Grossman Vasilij

Tutto scorre…

Pubblicato il: 7 maggio 2012

Tutto scorre…” è uno dei libri più potenti e sferzanti che abbia letto negli ultimi tempi. E’ l’ultima opera a cui Vasilij Grossman abbia lavorato. Un’opera che, evidentemente, non è stata rivista dall’autore ed appare tutt’oggi come una sorta di bozza, uno scritto “incompiuto”. Il famoso giornalista e scrittore russo vi ha lavorato per parecchi anni, dal 1955 al 1963, e “Tutto scorre…” è arrivato a noi riuscendo a scampare alle perquisizioni della polizia politica russa che se lo avesse trovato l’avrebbe senz’altro fatto sparire nel nulla. “Tutto scorre…” però giunse in Occidente dove fu pubblicato solo nel 1970 e rappresenta una sorta di prosecuzione del più noto “Vita e destino“.

Credo non sia corretto collocare “Tutto scorre…” tra i romanzi storici. “Tutto scorre…” è qualcosa di diverso, è qualcosa di più complesso e anomalo. Al suo interno, infatti, sono contenuti degli scritti che vanno ben oltre la letteratura o la storia. Grossman, infatti, usa un paio di personaggi, Ivan ed Anna, per descrivere non solo la cronaca terribile che accompagna il periodo stalinista, ma anche per riflettere sulla natura filosofica, politica ed umana che ha condotto la Russia a partorire figure come Lenin, Stalin e quella intelligencija che, ai suoi tempi (solo ai suoi tempi?), governarono l’immenso Paese. L’obiettivo di Grossman, probabilmente, era quello di costruire un grande romanzo che riuscisse a raccontare la Storia contemporanea russa, senza fare sconti a nessuno, senza nascondere né camuffare le atrocità che il socialismo portato alle sue estreme conseguenze ha generato.

Il personaggio centrale di “Tutto scorre…” è Ivan Grigor’evič, un uomo che, alla morte di Stalin (1953) viene liberato dal lager siberiano in cui è stato imprigionato per trent’anni. Ivan raggiunge prima dei parenti a Mosca, poi si sposta a Leningrado. Qui inizia a lavorare presso un artel e vive a casa di Anna, una vedova che gli dà ospitalità. Il ritorno di Ivan nel mondo libero è tutt’altro che facile. Grigor’evič ricorda la durezza, le torture e la disumanità del lager ma è sottoposto ad una crudeltà ancora più infida: quella di dover riconoscere l’imbarazzo e il colpevole disagio di chi, grazie alle delazioni e ad una opportunistica connivenza con i potenti, non solo ha condotto a morte decine di persone ma ha continuato a vivere nella normalità di sempre. Anche Ivan, come tanti altri russi, è stato arrestato e condannato a causa di una denuncia. Un sistema che, durante il regime stalinista, veniva usato per stanare i “nemici del popolo“. “A un capo della catena due uomini discutevano a un tavolo, sorseggiando il tè; più tardi, alla luce di una lampada, sotto un confortevole paralume, veniva scritta una ben congegnata dichiarazione; oppure in un’assemblea di kolchoz un attivista pronunciava un discorso alla buona, e all’altro capo della catena c’erano occhi dementi, reni fracassate, crani spaccati da una pallottola, cadaveri di morti di scorbuto stesi sulla terra bagnata dei miseri obitori dei lager, dita dei piedi congelati nella taigà, purulente di cancrena“.

Le riflessioni sembrano farsi più intense col procedere della lettura. Grossman, attraverso la memoria o il pensiero di Ivan, si sofferma anche sulle condizioni delle donne recluse nei lager: “I criminali avevano paura di quei lager, dove le donne consideravano una fortuna sfiorare con la mano la spalla di un uomo morto; avevano paura di andarci anche se protetti da una scorta armata. Un cupo e tetro male snaturava la gente dei lager, cancellandone l’umanità. All’ergastolo le donne costringevano altre donne a innaturali convivenze. Nelle baracche dei lager femminili si formavano personaggi assurdi: donne-maschio dalle voci arrochite, l’andatura pesante, i modi mascolini, coi pantaloni infilati in stivali da soldato. E al loro fianco spuntavano poveri esseri sperduti, le lesbiche passive“.

Una notte Anna, la vedova, si avvicina ad Ivan e si stende al suo fianco. La donna, ex attivista politica, racconta così tutto quello che ha visto e vissuto negli anni in cui, invece, Ivan si trovava in Siberia. Tra i primi provvedimenti vi furono le espropriazioni e le liquidazioni dei kulaki: “Adesso quando ricordo l’abolizione dei kulaki, vedo tutto in modo diverso, l’incantamento è passato. Vedo in loro degli uomini. Perché mi ero tanto indurita? Come soffriva la gente, quante gliene facevano! E io a dire: non sono uomini, questi, è solo kulakaglia. E poi rivango, rivango e penso: chi ha inventato quella parola: kulakaglia? Che sia stato Lenin? Quale tormento si è addossato! Per ucciderli, si è dovuto spiegare che i kulaki non erano uomini. Sì, come quando i tedeschi dicevano: i giudei non sono uomini. Allo stesso modo Lenin e Stalin: i kulaki non sono uomini“. E nel racconto di Anna c’è tutto lo spazio per descrivere il genocidio degli ucraini, la carestia pianificata e messa in atto da Stalin che portò alla morte milioni e milioni di persone uccise dalla fame.

Ed è da ciò che Ivan ricorda, conosce, sente raccontare e vede coi suoi occhi che sgorgano riflessioni accurate attraverso cui Vasilij spiega l’origine del “male” russo. Scavando nel passato del suo popolo, lo scrittore riconosce la radice delle tragedie che conosce. Il confronto con l’Occidente è esemplare: “lo sviluppo dell’Occidente era fecondato dalla crescita della libertà, mentre lo sviluppo della Russia era fecondato dalla crescita della schiavitù“. Il progresso della Russia, come dimostra Grossman, non è fondato sulla libertà e sulla giustizia, ma sulla schiavitù. “Pensatori rivoluzionari russi non afferrarono il significato dell’emancipazione dei contadini, avvenuto nel diciannovesimo secolo. Come doveva dimostrare il secolo successivo, tale evento era più rivoluzionario di quello della Grande Rivoluzione di Ottobre. Quell’evento fece vacillare le fondamenta millenarie della Russia, fondamenta che né Pietro, né Lenin riuscirono a toccare: la dipendenza dello sviluppo russo dalla schiavitù russa“. Nel 1917 la Russia scelse Lenin che, a modo suo, cercò di distruggere la proprietà ma non potè scalfire “quel rapporto millenario tra il suo sviluppo e la sua non-libertà…” perché a Lenin servirono altri schiavi per rafforzare il suo potere, schiavi che venivano annientati nel momento in cui sceglievano o pensavano di scegliere strade diverse da quella del capo supremo. Lenin non è altro che il frutto della Storia russa: “Pur seguendo una strada completamente diversa, tutta sua, leniniana, egli non ha cercato di preservare la Russia dalle millenarie paludi senza fondo della non-libertà; come loro, egli ha accettato l’immutabilità della schiavitù russa. Come loro egli è stato generato dalla nostra non-libertà“.

Grossman non si permette di aver pietà né di allargare gli orizzonti a speranze che non intravede. “Dov’è il tempo dell’anima russa libera e umana? Quando mai verrà quel giorno? Chissà, non verrà mai, mai spunterà“. D’altro canto dopo Lenin è arrivato Stalin, un uomo che ha acuito e portato ai suoi estremi lo sviluppo della non-libertà poiché Stalin ha semplicemente ucciso la libertà rendendola una sorta di orpello, una vera e propria messa in scena, come spiega brutalmente Grossman: “Lo Stato senza libertà costruì un modellino del parlamento, delle elezioni, dei sindacati, un modellino di società e di vita sociale“. Una macchina che poteva sostenersi soprattutto grazie ad organi di sicurezza creati ad hoc. “Sino alla fine dei suoi giorni Stalin fu incapace, pur con la sua sanguinaria violenza, di venire a capo della libertà, quella libertà in nome della quale era cominciata la rivoluzione russa di Febbraio. E l’asiatico che viveva nell’animo di Stalin cercava d’ingannare la libertà, si destreggiava, disperando di riuscire a darle il colpo di grazia“.

La voce di Grossman, quella di “Tutto scorre…“, è ferma e lucidissima. Occorre una forma di coraggio speciale per poter scrivere in maniera così nitida ed acuta di argomenti ancora oggi considerati quasi intoccabili, un coraggio di cui possono godere solo uomini di una sensibilità infinita e di infinita intelligenza.

Edizione esaminata e brevi note

Vasilij Semënovič Grossman nasce da una famiglia ebraica il 12 dicembre 1905 a Berdičev, una città dell’Ucraina dove si trova una delle più importanti comunità ebraiche dell’Europa dell’Est. Studia a Kiev prima e a Mosca poi, frequentando la facoltà di Chimica. Nel 1933 si trasferisce stabilmente a Mosca dove pubblica i suoi primi lavori. Nel giugno del 1941 viene inviato al fronte come corrispondente di guerra per il giornale ufficiale dell’Armata Rossa: “Stella Rossa”. Segue l’esercito russo fino all’arrivo a Berlino ed è uno dei primi a dare conto degli stermini nazisti. In questi anni Grossman prende coscienza della sua appartenenza al popolo ebraico e, di fronte all’antisemitismo favorito da Stalin, inizia a prendere le distanze dagli ideali rivoluzionari a cui aveva profondamente creduto fino a quel momento. Diviene, in breve, un personaggio scomodo per il regime sovietico. Il suo “Vita e destino” gli procura problemi tanto che il KGB distrugge ogni traccia del romanzo. Negli ultimi anni della sua vita lavora a “Tutto scorre…”, che non riesce a pubblicare. Si reca spesso negli Stati Uniti e muore di cancro, a Mosca, il 14 settembre 1964.

Vasilij Grossman, “Tutto scorre…“, Adelphi, Milano, 2010. Traduzione di Gigliola Venturi. Titolo originale “Всё течёт…” (“Vsë tecët…”, 1970).

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