entrambe le protagoniste sono delle “serve” ed in entrambe le storie la narrazione è affidata alla voce della “padrona di casa”. Tra la Maria della Romano e la Emerenc della Szabó, però, ci sono differenze abissali che, in ogni caso, rendono entrambe le letture particolarmente degne di attenzione.

Maria è una storia vera. Ho veramente conosciuto la Maria del libro; Maria ha vissuto molti anni nella mia casa, io l’ho visitata spesso nella sua, al suo paese. […] che cosa mi ha indotto a scrivere codesta storia di Maria? Forse mi è parsa straordinaria? Sì, mi è parsa straordinaria. Ma per mettere subito in chiaro le cose devo dire che io trovo straordinario ciò che è semplice, schietto, puro; il che d’altronde suole apparire comune a chi non ha gusto per queste rare qualità; anzi, non le considera nemmeno“. E’ con queste parole che Lalla Romano introduce il suo primo romanzo. Un libro pubblicato, per la prima volta, nel 1953 ne “I Gettoni” di Einaudi. E fu subito un clamoroso successo riconosciuto da grandi nomi della letteratura italiana: Vittorini, Contini, Longhi, Montale.

Lalla Romano conferma che in “Maria” si racconta una storia vera e, quindi, in questo romanzo c’è molto di autobiografico. Maria è una domestica la cui presenza sembra assodata fin da subito: “Quando entrammo nella nostra casa, c’era già Maria“. Una persona discreta, garbata, rispettosa. Maria viene dalla campagna piemontese. Non ha marito né figli. Però ha una famiglia numerosa e vari nipoti dei quali si preoccupa costantemente. Fin da subito tra la “signora” piccolo-borghese e la “serva” contadina si instaura un rapporto di simpatia e comprensione. Una comprensione che prevede, come intuibile, il contatto tra due universi che fondano le loro radici in principi diversi ma non inconciliabili.

Il legame più profondo che Maria stabilisce all’interno della famiglia è quello con il bambino che nascerà da lì a poco. Tra la domestica e il piccolo di casa viene a generarsi un affetto fatto di complicità e piccoli segreti che nessuno, negli anni, potrà mutare né intaccare in alcun modo. Gli episodi vengono snocciolati dalla Romano con semplicità, uno dopo l’altro, e ci permettono di osservare i mutamenti di una famiglia e quelli della Storia che, però, restano solo sullo sfondo, a notevole distanza. Attorno alla figura di Maria viene così a comporsi, pagina dopo pagina, un corollario di personaggi che, in maniera più o meno importante, rientrano nella sua vita e, di riflesso, in quella della famiglia per cui lavora: il fratello Giacomo, sua moglie Anna, i nipoti Giuseppe e Fredo, le amiche Lucia e Vittoria, oppure il vecchio Barba.

La scrittura della Romano è fatta di frasi brevi e nitide contraddistinte dalla presenza di una punteggiatura minuziosa, quasi pedante. Una frammentazione che sembra dover sospendere continuamente la lettura per poi richiamarla immediatamente a sé. Il testo è disseminato di una quantità impressionante di virgole e di punti che scandiscono un ritmo che si fa sincopato, eseguito in passaggi minimi, essenziali, scarni.

Tutto è visto con gli occhi di chi parla e chi parla non coincide con Maria, la protagonista. E in questo spostamento di visuale narrativa non si può non percepire l’infinito rispetto col quale Lalla Romano si avvicina ai suoi personaggi, un riserbo che non le concede di insinuarsi mai nelle loro sfere più intime, che la lascia ad una certa distanza senza però trasmettere freddezza o distacco. La quotidianità della vita procede in “Maria” lungo un circuito spesso fin troppo malinconico. Maria vive senza nascondimenti le sue tristezze e le sue paure. Viene da un mondo in cui le regole sono poche e rigide, in cui la religiosità impregna ogni atto e in cui la povertà appare solida ed invincibile. Gioisce con dignità delle cose piccole e si inquieta con altrettanto candore. E’ una figura minuta, scarna, sfuggente. Metterla al centro di un romanzo sembra il modo più intelligente e fiero per renderla essenziale.

Edizione esaminata e brevi note

Lalla (Graziella) Romano è nata a Demonte (Cuneo) nel 1906. E’ stata poetessa, scrittrice, pittrice e giornalista. Per diversi anni il suo interesse più importante è stato l’arte pittorica. Dopo la laurea in Lettere, la Romano lavora presso la biblioteca di Cuneo e, più tardi, diventa insegnante di Storia dell’Arte. Il suo primo libro viene pubblicato nel 1941. Si tratta di una raccolta di poesie intitolata “Fiore”. Nel 1951 pubblica “Le metamorfosi”, brevi testi in prosa, e nel 1953 arriva il primo romanzo: “Maria”. Negli anni seguenti escono altri libri di poesie ed altri romanzi ma il libro che le darà maggior successo è “Le parole tra noi leggere” del 1969 col quale Lalla Romano si aggiudica il Premio Strega. Nel 1973 pubblica “L’ospite” ma in questi anni la Romano è anche un’assidua presenza giornalistica su importanti quotidiani italiani. Nel 1976 viene eletta consigliere del Comune di Milano ma si dimette poco dopo. Negli anni ’80 e ’90 vengono pubblicati vari altri libri: “Inseparabile”, “La treccia di Tatiana”, “Nei mari estremi”, Un sogno del Nord”, “Le lune di Hvar”, “Un caso di coscienza”. Con il procedere dell’età la Romano viene afflitta da una malattia agli occhi. Il suo ultimo libro si intitola “Diario ultimo” e viene pubblicato, postumo, nel 2006. Lalla Romano muore nel giugno del 2001 a Milano.

Lalla Romano, “Maria“, Einaudi, Torino, 1995. Postfazione di Giorgio Zampa.

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