Couto Mia

Il dono del viandante e altri racconti

Pubblicato il: 21 gennaio 2013

Di recente ho scoperto che nei paraggi c’è una nuova libreria. E’ stata inaugurata poco prima dello scorso Natale. Un buon segno, mi dico, considerando la fase storica e le difficoltà che tante librerie stanno vivendo. La libraia è una mia vecchia conoscenza. Entro, faccio un giro e prenoto un libro: “Il dono del viandante” di Mia Couto. Passo a prenderlo qualche giorno più tardi e lo divoro in una serata. Non mi sorprende: Mia Couto conferma di essere uno degli scrittori migliori che conosca. In tutto ciò che scrive, inclusa questa raccolta di racconti, riesce ad iniettare magia, poesia, incanto, verità, nostalgie, tragedie e visioni. Ne “Il dono del viandante”, in un centinaio di pagine, sono raccolti ventidue racconti. Brevi, brevissimi. Eppure in ognuno c’è tutta la potenza di una scrittura che non smette di stregarmi.

La vecchia piegò le gambe come se piegasse i secoli. Soffriva di mal di terra, e sempre più spesso si lasciava andare a scadimenti. Cercava riparo nella polvere, forse per abituarsi alla fossa, nella subficie del mondo“. Con questo incipit prende il via il primo racconto, “La lettera”. Cacilda, questo il nome della vecchia, si fa leggere ogni volta che può l’unica lettera che suo figlio Esequiel le ha scritto dopo essere partito per andare in guerra. Sono trascorsi anni, la lettera è sempre la stessa, un “foglietto piegato in mille untumi” ma lo scrittore, ogni volta che la legge, trae da quella missiva una lettera diversa per l’anziana ascolta con passione. E Calcida è solo una delle tante magiche figure che popolano questi racconti. Molte sono anziani, altri bambini, pochissimi adulti. C’è Frenata, l’uomo che per tanti anni ha custodito il passaggio a livello. Poi, divenuto cieco, è tornato “alla prima pietra, in un posto dove non avevano mai ascoltato l’ululo dei treni” ma, nonostante, questo continua a immaginare che un giorno tornerà a vedere lo locomotive. A loro si aggiunge anche la nonna che, condotta nella bella casa cittadina di suo figlio, si avventa contro la TV che trasmette le immagini della guerra: “la vecchia lanciò il suo pesante bastone contro l’apparecchio televisivo. Lo schermo andò in frantumi, i vetri scintillarono sul tappeto. I banditi si spensero, non restò altro che un fumo rettangolare. – Li ho uccisi, quei maledetti – gridò la nonna“.

Non può mancare la delicatezza e il mistero di storie dal sapore di fiaba. Come accade, ad esempio, ne “L’ascensione di João Bate-Certo” che, proprio come accade nella famosa favola “Jack e la pianta di fagioli”, costruisce una lunghissima scala verso il cielo da dove riesce a portare sulla terra “braccia cariche di nuvole a mazzi“. Qualcosa di magico e leggendario si muove anche in “Januário, o meglio: Januário”. Januário è un barcaiolo che trasporta da sempre cose e persone sulla sua zattera da una sponda all’altra del fiume. Un giorno iniziano a costruire un ponte. Januário rimane impassibile anche se quel ponte gli avrebbe tolto il lavoro. Poco prima dell’inaugurazione, però, arrivano piogge violente e la gente “con l’anima alla finestra” giura di aver visto scagliarsi contro il ponte un branco di ippopotami. “E sulla groppa del capofila, Januário, ossesso spossessato“.

Il racconto che ho amato di più si intitola “Il figlio della morte (Nel campo profughi)”. Una donna incinta è morta in un luogo in cui “non c’è più forza per seppellire nessuno” dà alla luce un bambino. Gli altri profughi guardano il corpicino ma non si muovono: “quel bimbo era nato dalla foce verso la sorgente, in un’esecuzione rovesciata e di malaugurio“. Tutti se ne discostano. Tutti, tranne Tazarina la menomata, la pazza, magra da sembrare nuda. Tarazina offre il suo grembo al bambino e lui cerca il suo seno. E Tazarina si tramuta e, come per una magia inspiegabile ed ancestrale, diviene madre. “Perché ogni bambino nato fa nascere da una rispettiva donna una madre. Così ogni nuovo essere triplica il numero dei viventi. E’ il figlio, alla fine, che dà alla luce sua madre“.

Mia Couto, come accade in ogni altra opera che ho avuto modo di leggere, riesce a catturare l’anima. Sa condurre chi legge in un universo che è al tempo stesso seducente e malinconico, prodigioso ed inquietante. La sua scrittura racchiude una poetica che è solo sua. Ricorre di tanto in tanto all’utilizzo di parole che inventa di sana pianta e che, probabilmente, rappresentano un discreto scoglio per chi deve tradurle. Giochi verbali che fanno parte integrante del tessuto dei suoi scritti. Inizialmente possono apparire come delle forzature linguistiche, ma dopo un po’ ci si rende conto che non è così perché tali “invenzioni” vengono inglobate con estrema naturalezza all’interno del testo.

Edizione esaminata e brevi note

Mia Couto, in realtà, si chiama António Emílio Leite Couto. E’ nato a Beira, in Mozambico, nel 1955. Il nome “Mia” era usato da suo fratello minore e, in seguito, lo scrittore lo ha scelto come nome d’arte. Couto è considerato uno dei più grandi scrittori contemporanei in lingua portoghese. Dopo aver abbandonato gli studi di Medicina, Mia Couto si è dedicato al giornalismo e alla letteratura ma, più tardi, ha comunque scelto di laurearsi in Biologia. Ha esordito come poeta nel 1980, si è poi dedicato ai racconti per approdare al romanzo. Tra le sue opere tradotte anche in Italia ricordiamo “Terra sonnambula” (Guanda 2002), “Sotto l’albero del frangipani” (Guanda 2002), “Un fiume chiamato tempo, una casa chiamata terra” (Guanda 2005), “Ogni uomo è una razza” (Ibis, 2006), “Perle” (Quarup, 2011), “Veleni di Dio, medicine del diavolo” (Voland 2011).

Mia Couto, “Il dono del viandante e altri racconti“, Ibis, Como – Pavia, 1998. Traduzione dal portoghese di Vincenzo Barca. Titolo originale: “Cronicando” (1991).

Pagine Internet su Mia Couto: Wikipedia / Merlin Litag (scheda)