Di Pietrantonio Donatella

L’Arminuta

Pubblicato il: 1 luglio 2017

C’è “mia madre” e c’è “la madre”. Esistono contemporaneamente e convivono dolorosamente. Siamo negli anni Settanta, in Abruzzo. Una tredicenne, protagonista senza nome dell’ultimo romanzo di Donatella Di Pietrantonio, si ritrova a vivere tra due madri. Meglio: per tredici anni la ragazzina ha vissuto con una madre (mia madre) ed un padre in una città della costa, in una deliziosa casa a pochi passi dal mare, figlia amata e coccolata. Di colpo, però, si ritrova catapultata al cospetto di un’altra madre (la madre) che non ha mai visto né conosciuto. Viene restituita alla sua famiglia biologica, una famiglia che non sapeva di avere e che è completamente diversa dalla sua famiglia. Lei è l’Arminuta, la ritornata, questo il soprannome che le hanno affibbiato nel piccolo paese dell’entroterra in cui l’uomo che aveva creduto essere suo padre l’ha condotta a sorpresa una mattina d’estate.

L’Arminuta non sa perché sia stata riportata lì. Nessuno le ha spiegato le ragioni di una scelta tanto assurda. Lei, abituata alle lezioni di danza classica e al corso di nuoto, abituata alle attenzioni di una madre affettuosa e legata alla sua amichetta del cuore, è costretta ora a fare i conti con facce che non ha mai visto, una serie di fratelli che non sente tali, un dialetto che intuisce a fatica e una casa troppo piccola in cui lo spazio per lei è stato dismesso da tempo. “Ripetevo piano la parola mamma cento volte, finché perdeva ogni senso ed era solo una ginnastica delle labbra. Restavo orfana di due madri viventi. Una mi aveva ceduta con il suo latte ancora sulla lingua, l’altra mi aveva restituita a tredici anni. Ero figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze. Non sapevo più da chi provenivo. In fondo non lo so neanche adesso“. Il senso di spaesamento e d’abbandono pervade ogni pagina e ogni grano d’anima della tredicenne. Ogni riferimento è perso, ogni ragione è bilico, ogni colpa è plausibile.

L’unico appiglio diviene Adriana, la sorella minore. È lei, trecce disfatte ed occhi pungenti, ad aprirle la porta all’arrivo e sarà lei, nel tempo, a farsi sostegno e consolazione, complice ed alleata. Con lei l’Arminuta può spartire segreti e imparare a capire il nuovo misero universo in cui l’hanno trascinata a forza. Adriana le insegna quel che c’è da fare in casa, le spiega il perché di certi silenzi e l’ammaestra a non sprecare nulla ché in una famiglia con troppi figli e con pochi soldi non va lasciata a terra neppure una goccia di gelato. Adriana è l’altro polo del romanzo. Personaggio profondo ed interessante almeno quanto l’Arminuta. E profondo ed interessante è anche il legame affettivo che nasce tra due ragazzine che si scoprono sorelle per ragioni di sangue e non solo.

Per l’intero romanzo l’Arminuta spera che qualcuno, prima o poi, venga a prenderla. Spera che sua madre, che forse è malata, si riprenda in fretta e torni da lei. Ma “mia madre” rimane a distanza. Le fa avere quel che le serve ma resta in silenzio, irraggiungibile. Nemmeno “la madre” sa né può fare nulla. L’Arminuta ha due madri ma è come se non ne avesse alcuna perché entrambe, in tempi e modi diversi, hanno rinunciato a lei, rinnegandola e respingendola: “la madre” l’aveva consegnata neonata a una coppia di mezzi parenti che non potevano avere figli, “mia madre” l’aveva rispedita da dove era venuta dopo tredici anni e senza darle alcuna spiegazione. “Nel tempo ho perso anche quell’idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro. Un paesaggio desolato che di notte toglie il sonno e fabbrica incubi nel poco che lascia. La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure“.

La maternità, in una sua dolente declinazione, è al centro del romanzo “L’Arminuta”. C’è, evidentemente, una estremizzazione del tema ma è proprio in certe dismisure che si rintracciano le radici più intime di una materia tanto universale e sempre affascinante. Siamo tutti necessariamente figli e, proprio per questo, è facile stabilire, da lettori, un’affinità empatica con l’Arminuta. Lo stile della Di Pietrantonio rimane secco, quasi spigoloso e minimo. Una scrittura aspra e concisa che, soprattutto nei dialoghi, lascia trasparire le sonorità e gli accenti del dialetto abruzzese che, come accade un po’ ovunque in Italia, differisce da un paesino all’altro senza troppe difficoltà. La scrittrice abruzzese conferma di essere un’autrice di talento e per me, sua corregionale, ciò non può che essere motivo d’estrema fierezza.

Edizione esaminata e brevi note

Donatella Di Pietrantonio è nata ad Arsita, provincia di Teramo, nel 1963. Scrive racconti, poesie e fiabe da quando era una bambina ma il suo esordio nel mondo della letteratura arriva solo nel 2011 grazie al romanzo “Mia madre è un fiume” pubblicato da Elliot e vincitore di numerosi premi. Sempre per Elliot, nel 2014, esce “Bella mia”. Nel 2017, per Einaudi, la scrittrice abruzzese pubblica il suo terzo romanzo, “L’Arminuta”. La Di Pietrantonio vive a Penne dove lavora come dentista pediatrico.

Donatella Di Pietrantonio, “L’Arminuta”, Einaudi, Torino, 2017.