Ricapito Francesco

Reportage dall’Azerbaigian: Ateshgah, il Tempio del Fuoco

Pubblicato il: 3 dicembre 2014

Azerbaigian mappa

La penisola di Absheron, sulla quale sorge Baku, è un luogo ricolmo di storia: per secoli ha rappresentato un punto di passaggio per il commercio e per i viaggiatori sia dall’Europa che dall’Estremo Oriente. Oggi la penisola porta chiaramente i segni di uno sfruttamento selvaggio e indisciplinato delle sue risorse di gas e petrolio. Alcuni tra i primi pozzi petroliferi del mondo vennero scavati in questa zona verso la metà dell’Ottocento e pochi sanno che tra i primi arrivati qui per sfruttarne le risorse vi furono anche i fratelli Nobel, che proprio qui costruirono la loro fortuna. Anche se segnata irrimediabilmente dallo sfruttamento, la penisola nasconde, tra un pozzo di petrolio e l’altro, piccole perle di gran valore storico e culturale. Una delle più famose è sicuramente Ateshgah, nome di origine persiana che può essere tradotto come casa del fuoco. Insieme a Yanar Daĝ, la “montagna di fuoco”, si tratta della principale attrazione turistica della penisola. Si trova nel piccolo paese di Suraxani, ad est di Baku, ed è un antico luogo di culto dove si trovano degli sfiatatoi di gas naturale su cui è stato costruito un piccolo tempio. Ci si può arrivare comodamente con mezzi pubblici. L’autobus più rapido è il numero 184 e parte da Qara Qarayev, una delle stazioni della linea rossa della metropolitana. In circa mezz’ora si arriva a Suraxani, un villaggio dall’aspetto abbastanza triste ai limiti della periferia di Baku. Il capolinea dell’autobus è davanti ad una piccola stazione ferroviaria dall’aria abbandonata. Il tempio si trova a due minuti di cammino dalla stazione, trovarlo è facile ma anche se non riuscite subito ad orientarvi, gli abitanti del luogo, abituati a vedere persone che vengono qui a visitare il tempio, vi indicheranno gentilmente in quale direzione andare.

Attorno al tempio si trova una specie di cinta muraria di recente costruzione, due arcate piuttosto grandi fungono da ingresso in un largo cortile pavimentato con sanpietrini. All’interno di questa prima cinta di mura si trova il complesso vero e proprio, delimitato da un’altra piccola cinta muraria dello stesso stile di quella esterna, ma chiaramente più vecchia. Tra la prima e la seconda serie di mura si trova un edificio che sembra essere un ristorante o un centro congressi. L’entrata al tempio è sulla destra, la biglietteria si trova di fianco al portone. Il biglietto costa tre manat (tre euro), quattro se volete fare delle foto e sette se desiderate una guida. Come nel caso di Yanar Daĝ, questo luogo è diventato celebre a causa delle fiamme spontanee che scaturivano dal terreno grazie ad un giacimento di gas naturale nel sottosuolo. Tuttavia, al contrario di Yanar Daĝ, in cui le fiamme hanno iniziato a bruciare solo negli anni Cinquanta qui il fuoco si accese secoli fa. La storia del luogo non è ben chiara, esistono documenti storici che attestano come già dal X secolo qui ci fossero degli adoratori del fuoco che vivevano intorno al sito. Di sicuro il luogo venne venerato per secoli dai seguaci dello Zoroastrismo, religione che considerava il fuoco un elemento sacro. Tuttavia gli edifici che compongono il complesso vennero costruiti nel XVIII secolo da mercanti indiani di religione induista. Il sito continuò ad essere un luogo di culto e pellegrinaggio fino al 1879, quando cominciò lo sfruttamento delle risorse petrolifere della zona e le fiamme del tempio vennero considerate uno spreco di risorse. Ateshgah venne acquistato dalla Baku Oil Company, le fiamme vennero spente e il sito venne chiuso ai visitatori. A quanto pare le fiamme si estinsero definitivamente nel 1969. Oggi le vampe sono state ripristinate con una condotta sotterranea che porta il gas direttamente da Baku. Una volta entrati dalla porta si arriva in un cortile al cui centro si trova un piccolo tempio cubico con quattro piccole arcate.

Sulla sommità si trova una piccola cupola in stile indiano e ai lati ci sono quattro piccoli caminetti rettangolari. Al centro di questo piccolo tempio c’è il braciere con il fuoco. Per i turisti sono state allestite alcune passerelle che corrono intorno all’edificio. Seguendo le mura, una porta al tempio e ci si può così avvicinare alle fiamme per fare qualche foto. Per tutto il sito si aggirano le guide, tutte donne, che vi guarderanno male se avete scelto di non volere la loro assistenza. Vi sono pure un paio di gatti che sonnecchiano pacificamente sulle vecchie pietre nel cortile. Un altro piccolo braciere si trova a poca distanza dal tempio centrale, ma probabilmente viene acceso solo in alta stagione quando ci sono più turisti e lo stesso vale per i quattro piccoli caminetti sulla sommità del tempio. Seguendo le passerelle che corrono intorno al cortile si passa di fianco a piccole porticine che introducono a stanze che una volta ospitavano i pellegrini, spesso dediti a forme estreme di ascetismo. Alcune di queste pratiche sono illustrate da inquietanti manichini collocati nelle stanze stesse, umide, fredde e poco illuminate, in modo da creare un’atmosfera di sacralità e di mistero.

L’architettura del complesso ricorda lo stile indiano, ma allo stesso tempo ha la stessa caratteristica di altri antichi edifici della penisola di Abseron, e cioè di sembrare costruita con la sabbia. Il tipico colore beige chiaro e il fatto che da lontano i limiti tra un mattone e l’altro non siano immediatamente distinguibili fanno in modo che il complesso assomigli molto ai castelli di sabbia costruiti nelle spiagge. Ancor più bizzarro ed inquietante è vedere spuntare oltre le mura le sommità delle torri di trivellazione che si trovano a poca distanza dal sito. Anche se oggi la triste verità è che le fiamme vengono alimentate da una condotta artificiale, Ateshgah rappresenta pur sempre un luogo di una certa importanza storica e culturale. Si tratta di uno dei siti archeologici più importanti e meglio conservati di tutto il paese e la sua storia ne fa sicuramente un luogo pieno di fascino. Se non siete convinti che valga la pena venire fino a qui da Baku solo per vedere questo piccolo luogo di culto con al centro una fiamma artificiale, allora dovreste fare una rapida camminata nelle vicinanze del tempio, proprio nella direzione in cui si vedono le torri di trivellazione: tornando al capolinea dell’autobus, girate a destra lungo la strada sterrata che corre parallela alla ferrovia. Dopo appena cinquanta metri, in mezzo alle numerose case, vi ritroverete davanti ad un pozzo petrolifero funzionante.

La pompa, di quelle classiche che si vedono nei film o nei telegiornali, si muove lentamente su e giù non facendo quasi nessun rumore. Come tutte le pompe della zona è dipinta di blu chiaro e rosso ed è sovrastata da una torre metallica di circa venti metri. Intorno al pozzo si possono vedere nere chiazze di petrolio che è uscito da qualche perdita nelle tubature. Sembrerà strano ma c’è un certo fascino in un pozzo petrolifero circondato da abitazioni. È qualcosa che noi fatichiamo a immaginare ma che esiste. Se questo vi pare già abbastanza brutto e squallido, meglio che torniate a prendere l’autobus. Se invece non ne avete avuto abbastanza, proseguite lungo la strada che corre parallelamente alla ferrovia. Dopo una cinquantina di metri, le case sulla sinistra finiscono e il paesaggio si apre in un’immensa distesa ricoperta di pozzi di petrolio, tubature e pali dell’elettricità. La desolazione del paesaggio è veramente incredibile, non sarebbe venuto così brutto nemmeno se l’avessero costruito apposta. La vegetazione ormai ha quasi rinunciato a crescere, ci sono solo dei bassi cespugli spinosi dal colore grigiastro, rifiuti di vario tipo riempiono la zona vicina alle case, il vento, quasi continuo, smuove un po’ l’aria che altrimenti sarebbe irrespirabile. Provando ad allontanarsi dalle abitazioni si noterà che ci sono alcune strade sterrate che corrono tra i pozzi e le tubature, un paio di macchine simili a ruspe sono state lasciate qui ad arrugginire e aggiungono un ulteriore tocco di tristezza al paesaggio. Uno stretto canale passa sotto la strada e termina in una pozza d’acqua di colore nero e che sulla superficie ha le tipiche sfumature arcobaleno che segnalano la presenza del petrolio. Anche se forse, in questo caso, è più appropriato dire che segnalano la presenza di acqua nel petrolio. Come se non bastasse il terreno è cosparso di rifiuti probabilmente provenienti dagli abitanti della zona: sacchetti di plastica, lattine, bottiglie, scarpe fanno capolino dai piccoli cespugli grigi. Se siete fortunati potrete vedere qualche gruppo di bambini che gioca vicino alle trivelle, dandovi così l’occasione per scattare qualche foto ricolma di significato da mostrare agli amici con orgoglio. La filosofia del “talmente brutto che è bello” è qui esaltata alla massima potenza. Vale sicuramente la pena spendere qualche minuto in silenzio ad osservare questa totale desolazione, ma non indugiate troppo, alle autorità locali non piace che gli stranieri si aggirino per i pozzi di petrolio e men che meno che si facciano foto, a quanto pare preferiscono che le cose “brutte” del loro paese non vengano viste.

Gira la voce che esista anche una multa per coloro che vengono colti a passeggiare tra le trivelle. Ad ogni modo è probabile che pure gli abitanti della zona quando vi vedranno cercheranno d’indicarvi da che parte si trova Ateshgah pensando che vi siate persi. Meglio di ogni altro luogo, Ateshgah e i pozzi di petrolio vicini, rappresentano le due facce della penisola di Absheron: da un lato si trova la storia millenaria di questo territorio su cui si sono alternate culture, tradizioni e religioni e che per secoli è stato un crocevia tra oriente ed occidente, dall’altro invece si trova la modernità, lo sfruttamento senza scrupoli per l’ambiente e l’utilizzo scriteriato delle risorse naturali.

Per approfondire:

http://www.minube.it/posto-preferito/il-tempio-zoroastriano-ateshgah-a92021http://www.azembassy.it/?page_id=450

Francesco Ricapito, novembre 2014