Mabanckou Alain

Pezzi di vetro

Pubblicato il: 24 febbraio 2015

Al termine del suo libro, Pezzi di vetro, e quindi Alain Mabanckou, “ringraziano tutti gli scrittori, registi e personaggi illustri che hanno prestato le loro parole e frasi per comporre questo libro straordinario“. E di nomi di scrittori, registri e personaggi illustri ce ne sono almeno per un paio di pagine. Un nome accanto all’altro, in perfetto ordine alfabetico: da Roland Barthes a Mongo Beti, da Dino Buzzati a Pierre Cornaille, da Fëdor Dostoevskij ad Alfred Hitchcock, da Lenin a Ernesto Sabato, da Martin Page a Boris Vian. Ringraziamenti dovuti, sia chiaro. Il romanzo di Alain Mabanckou, che per inciso è stato considerato una delle migliori opere della letteratura africana contemporanea, è una colossale, infinita, divertente e scrosciante serie di citazioni, rimandi e riproposizioni di parole note o meno note che defluiscono impertinenti ed inesauribili dalla biro di Pezzi di vetro. A lui, sessantaquatrenne e solerte frequentatore del bar Credito a morte, è stato affidato un compito piuttosto rilevante: scrivere su un quaderno le storie degli avventori del Credito a morte. D’altro canto il proprietario del locale, Lumaca testarda, non ha avuto esitazioni. “… non voleva che il Credito a morte scomparisse così da un giorno all’altro, la gente di questo paese non è abituata alla conservazione della memoria, ha aggiunto, l’epoca delle storie raccontate dalla nonna anziana è finita ormai, adesso tocca alla scrittura perché scripta manent, mentre le parole sono fumata nera, piscio di gatto selvatico…“.

Considerando che i momenti di sobrietà del buon Pezzi di vetro sono minimi, va riconosciuto che, alla fine, il soggetto ha saputo fare un buon lavoro. Dalla sua penna sono uscite storie notevoli in uno stile che, seppur riducendo al minimo l’uso della punteggiatura (limitata alla presenza di sole virgole), sa calamitare alla perfezione l’attenzione di chi legge. Una cascata inestinguibile di parole grazie alle quali Pezzi di vetro ci racconta le vicende di chi passa per il Credito a morte, iniziando, per dovere di cronaca, dalla stessa fondazione del bar, un evento avversato da un nugolo di acerrimi detrattori che ha tramutato l’inventiva e l’audacia imprenditoriale di Lumaca testarda in un autentico calvario iniziato con gli uomini di Chiesa, passato attraverso l’associazione cornuti della domenica e altre festività fino ad arrivare alla vecchia associazione di ex alcolisti riconvertiti all’acqua, alla Fanta, all’Oransoda, alla granatina, alla bissap senegalese, al succo di pompelmo e alla coca light adulterata in Nigeria con foglie di canapa indiana. Una questione seria, quella dell’apertura del Credito a morte, sfociata addirittura in un delirante caso nazionale con tanto di intervento ministeriale e presidenziale su questioni dialettiche e di potere.

Ma nel quadernetto redatto da Pezzi di vetro c’è spazio, come è giusto che sia, per gli avventori più estremi, i personaggi più considerevoli e bizzarri che Pezzi di vetro possa descrivere. Primo, in ordine d’apparizione, “un poveraccio ridotto ad andare in giro con i pannolini Pampers peggio di un neonato“. La triste, ma pur sempre grottesca, vicenda di Pampers vede coinvolta, tanto per cambiare, una donna. Una moglie, per l’esattezza. L’uomo, tra il delirio e il ricordo, racconta: “… mia moglie era arrivata al punto di proibirmi di uscire, ma dico io, non era nella posizione di darmi degli ordini, tra l’altro in casa ero io che pagavo tutto e lei si permetteva di dettare legge, dove si è mai vista una cosa del genere in questo mondo che crolla, eh, dove si è mai visto, dico io, e voleva togliermi il sacrosanto diritto di godere con le ragazzine tutto fuoco del quartiere Rex, capisci il problema…“. E sempre una donna è la causa della rovina esistenziale e pratica del Tipografo, quello che vaga per Pointe-Noire con una copia di Paris Match sotto al braccio, sproloquiando a modo suo di come una bianca, una francese della Vandea, lo abbia ridotto in quello stato. Fosse stata almeno un’africana, avrebbe potuto risolvere la questione a colpi di machete ruandese.

Così il fatto che Pezzi di vetro vada scrivendo su un quaderno le storie migliori del Credito a morte e del quartiere Trois-Cents, induce alcuni a farsi avanti pretendendo di figurare tra quelle pagine. Casi di pura mitomania sui quali Pezzi di vetro sorvola con una certa eleganza, va detto. E con altrettanta eleganza, e malcelata modestia, Pezzi di vetro ci descrive anche il suo tracollo individuale, quello che lo ha portato a passare dall’essere un marito e maestro elementare e buon lettore di grandi opere della letteratura planetaria ad un fedelissimo bevitore di vino rosso oltre che presenza durevole e rassicurante del bar Credito a morte. Senza una moglie, senza un lavoro ma fondamentalmente un buon, povero diavolo: “vorrei comunque ricordare che non sono cattivo, non sono un isterico né niente del genere, eh no, non permetterò mai a nessuno di dirlo anche se a mezzanotte in punto appenderò la bottiglia al chiodo, sono un uomo di giudizio, infatti spiegatemi perché chi sostiene di non essere un alcolizzato poi non conosce le tabelline, eh, quella del due ancora ancora ma quando si arriva a quella del nove il gioco si fa duro…“.

Leggere “Pezzi di vetro” è stata un’esperienza spassosa perché con questo romanzo non ci si può mai annoiare. Alain Mabanckou ha saputo rovesciare in queste storie tragicomiche tutta la spontaneità e le contraddizioni del suo Paese e di molta Africa, in generale. Non mancano velenose e sottili sferzate alla civiltà occidentale dei colonizzatori né il doveroso, irrefrenabile e divertito omaggio ai “grandi” di ogni tempo richiamati, come spiegato all’inizio, da continui rimandi, spesso appena comprensibili, spesso plateali ma costantemente assorbiti da un’atmosfera narrativa vivacissima e da una profusione irrefrenabile di immagini grottesche e situazioni bizzarre.

Edizione esaminata e brevi note

Alain Mabanckou è nato a Pointe-Noire nel 1966. Ha studiato Diritto presso l’Università di Brazzaville per poi continuare in Francia a partire dal 1989. Pubblica il suo primo romanzo nel 1998 che gli vale il “Gran prix littéraire del l’Afrique noire”. Da questo momento in poi la sua attività preminente è e rimane quella di scrittore. La sua consacrazione arriva nel 2005 con il romanzo “Verre cassé”, “Pezzi di vetro”, grazie al quale conquista l’attenzione e le lodi della critica di mezzo mondo. Negli anni sono giunti ad Alain Mabanckou numerosi riconoscimenti letterari per le sue opere. Attualmente lo scrittore della Repubblica del Congo vive a Los Angeles ed insegna letteratura francofona alla Ucla.

Alain Mabanckou, “Pezzi di vetro“, 66THAND2ND, Roma, 2015. Traduzione dal francese di Daniele Petruccioli. Titolo originale “Verre cassé”, Éditions du Seuil, 2005.