Malvaldi Marco

La carta più alta

Pubblicato il: 10 maggio 2012

“La carta più alta” è uno spasso, una boccata d’aria frizzante, un viaggetto leggero e parecchio allegro. Di tanto in tanto, incappare in un libricino tanto ameno è un piacere. A tenermi lontano dal Malvaldi, lo dico con sincerità, è stato il “giallo”: un genere per cui non impazzisco. Lui è un giallista che fa anche il chimico (o forse un chimico che fa anche il giallista) ma per fortuna è anche uno scrittore brillante che sa mescolare con la giusta verve una morte misteriosa, la bellissima atmosfera della provincia italica e quel pizzico di vernacolo toscano che mi ha conquistata.

Vengo poi a sapere che il BarLume, che fa da cornice alla vicenda, è già stato usato da Marco Malvaldi come sfondo per altri tre gialli: “La briscola in cinque”; “Il gioco delle tre carte” e “Il re dei giochi”. In sostanza “La carta più alta” è il quarto episodio della serie che coinvolge, neanche a dirlo, gli stessi interpreti: il bar(r)ista Massimo, un quarantenne divorziato proprietario del succitato BarLume di Pineta, località balneare sul lungomare pisano, e quattro arzilli e sfrenati vecchietti che frequentano il locale quotidianamente e che sono, nell’ordine: Ampelio Viviani, nonno di Massimo, un “ottantacinquenne ex ferroviere con la passione per il ciclismo e per i fattacci altrui”; Pilade Del Tacca, ex impiegato comunale; Gino Rimediotti ed Aldo il ristoratore. “Perché non c’è niente da fare. Può cambiare il paese, può cambiare il bar, e il mondo potrebbe anche cambiare verso di rotazione: ma tutte le mattine che Loro Signore mette in terra (Massimo è ateo) si può star certi che, uno alla volta o tutti insieme, i quattro reduci del Novecento arriveranno e si installeranno sulle loro poltroncine. E da lì, semplicemente, non ce li schiodi più”.

Un po’ “Amici miei”, un po’ signora Fletcher, Massimo e i pensionati si trovano a far riprendere un’indagine di polizia pur non essendo investigatori veri e propri. Dalla loro parte hanno solo parecchia curiosità e un gusto sfrenato per farsi i fatti altrui. Soprattutto gli scatenati anziani che, non avendo più molto da fare durante il giorno, se non distrarsi con una partita a briscola sotto l’ombra dell’olmo del BarLume, si mettono a disquisire sulla possibilità che Aldo possa tornare a gestire un ristorante. Il proprietario di Villa del Chiostro “tale Remo Foresti, una volta saputo che Aldo era rimasto a piede libero si era fatto vivo e gli aveva proposto di aprire insieme un ristorante dentro la struttura, indipendente da quello già esistente, che funzionasse sia per gli ospiti che per gli esterni. E, da un mesetto, Aldo non ci dormiva la notte”. Ma i quattro amici, di chiacchiera in chiacchiera arrivano a soffermarsi su certi sospetti relativi proprio alla compravendita del bell’edificio. Il Foresti, secondo i soliti bene informati del paese, aveva potuto acquistare a un prezzo stracciato la nuda proprietà dell’immobile. Il destino ci aveva messo del suo visto che, da lì a poche settimane, il proprietario, ossia Ranieri Carratori, viene rapidamente stroncato da un brutto male senza che nessuno fosse riuscito a fare nulla. E dopo aver raccolto qualche informazione mista a dicerie, Pilade si sente di affermare: “A me questa faccenda non mi garba”. Ed Ampelio, di rimando “Io scommetto quer che vòi che questo poveraccio l’hanno ammazzato”. Tanto basta a Massimo per capire che, anche in questa circostanza, c’è da investigare perché i quattro intrepidi “mangiasemolino a ufo” hanno di nuovo ragione.

Non ho nessuna intenzione di andare oltre spiegando gli sviluppi di un intreccio che tra intuizioni, deduzioni, un pizzico di scienza e qualche nozione di chimica consente, come ogni buon giallo che si rispetti, di risalire ad un assassino. La costruzione del romanzo rispetta pienamente i canoni del giallo anche se Malvaldi ha l’abilità di far divertire chi legge grazie ad una serie di personaggi davvero ben riusciti e alla costruzione di piccoli episodi goliardici che restituiscono il ritratto di un Paese che sa ancora vivere di sottili ed amichevoli complicità, dell’amore per lo scherzo e dell’immancabile voglia di sdrammatizzare affrontando la quotidianità con quel briciolo di cinismo che, come ho scritto già da qualche altra parte, potrà salvarci da varie brutture. La mia impressione su “La carta più alta” e sul suo autore è decisamente positiva. Per questo leggerò ancora Malvaldi e continuerò a sorridere a ad “intrattenermi” con i suoi scintillanti personaggi.

Edizione esaminata e brevi note

Marco Malvaldi è nato a Pisa nel 1974. La sua professione ufficiale è quella di chimico presso il Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale dell’Università di Pisa, ma da diversi anni pubblica romanzi. La “saga” del BarLume raccoglie quattro libri, tutti pubblicati per Sellerio: “La briscola in cinque” (2007); “Il gioco delle tre carte” (2008); “Il re dei giochi” (2010) e “La carta più alta” (2012). Nel 2011 Malvaldi ha pubblicato, sempre per la casa editrice palermitana, anche “Odore di chiuso”, un giallo storico che vede come protagonista Pellegrino Artusi.

Marco Malvaldi, “La carta più alta“, Sellerio, Palermo, 2012.

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