Rodoreda Mercè

Via delle Camelie

Pubblicato il: 21 dicembre 2012

“Via delle Camelie” è uno dei miei libri ad occhi chiusi. Ossia uno di quei libri che ho scelto ed acquistato senza sapere nulla. Mi ha colpito l’immagine di copertina. Mi ha colpito il nome di una scrittrice che non conoscevo. Mi ha colpito il titolo che porta con sé il nome di un fiore. Tutto qui. Una scatola chiusa ed intatta che, fortunatamente, racchiude interessanti sorprese. Perché la Rovereda, a me del tutto sconosciuta fino ad oggi, si è rivelata una scrittrice affascinante che non potrò non riprendere ed approfondire ulteriormente. Il suo scrivere spedito si concretizza nel monologo ininterrotto di Cecília, la protagonista di “Via delle Camelie”. Una narrazione vorticosamente soggettiva che non lascia spazio a null’altro che allo sguardo, ai sensi, ai pensieri e ai tormenti di chi parla. Tutto il resto non c’è e, se c’è, è filtrato o mediato da chi parla. Una forza centripeta che ingloba persino i dialoghi e li schiaccia in una linearità asciutta ed essenziale che, in molti casi, sa diventare persino poetica.

Cecília è un fagottino abbandonato da qualcuno davanti ad una casa. “Mi lasciarono in via delle Camelie, vicino al cancello di un giardino, e il vigilante mi trovò la mattina dopo. I signori di quella casa volevano tenermi, ma lì per lì non sapevano che fare: se prendermi o affidarmi alle monache. Li conquistai con il mio modo di ridere, e dato che erano anziani e non avevano figli mi raccolsero. Una vicina disse che forse mio padre era un delinquente e che prendersi una creatura sconosciuta era una bella responsabilità. Il signore lasciò le donne a chiacchierare, mi tirò su, sporca com’ero e con il biglietto ancora appuntato sul petto, e mi portò a vedere i fiori…“.

Cecília Ce: questo il nome scritto da qualcuno sul biglietto appuntato sul petto e così viene segnata sul registro. Cecília viene cresciuta dalla coppia di anziani coniugi che la raccoglie. Non è una bambina facile e i suoi genitori adottivi sono fin troppo premurosi. Si ammala spesso. Le sue fughe da casa sono diverse. I suoi tentativi di appiccare incendi anche. Cecília cresce e va via. Le piace vagare per la città di Barcellona. Lo ha sempre fatto fin da bambina: senza una meta, senza un motivo. Si allontana con Eusebi, un giovane che torna dalla guerra e che la porta a vivere in una baracca. Cecília sembra innamorarsi fin troppo facilmente e, dopo l’arresto di Eusebi, va a vivere in un’altra baracca assieme al bellissimo gessaio Andrés che muore sputando sangue. Dopo c’è Cosme, il locandiere geloso e violento, poi Marc, il giovanotto già sposato che le insegna a fumare e che la porta a vivere in un appartamento a metà. “C’erano giorni che Marc mi piaceva e ne ero innamorata e pensavo che forse avremmo potuto sposarci perché sua moglie sarebbe morta. Ma ce n’erano altri che mi dava l’angoscia, e me lo guardavo quando era distratto e pensavo a che cosa doveva passargli per la testa, cose buone o cose cattive“. E dopo Marc altri ancora.

Tra un uomo e l’altro Cecília conosce la fame, il freddo, la prostituzione sulla Rambla, aborti e sofferenze. Il vuoto abissale che si porta dentro fin da piccola, però, non sembra destinato a dover essere mai colmato. Le tante braccia maschili nelle quali tenta di perdersi e di trovare amore e consolazione sono solo delle fugaci e sempre inadeguate panacee. I suoi compagni sono vie di fuga o mali necessari, in ogni caso uomini sempre e comunque meschini e spregevoli che la trattano come un oggetto di proprietà: Cecília è l’amante tacita e consenziente che si lascia mantenere e rimane nascosta altrove. Ma Cecília, nonostante tutto, non si fa sottomettere totalmente. Arriva sempre, per lei, il tempo della ribellione e della separazione.

“Via delle Camelie” è un romanzo desolato, disseminato di immagini e simboli tragici, a volte persino lugubri. La solitudine che Cecília incarna non sembra poter trovare sollievo se non attraverso un casuale, affranto ma necessario ritorno al passato. Al profumo invadente e dolcissimo dei tigli, lo stesso profumo che abitava i luoghi della sua infanzia.

Edizione esaminata e brevi note

Mercè Rodoreda nasce a Barcellona nel 1909. Il nonno materno le trasmette, fin da piccola, un grande amore per la Catalogna. A vent’anni Mercè sposa suo zio di quattordici anni più grande di lei. Un matrimonio da cui nascerà il suo unico figlio, Jordi. La Rodoreda inizia a scrivere durante i primi anni di matrimonio ma più tardi rinnegherà i suoi primi quattro romanzi, fatta eccezione per “Aloma” che riscrive quasi completamente nel 1969. La scrittrice catalana ha un ruolo piuttosto rilevante nella vita politica del suo paese. Fa parte del Commissariato di Propaganda della Giunta di Catalogna anche se continua a scrivere e a pubblicare i suoi libri. Nel 1937 si separa da suo marito. Durante la dittatura di Franco, Mercé Rovereda è costretta all’esilio a Ginevra. Nel 1962 arriva il suo romanzo più noto, “La piazza del Diamante”, grazie al quale viene considerata la più importante scrittrice catalana. Nel 1966 pubblica “Via delle Camelie” e l’anno dopo “Il giardino sul mare”. La Rovereda torna in Spagna nel 1972, al termine della dittatura franchista. Negli anni a seguire pubblica “Specchio rotto”, i racconti di “Viaggi e fiori” e “Quanta, quanta guerra”. Mercè Rodoreda muore per un cancro nell’aprile del 1983 nella città di Girona.

Mercè Rodoreda, “Via delle Camelie“, Beat Edizioni, Milano, 2011. Prima edizione La Nuova Frontiera, Roma, 2009. Traduzione dal catalano di Giuseppe Tavani. Titolo originale: “El carrer de les camèlies” (1966).

Pagine Internet su Mercè Rodoreda: Fundació Mercè Rodoreda / Scheda “lletrA” / Scheda “Escriptors en llengua catalana” / Wikipedia