Telese Luca

Cuori Neri. Dal rogo di Primavalle alla morte di Ramelli, 21 delitti dimenticati degli anni di piombo

Pubblicato il: 24 Gennaio 2007

Io non so dimenticare / la mia rabbia e la vergogna / nel vedere un ragazzino / che era già messo alla gogna / per aver voluto dire / “Io non posso dimenticare / un passato dignitoso / per il quale provo onore” / E veniva trascinato / per i corridoi di scuola / col cartello appeso al collo / con su scritta una parola / che per noi voleva dire / uno con un ideale / ma per tutto quanto il mondo / era il simbolo del male / E noi siamo ancora qui / per ricordare / e noi siamo ancora qui
per chi vuol dimenticare / Io non posso più scordarmi / del suo corpo sul selciato / e del fiore che sbocciava / dal suo sangue raggrumato / e un bastardo giornalista / preparava già una storia / dalla trama un po’ già vista / per sporcarne la memoria / tanto da arrivare a dire / che era stato un suo fratello / a sparargli nella nuca / profittando del bordello / per far ricader la colpa / su quei poveri compagni / vittime senza giustizia / del fascismo e dei suoi inganni / Ma noi siamo ancora qui / per ricordare / e noi siamo ancora qui / per chi vuol dimenticare / Io non chiedo la vendetta / non mi aspetto trasparenza / questa terra benedetta / non conosce la giustizia / Voglio solo ricordare / senza scomodare i morti / ma che almeno i nostri figli / non conoscano quei torti / E noi siamo ancora qui / per ricordare / e noi siamo ancora qui / per chi vuol dimenticare / Per mille e mille / e mille e mille anni… NON SCORDO (270 bis)

 

UNA DOLOROSA PREMESSA PERSONALE

È per me difficile, appena dopo aver chiuso il libro di Luca Telese, con le foto dei tanti ragazzi di destra morti negli “Anni di Piombo” sotto gli occhi, avendo voluto ascoltare Non scordo dei 270 bis per evocare quell’emozione che ogni volta mi tocca nell’intimo, nel profondo, argomentare lucidamente su fatti, eventi e personaggi contenuti in Cuori Neri. Nel farlo, avendo deciso di farlo, sentendo forte la necessità di far conoscere a chi del tutto ignora, riscoprire a chi ha dimenticato, è giusto che dichiari brevemente – ma per intero – la mia provenienza, le suggestioni che mi hanno fatto scegliere, ancor giovane ma in un tempo meno crudele, la militanza a destra, nel Fronte della gioventù. I miei anni, anni che preludevano alla trasformazione da M.S.I in A.N., sono stati un tempo relativamente tranquillo e, sinceramente – nonostante “l’epocale” trasformazione del partito –, vissuti senza grande slancio ideale. Eppure, per chi come me viene da una famiglia missina, fascista senza sé e senza ma, lo slancio ideale era tutto – nulla poteva contar di più – nello scegliere di spendersi in politica. All’inizio dei Novanta, tempo in cui si colloca il mio approccio al Fronte della gioventù, nell’organizzazione giovanile missina che ha sempre rivendicato una certa autonomia nei confronti del partito nei fatti mai totalmente ottenuta, quei ragazzi le cui foto sono state dimenticate dalla quasi totalità degli italiani costituivano un esempio, un invito a spendersi, a scegliere di far politica per non lasciare che quel sacrificio fosse stato vano. Ad oggi, tempo nel quale in pochi anni la politica è vertiginosamente cambiata rispetto a quando misi piede per la prima volta nella sezione Balduina, quei morti sono uno dei pochi collanti che restano tra i giovani della destra istituzionale e quelli della destra radicale. Quei morti, e so che qui in molti a destra inorridiranno (sia in quella istituzionale che in quella radicale), sono un cordone ombelicale di cemento, l’unica cosa che ancora può unire – almeno emotivamente e emozionalmente – chi ha fatto una scelta di allontanamento totale dalla propria storia (A.N.), dai i principi che hanno animato molti dei loro fratelli del tempo che fu, e coloro i quali, spesso confusamente, hanno scelto vie alternative fondando nuovi partiti e organizzazioni politiche a destra della destra istituzionale. Quei morti, fatti martiri, vivono nell’immaginario e nell’emozione di chi li ha più volte omaggiati nei rituali commemorativi (il Presente!), hanno una valenza simbolica che sorpassa le barriere della comunità politica d’appartenenza per provare ad insinuare, nell’immaginario e nella consapevolezza di chi ignora o ha dimenticato, nell’Italia tutta, almeno il dubbio che questo sia un Paese ancora lontano dall’avere una storia comune condivisa, una giustizia equa, un senso identitario che oggi non conosce e che, forse, non ha mai veramente conosciuto. Quei morti, almeno per chi non si rassegna all’oblio della memoria e ad un paese dai colori quanto mai indefiniti, per chi non si rassegna ad essere una sottocultura, un sottoprodotto degli U.S.A nel mondo sempre più globalizzato, sono ancora un invito a lottare per le proprie idee. O sarebbe meglio dire, usando un termine che sembra tristemente obsoleto, per i propri ideali.

I CUORI NERI: TRA ODIO, INDIFFERENZA, VENDETTA, RICORDO DEI POCHI E OBLIO DELLA MEMORIA

A molti, troppi di voi, questi nomi di cui parla Telese non diranno assolutamente nulla, non susciteranno alcuna particolare emozione, se non una vaga e forse morbosa curiosità. Ad altri di voi insinueranno certamente odio e disprezzo, nonostante la loro tragedia personale. Per alcuni di noi, come ho tenuto a rimarcare nella premessa, sono un patrimonio di idee, memoria, orgoglio, identità e onore che non si può spiegare facilmente. No, non siamo necrofili né nostalgici, come qualcuno immagina, né ancorati ad una idea di politica – di lotta politica – che (solo per alcuni versi: il rischio della vita, appunto) è bene che si sia del tutto estinta, ancorché l’odio serpeggi ancora, più di ciò che generalmente si pensa. Telese ci introduce nellle vicende personali, inquadrandole storicamente, di 21 (quasi tutti ragazzi ) morti a destra negli anni di piombo: comincia con l’operaio trentenne Venturini  (18 Aprile 1970) e conclude con il giovane studente Paolo Di Nella (2 Febbraio 1983), passando per Falvella, i fratelli Virgilio e Stefano Mattei, Ramelli, Zicchieri, la strage di Acca Larentia e Nanni De Angelis. Ma ci sono anche Zilli, Giralucci e Mazzola, lo studente greco Mantakas, Cecchetti (l’unico che sembra non avesse nulla a che spartire con la politica), Pedenovi, Pistolesi, Giaquinto, Cecchin e Mancia. Nomi, come detto, che forse ricorderanno qualcosa a chi ha più di quarantacinque anni… del genere:” ma io questo nome l’ho già sentito”. E poi, una volta capito di chi si tratta, magari chiudono con: “ah, era un fascista…”. Amen, e nemmeno sempre. A volte nemmeno quello. Nessun vittimismo cari lettori, e Telese lo lascia ben emergere dalle pagine del suo libro, quello era il tempo in cui c’era uno slogan che non era un semplice slogan: uccidere un fascista non è reato. E nei fatti si rivelò esattamente cosi, perché non solo non fu reato – in sostanza – uccidere un fascista per la sinistra extraparlamentare, ma non lo fu nemmeno per lo Stato, che sparò più di una volta ad altezza uomo colpendo ragazzi inermi. Le storie tragiche di Recchioni e Giaquinto dovranno pure dir qualcosa a chi si trova a leggerle, la vicenda dolorosa e inquietante di cui fu vittima Nanni De Angelis dovrà pure creare un moto di indignazione nelle coscienze di chi si trova tra le mani il testo di Telese. Compagni impuniti, lo Stato che ti spara in testa o ti “suicida” in una cella, fosse stato questo il culmine dell’orrore e dell’atrocità ci limiteremmo alla pura indignazione, a trent’anni di distanza (perché al tempo l’indignazione sarebbe stata evidentemente risposta minima e insufficiente). L’indignazione diventa odio e rifiuto del paese in cui si vive, in cui hanno vissuto questi ragazzi, quando si legge una storia come quella di Sergio Ramelli. E sulla storia di Sergio Ramelli, diciottenne milanese ucciso barbaramente sotto casa con un colpo di chiave inglese alla testa ma morto dopo un’agonia di più di trenta giorni, mi voglio soffermare un attimo a spiegarvi meglio. Voglio farvi capire cosa erano quegli anni per un militante di destra, cosa poteva subire in una scuola da alunni, professori e professoresse, nell’indifferenza di tutti e nella codardia di chi poteva e doveva proteggere. La storia di Sergio Ramelli ci porta in un mondo altro, a soli trent’anni di distanza da oggi ci dà la misura di come in Italia, in quegli anni, si sia vissuta la più disumana e insensata “tragedia democratica” in tempo di pace che l’Europa abbia conosciuto dal secondo dopoguerra ad oggi.

Un paio di mesi prima di morire, Sergio Ramelli entrò nella sede milanese del M.S.I. in via Mancini. Non è il classico modello antropologico dei ragazzi di destra del tempo, ha i capelli lunghi fin sulle spalle e per ciò stesso all’inizio insinua qualche dubbio (come ricorda anche Telese, Pasolini non aveva tutti i torti nel notare che i modelli antropologici dei ragazzi andavano sempre più sfumando verso qualcosa di indistinto). Al tempo si temevano gli infiltrati, le pareti delle sezioni erano rinforzate con lastre d’acciaio murate e infissi blindati, il sospetto era all’ordine del giorno. Riccardo De Corato, futuro vicesindaco di Milano allora segretario del Fronte della gioventù milanese, rassicurò tutti sulla affidabilità di Sergio: il ragazzo era il fiduciario del Fronte alla scuola Molinari. Ed è proprio qui, a scuola, dove pensi che tuo figlio cresca sano libero e socializzante che inizia a consumarsi il dramma di Sergio. Tutto comincia da un compito in classe, un tema d’attualità in cui il ragazzo espone tutto il suo sdegno nei confronti delle Brigate Rosse, ricordando tra le altre cose l’omicidio di Mazzola e Giralucci (altri due “cuori neri”, altra vicenda trattata da Telese nel libro). Il suo tema non arriverà neanche ad essere letto da chi di dovere ma verrà esposto nella bacheca dell’atrio della scuola, con su scritto: “ECCO IL TEMA DI UN FASCISTA”. Da quel giorno in poi persecuzioni e umiliazioni saranno all’ordine del giorno, nell’indifferenza dei professori (tra i quali, come leggerete, si opporrà solo quello di lettere, Giorgio Melitton, insegnante di sinistra il quale, sentendo di non esser riuscito ad opporsi come doveva alla triste sorte di Sergio, dopo la morte del ragazzo scriverà un libro per onorarne la memoria, Per memoria di Sergio Ramelli – prosa e canto) e il sadismo degli studenti (era una scuola, il Molinari, quasi totalmente di sinistra). Di più, alcuni professori di sinistra avallarono la violenza subita da Sergio (è fascista, basta questo), fino a darne una spiegazione-giustificazione della morte. Ramelli, come detto, morì al termine di una lunga agonia, dopo essere stato colpito sotto casa alle spalle: sul marciapiede, accanto al suo motorino, stava agonizzando circondato da pezzi di materia cerebrale spazzati via dai colpi di chiave inglese.

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So che è sconvolgente, so che alcuni di voi ignorano o vogliono ignorare, ma leggete. Telese fotografa bene il tempo dell’odio, un odio certo anche restituito, ma è bene sapere che la misura in cui subirono i ragazzi di sinistra negli anni di piombo è nulla in confronto a ciò che ha vissuto un mondo, quello dei giovani del Fuan e del Fronte, in quel periodo terrificante. Avevano tutti contro, magistratura, forze dell’ordine, intellettuali, giornalisti e per ultimo, ma certamente non ultimo, lo Stato. Quelli furono gli anni in cui si raccoglievano le firme perché l’M.S.I. fosse messo fuorilegge. Almirante viveva tra l’incudine e il martello: da un lato le istituzioni vogliono cancellare l’M.S.I, dall’altro il mondo giovanile di destra si sente sempre più abbandonato dal suo leader, considerato lontano dall’idea rivoluzionaria e dal volerli realmente proteggere. Almirante, difatti, sta cercando di allargare l’orizzonte della destra pescando al centro, tra i monarchici, tra i liberali (quello che farà alcuni anni dopo in una maniera molto simile, e quindi non inventando nulla, Gianfranco Fini, delfino di Almirante e attuale presidente di A.N.), cosi da far considerare la sua politica d’allora, tra i giovani dell’ambiente, “la politica del doppiopetto”. Un’evoluzione quantomai borghese, mentre la guerra civile divampa, quando il rischio di incolumità fisica per chi fa politica nelle sezioni del F.d.g. è concreto.

Nella seconda parte dei Settanta tutto diventa più duro e complicato, le Brigate Rosse sono una realtà militarmente organizzata ed estremamente pericolosa, Prima Linea è altrettanto pericolosa, Lotta Continua non si stanca di ribadire, dalle colonne del suo giornale, che per i fascisti non esiste pietà. Nella seconda parte dei Settanta la scia di sangue che colpisce i giovani missini si sposta dal Nord Italia a Roma. Il 29 ottobre del 1975, nella Capitale, a soli sei mesi dall’atroce delitto Ramelli, si consuma un’altra tragedia: viene ucciso, alla Garbatella, proprio davanti alla sezione in cui militava, il giovanissimo Mario Zicchieri (proprio mentre stava ciclostilando un volantino in memoria di Sergio Ramelli), conosciuto dai suoi camerati come Cremino (amava quel gelato, si dice). Ecco uno stralcio del volantino, dal libro di Telese: “Dopo l’assassinio di Ramelli. Il regime dell’odio, della violenza e della guerra civile ha stabilito che se un ragazzo di 19 anni, militante di destra, muore massacrato da 20 democratici comunisti non ha diritto: ad uno sciopero – perché neofascista, ad una trasmissione Rai – perché neofascista, ad un corteo – perché neofascista, alla ricerca dei colpevoli – perché neofascista, ad un pubblico funerale – perché neofascista. Sergio Ramelli, ucciso a Milano, usciva da casa coi libri sottobraccio, non diventerà un martire per questo mafioso regime, ma uno scomodo peso su cui si stenderà il solito ignobile silenzio! Un silenzio che dovrà accompagnare Sergio anche all’ultima ora, un silenzio che non turbi i compromessi storici e morali con cui è governata l’Italia…”.

L’apice della tragedia, ciò che scioglierà gli ultimi dubbi di intervento del cosi detto “spontaneismo armato”, si avrà però sempre a Roma, in conseguenza della tristemente celebre strage di Acca Larentia (7 Gennaio 1978, il delitto più noto, tra quelli contenuti nel testo, insieme al rogo di Primavalle), nella quale vennero uccisi, in una sequenza di circostanze inquietanti, tre ragazzi in due giorni, due dai compagni extraparlamentari ed uno dallo Stato. Franco Bigonzetti  e Francesco Ciavatta, due militanti della sezione missina Acca Larentia (zona Appio Latino), vennero freddati dai colpi di una mitraglietta Skorpion e di più calbro 9 a canna corta da una delle tante sigle della lotta armata a sinistra. Orrore, cordoglio della comunità politica d’appartenenza (come al solito solo di quella), rabbia e propositi di vendetta. Propositi di vendetta che aumentano nelle ore successive, allorché la rabbia dei militanti di destra si manifesta su tutto ciò che trova (macchine parcheggiate, vetrine dei negozi), tanto da mobilitare in gran numero le forze dell’ordine. Alla tragedia si aggiunge tragedia: Stefano Recchioni, giovane militante della sezione Colle Oppio, è intervenuto, insieme agli altri camerati romani, per presidiare la zona e proteggere l’intimità del momento, il desiderio di una comunità di stringersi a caldo nel luogo del lutto, intorno al lago di sangue che colora il selciato, proprio davanti alla sezione. Nella concitazione, il capitano Eduardo Sivori, un carabiniere, punta una pistola ad altezza uomo, preme il grilletto, Stefano Recchioni cade colpito in mezzo alla fronte, senza scampo. Francesco era lì, inerme, senza nessuna arma in pugno: è un punto di non ritorno. Giuseppe Valerio (detto Giusva: era stato un bimbo attore prodigio) e Cristiano Fioravanti, Francesca Mambro (che era accanto a Stefano nel momento in cui fu ucciso dal carabiniere, e che in carcere diventerà moglie di Giusva), Franco Anselmi (che morirà freddato dalle forze dell’ordine durante una rapina per procurarsi armi), più altri giovani per lo più provenienti da una sezione di Monteverde, decideranno che non è più possibile stare a guardare, che è venuto il tempo della vendetta. Di lì a poco sorgeranno i N.A.R. (Nuclei Armati Rivoluzionari), tutti ragazzi giovanissimi che troveranno proprio in Giusva il loro leader, compiendo azioni contro i compagni (senza far troppe distinzioni tra extraparlamentari e non, bastava incarnassero il modello antropologico corrente) e soprattutto contro lo Stato. La sanguinosa parabola dei N.A.R. si concluderà con parecchi morti sulla coscienza (anche camerati considerati traditori) e con una serie infinita di condanne, compresa, per alcuni di essi, la famosa strage dell’Italicus, a Bologna. Ancora oggi pende su di loro quell’accusa, ma è a tutti evidente (ci sono comitati trasversali composti da noti esponenti di destra e di sinistra) che delle tante colpe ascrivibili ai Nuclei Armati Rivoluzionari questa è la più infondata che resiste: si è voluto trovare un facile capro espiatorio per una strage che ha segnato l’Italia, mettendo in dubbio tutte le “certezze democratiche” del tempo.

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Sono anni in cui la mano nascosta dei servizi segreti si insinua sempre più, nei quali il Partito Comunista Italiano sembra poter rovesciare il dominio democristiano, anni in cui il Sistema ha paura di sconvolgere la sua monolitica architettura, rischiando di perdere il potere accumulato negli anni. E allora, cosa c’è di meglio che innescare, favorire, dirigere – sotterraneamente, con mano invisibile – una vera e propria guerra civile cosi da distogliere, ancora una volta, l’interesse dalle malefatte del potere democristiano? Lo Stato colpisce e colpisce duro, non gli interessa – al contrario, è un suo obiettivo -, creare martiri a destra e a sinistra, generare una scia di violenza e di vendetta da stroncare col manganello e con le pallottole. Sì, con le pallottole, come accadde nel caso di Alberto Giaquinto (10 Gennaio 1979), freddato alle spalle da una guardia in borghese, cercando di far sembrare il tutto un eccesso di legittima difesa. O col manganello e le botte, fino a ridurre il pur possente Nanni De Angelis (fratello di Marcello, notissimo nell’ambiente, cantautore-leader dei 270 bis, gruppo principe della musica alternativa), giovane esponente di Terza Posizione (un gruppo formatosi in quegli anni nella galassia di destra su basi simbolico culturali del tutto nuove ed anche interessanti), in fin di vita, “suicidandolo” successivamente in una cella.

Dal rogo di Primavalle, orribile scenario in cui si consuma uno dei più efferati e impuniti delitti dell’Italia repubblicana (l’evoluzione del caso è recentissima), a Nanni De Angelis c’è una lunga scia di sangue che Telese ben documenta con spirito da cronista puro, raccogliendo aneddoti e testimonianze, riportando stralci di giornali d’epoca e dichiarazioni allucinanti di tanti volti allora poco noti ed ora nei posti di potere di giornalismo ed editoria (basti pensare che in Lotta Continua e Potere Operaio gravitavano personaggi come Gad Lerner, Lanfranco Pace, lo scrittore Erri De Luca, Giampiero Mughini, Paolo Liguori, il parlamentare verde Marco Boato e tanti altri che non mi va più di elencare, tanto è il disgusto). Scia di sangue che dopo gli ultimi deliri del 1980 sembrano arrestarsi, salvo ritrovarsi, nel 1983, in pieno riflusso degli Anni di Piombo, ancorché con parecchi processi ancora in corso ed altri immotivatamente archiviati, con un altro morto. Ancora un ragazzo, ancora un fascista che, insieme ad un’amica, era andato ad attaccare dei manifesti per riqualificare l’ambiente proponendo la riapertura di Villa Chigi, zona Quartiere africano, luogo frequentato al tempo solo da “tossici” in cerca di una “pera tranquilla”. La sua, l’ultima morte degli Anni di Piombo, resterà, tanto per suggellare un periodo d’orrore irripetibile, una delle più atroci cui si è nuovamente costretti ad assistere. Anche qui una botta in testa, un’agonia di più giorni, una giovane vita spezzata per un’ideale, questa volta ecologista (ma di destra!). Però adesso qualcosa cambia, forse il tempo è maturo, arriva addirittura il Presidente della Repubblica (il partigiano Sandro Pertini) al capezzale del ragazzo in coma: l’opinione pubblica è sconvolta, ci sarà condanna unanime. L’ultima tragica costante che resta è l’impunità dei colpevoli.

TUTTI COLPEVOLI, O QUASI

Esposte a grandi linee le tragiche vicende non resta che porsi una domanda, quanto mai essenziale: chi sono i colpevoli dell’orrore che Telese ci ha raccontato? L’autore non si sbilancia, ma non può non far trasparire, a volte stigmatizzando gli eventi in maniera sacrosanta, le colpe del Sistema, e non solo. Se si legge approfonditamente il testo in questione non si può essere indulgente con nessuno, o quasi. È l’intero Paese, l’intera nazione, l’Italia tutta che sale sul banco degli imputati. Ho approfondito il delitto terribile di Sergio Ramelli perché è l’emblema di un Paese fazioso, gonfio d’odio e distratto, un’ Italia piena di cattivi maestri (e qui l’epitaffio calza a pennello, a ben guardare) se si considera che la violenza è spesso innescata da giornalisti e professori di scuola e d’università. E in più ci sono i sedicenti intellettuali, gli sgradevoli “artisti” che aprono bocca e sono più pericolosi delle P 38. L’emblema di questa categoria è la famiglia Fò al completo, Franca (che spediva lettere in carcere agli assassini di sinistra chiedendo per loro giustizia e clemenza, sottintendendo che i fascisti non meritassero altro che la morte), Dario (il Nobel più insulso della storia della letteratura) e il figlio Jacopo (che ebbe la vergognosa idea di scrivere un libro prosa e disegni in cui arrivò a sostenere – non dico ipotizzare, ma proprio sostenere – che il rogo di Primavalle fosse stato un fatto interno alla destra, che addirittura Almirante fosse in combutta coi servizi segreti per trovare beneficio da quell’orribile morte). Disgusto, non si può provare che disgusto per questi personaggi, loro si da far sprofondare nell’oblio della memoria di una Patria degna di questo nome. Colpevoli i giornali, colpevoli gli intellettuali, ma per molti ragazzi dell’ambiente sono colpevoli sia Almirante che gli organi rappresentativi dell’M.S.I. Il perché è presto spiegato, precedentemente anche accennato, considerando il moderatismo – che brutto termine, ma è calzante – cui andava sempre più incontro il partito. Almirante voleva incidere nella politica italiana, ma doveva far anche battaglia di retroguardia essendo l’M.S.I a rischio scioglimento. I giovani missini, soprattutto coloro che sceglieranno vie alternative (come Terza Posizione), consideravano l’eredità del Fascismo un patrimonio da poter trasformare dinamicamente in qualcosa di più adatto al tempo che li accoglieva. A fine Settanta fioriscono i Campi Hobbit, come ricorda Telese, campi comunitari organizzati dall’ala rautiana del partito: la mistica fascista lasciò il campo alla fiaba magica piena di simboli e rimandi alla tradizione primordiale dell’ Europa, Tolkien diventa un riferimento fondamentale, si leggono Evola, Céline, Brasillach e Drieu La Rochelle, sboccia la musica alternativa che diventerà uno dei fenomeni aggregativi più importanti per i ragazzi della destra a venire. Almirante e il vecchio partito sono lontani da queste suggestioni, ma hanno anche il torto, agli occhi di chi è stanco di subire, di condannare il terrorismo nero in maniera anche maggiore di quello rosso (in quegli anni l’ M.S.I. fece la battaglia per la reintroduzione della pena di morte e Almirante andava ripetendo: “Pena di morte per i terroristi rossi, doppia pena di morte per quelli neri”). Ultimo colpevole, ma non ultimo per importanza, è lo Stato. Lo Stato fu, nei fatti, anche quando non si macchiò del delitto in prima persona, il vero mandante di ogni esecuzione (e anche se Telese ciò non lo dice mai, non scrive neanche nulla per far sembrare il contrario). Lo Stato alimenta la guerra civile, la benedice col suo silenzio, e su ciò edifica la sua forza. Cossiga (soprattutto come Ministro dell’Interno) e Andreotti sono coloro che sono messi costantemente all’indice, da una parte come dall’altra. Lo Stato è silente, dicevamo, quando non arriva a “sputare” sui morti di una parte coi suoi modi e la sua dialettica “garbata” nelle aule parlamentari. Lo Stato è il soggetto che difende le forze dell’ordine quando si macchiano di omicidi e nefandezze assortite, e sempre lo Stato è rappresentato da una magistratura compiacente con i rossi, terribile e impietosa con i neri, innocenti o colpevoli che fossero.

PENSIERI DI FONDO

Telese lavora su una materia infuocata, pericolosa, cercando di mantenere l’equilibrio del cronista favorito dalla distanza dagli eventi. Lavora tre anni alla stesura del libro, raccoglie una mole incredibile di documentazione girando in lungo e in largo per la penisola, riassemblando il tutto seguendo una precisa sequenza temporale e – come più volte afferma nel testo – un filo rosso che è impossibile non trovare accostandosi a questi fatti. Certo Telese non è di destra, al contrario di ciò che qualcuno che non conosce il giornalista potrebbe  immaginare (oggi scrive sul Giornale, prima scriveva sul Manifesto e sull’Unità ed era vicino a Bertinotti), nemmeno moderata ed annacquata come quella odierna (ogni riferimento ad Alleanza Nazionale è puramente voluto), è giovane e non lesina energie nell’immenso lavoro che ha scelto di portare a termine. Telese non è di destra ma è l’unico giornalista integrato nel Sistema che, ad oggi, è riuscito a fare un lavoro organico e affatto asettico su questo nostro mondo perduto e dai più dimenticato, cercando e sforzandosi di capire, se non di condividere, chi scelse di lottare da una parte orgogliosa, sfortunata e ostracizzata della politica dell’Italia del dopoguerra. Gli hanno mosso anche parecchie accuse, non tanto da sinistra come si poteva presagire, ma da destra: toccare la memoria dei martiri di una parte che dell’identità ha sempre fatto la sua bandiera non è stato certo facile,  un po’ come entrare in un labirinto di cristalli molto angusto e sperare di lasciare tutto immacolato come lo si è trovato. Così non poteva essere e non è stato, e se c’è una cosa che (da destra, da figlio cresciuto nel rituale di quei morti) mi sento di non condividere nell’impianto generale del testo è come sono connotate – di fondo – le figure dei ragazzi, dei camerati caduti per un’idea. Quell’idea, quel principio che trascende ogni ragione, era cosa di cui erano più che consapevoli, quel rischio che spesso a Telese è parso piovere dal cielo sulla teste delle vittime è qualcosa che accompagnava intimamente anche i più giovani di questa generazione antagonista, in ogni istante della giornata. Non erano vittime inconsapevoli, Telese, ma giovani guerrieri pronti a combattere, a difendere la loro visione del mondo, la loro speranza in un domani ritenuto migliore. Le tanti madri del dolore che dal libro emergono, più forti dei padri spesso sopraffatti da quell’atroce destino, sono guerriere anch’esse. I protagonisti di queste vicende, i Cuori neri, tutta una comunità che è stata la vittima sacrificale degli Anni di Piombo, sull’altare di una democrazia risibile, oltraggiosa, violenta e ingannatrice sono per tutti i motivi qui elencati italiani veri, italiani da ricordare. A Roma, il 22 Maggio del 2005 è stata intitolata una via a Paolo Di Nella: finalmente un ragazzo di destra. Erano insieme Veltroni e Alemanno (che fu carissimo amico di Di Nella). Veltroni ha rimarcato l’importanza e le motivazioni del gesto. Alemanno, nel 1989, alla trasmissione Telefono giallo (prima trasmissione su un giovane ucciso a destra), dirà: “Rossi, neri, estremisti di sinistra contro estremisti di destra. L’Italia è rimasta sostanzialmente ferma per dieci anni grazie alla teoria degli opposti estremismi. L’unico grande vincitore, in virtù di questa logica, nella logica della guerra civile, è stato chi non voleva cambiare nulla. L’unico grande vincitore è stato chi voleva conservare tutto com’era, ha vinto il centro, ha vinto la Dc”. Ma torniamo a cosa ha detto Veltroni, nell’occasione dell’intitolazione della via. Tra le tante parole che dice c’è un concetto che non può lasciarmi indifferente, considerando chi lo ha esplicato: “Roma ha voluto assumere la storia e il sacrificio di questo ragazzo. Il suo nome è consegnato all’eternità di questa città”. Avete capito bene: “il suo nome è consegnato all’eternità di questa città”.

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Non mi importa che queste parole siano state pronunciate da un sindaco ex comunista e non voglio nemmeno pormi l’interrogativo sulla buona o cattiva fede, se siano state dettate dall’opportunità del momento o da altro, e se fossero realmente sentite. Non mi importa, perché leggendo queste parole e rifacendomi alla mia storia personale trovo che tutto ha un senso, scopro che il filo che mi unisce a questi fatti, a questo intimo sentire, a questo mondo, a questa comunità cosi poco conosciuta e spesso realmente inconoscibile se non da dentro, ha un senso. I primi manifesti che la mia memoria di bambino ricorda sono proprio quelli del 1983, che tappezzavano Roma con il volto di un camerata caduto. Un volto giovane che mi si stampò nella memoria, che non sapevo ancora chi fosse e perché fosse stato ucciso, né immaginavo che un giorno – nemmeno troppo lontano da quello – l’avrei commemorato nel rituale del Presente! Quel ragazzo, l’ultimo caduto di un tempo terrificante che in queste pagine intense Luca Telese ha ricordato, voleva che riaprissero Villa Chigi, che al posto dei tossici adagiati sul terreno in cerca di una quiete che conduce all’oblio germogliassero i fiori in una immensa distesa verde. Non saprei dire se, ad oggi, tutto in Villa Chigi sia cosi puro come Paolo l’aveva sognato, ne dubito fortemente. So solo che Paolo vive ancora nel ricordo di chi lo ha amato e di chi oggi lo porta come esempio. Come restano vivi nella memoria tutti i “Cuori neri”, a dispetto del tempo che passa, delle ingiustizie subite, del dolore che è inevitabilmente rimasto, di una politica ancor più grigia di allora e dell’oblio in cui un “Paese democratico” come l’Italia li ha lasciati sprofondare. A conclusione di una cronaca in cui è protagonista la morte, a molti di voi sembrerà strano, non riesco a non provare un forte istinto alla vita, a lottare per ciò in cui credo anche nel ricordo di chi, in circostanze tragiche e dolorose, ha fatto in modo che oggi, grazie al suo esempio, fossi qui a parlarvi di questo libro.

Federico Magi, gennaio 2007.
Ai cuori neri

GENERAZIONE 78 (Francesco Mancinelli)

E ti svegli una mattina e ti chiedi cosa è stato
rigettare i tuoi pensieri sulle cose del passato
prendi un fazzoletto nero che conservi in un cassetto
cominciare tutto un giorno, forse un giorno maledetto
frequentando certa gente di sicuro differente
e un battesimo di rito con il fiato stretto in gola
quando già finiva a pugni sui portoni della scuola
e inciampare in un destino che già ti cresceva dentro da bambino
ed un ciondolo d’argento che ti tieni intorno al collo
odio e amore per cercare di capire una logica ideale
una logica ideale in cui ciecamente credi
e tua madre piange sola e ti osserva dietro i vetri
perchè sa che non perdona questa guerra
perchè sa che non ha pace la sua terra.

Un partito vecchia storia, un’ eredità che scotta
nell’ambiguità di sempre come un senso di sconfitta
e ignorare circostanze giochi assurdi di potere
che ne sai di quel passato di nostalgiche illusioni
di un confronto che da sempre si è attuato coi bastoni
e sentirsi vivere dentro a vent’anni all’occasione
per cercare di dare un senso alla tua Rivoluzione
poi una sera di gennaio resta fissa nei pensieri
troppo sangue sparso sopra i marciapiedi
e la tua disperazione scagliò al vento le bandiere
gonfiò l’aria di vendetta senza lutto nè preghiere
su quei passi da gigante per un attimo esitare
scaricando poi la rabbia nelle auto lungo il viale
fra le lacrime ed i vortici di fumo
da quei giorni la promessa di restare tutti figli di nessuno.

Pochi giorni di prigione ti rischiarano la vista
dimmi, come ci si sente con un’ombra da estremista
cosa provi nelle farse di avvocati e tribunali
ed Alberto che è finito dentro l’occhio di un mirino
la Democrazia mandante un agente è l’assassino
e Francesco che è volato sull’asfalto di un cortile
con le chiavi strette in mano strano modo per morire
e bracci tesi ai funerali ed un coro contro il vento
oggi è morto un Camerata ne rinascono altri cento
e il silenzio di un’accusa che rimbalza su ogni muro
questa volta pagheranno te lo giuro
poi la sfida delle piazze ed i sassi nelle mani
caroselli di sirene echi sempre più lontani
quelle bare non ancora vendicate
le ferite quasi mai rimarginate.

Ma poi il vento soffiò forte ti donò quell’occasione
di combattere il Sistema in un’altra posizione
tra la fine del Marxismo e i riflussi del momento
costruire il movimento tra le angosce dei quartieri
ed un popolo una lotta chiodo fisso nei pensieri
e generazioni nuove in cui tu credevi tanto
poi quel botto alla stazione che cancella tutto quanto
e al segnale stabilito si dà il via alla grande caccia
i fucili che ora puntano alla faccia
le retate in grande stile dentro all’occhio del ciclone
tra le spire della “santa inquisizione”
poi le tappe di una crisi di una storia consumata
di chi trova la sua morte armi in pugno nella strada
di chi viene suicidato in una stanza di chi fugge
di chi chiude nei cassetti anche l’ultima speranza.

E ti svegli una mattina sulle labbra una canzone
e l’immagine si perde sulla tua generazione
quei ragazzi un pò ribelli un pò guerrieri
che hanno chiuso nei cassetti e dentro ai cuori tanti fazzoletti neri.

Edizione esaminata e brevi note

Luca Telese (Cagliari, 1970) è un giornalista, scrittore e autore televisivo. Ex portavoce di Rifondazione Comunista, inizia la sua carriera collaborando con L’Unità, Il Manifesto, Il Messaggero e Il Foglio. Collabora anche con la società giornalistica “La Vespina”. Dal 1999 lavora con Il Giornale, occupandosi soprattutto di politica, spettacoli e cultura. Dal 2003 collabora con “Vanity Fair”. Autore di alcune trasmissioni televisive (Cronache Marziane, Chiambretti c’è, Batti & Ribatti) e conduttore del programma televisivo Planet 430. Nel 2003 pubblica “La inga marcia di Cofferati”. Nel 2006 esce “Cuori neri”, ed è un grande successo editoriale. Attualmente partecipa alla trasmissione televisiva “Confronti”, su Rai 2. Luca Telese, Cuori Neri. Dal rogo di Primavalle alla morte di Ramelli, 21 delitti dimenticati degli anni di piombo. Sperling & Kupfer Editori, pp. 796.