Monello Gigi

Lo scellerato marcisce in fortezza. Divagazioni sul Conte Felicini, gaglioffo bolognese castigato in Toscana

Pubblicato il: 6 agosto 2017

La storia del Conte Felicini, nella versione di Gigi Monello, ci viene narrata per lo più a partire dal 24 luglio 1672: era una domenica mattina e “il gaglioffo”, asserragliato in quel di Fivizzano, fu catturato dai gendarmi del Granduca Cosimo e poi rinchiuso nel carcere di Volterra. Da allora furono 43 anni di galera e, considerando le imputazioni a suo carico per almeno undici omicidi, rapimenti e soperchierie di ogni tipo, possiamo pure affermare che gli andò di lusso. Al tempo, giusto ricordarlo, per molto meno si finiva sul patibolo per poi passare a miglior vita con modalità a dir poco raccapriccianti: nella civile Europa, anche agli albori del cosiddetto illuminismo, era consuetudine che il boia, sulla pubblica piazza, si dedicasse a mazzolature e squartamenti. Niente di tutto questo per “lo scellerato” Felicini che pure patì diversi anni di carcere duro; salvo poi aver avuto la possibilità di tornare ad una vita più dignitosa, pur sempre rinchiuso in quel di Volterra. Insomma: “La sua carcassa funzionò; prigioniera, ma funzionò: respirò aria, masticò, sfiatò, tossì, sbadigliò, prese sonno; bevve lambrusco, ebbe sensazioni; gustò minestre, stufati e minestroni” (pp.39).

Una vicenda quindi per certi aspetti molto “italiana” quella del Conte Felicini, già citato in “Anime dannate”, un libro di Corrado Ricci pubblicato nel lontano 1919. Poi quasi un secolo di silenzio ed ecco il saggio narrativo di Gigi Monello, autore non nuovo ad operazioni del genere. Ricordiamo infatti “Il  Principe e il suo sicario” (2015) edito sempre da Scepsi & Mattana, dove “lo scellerato” era davvero il prototipo del tiranno e del delinquente: Cesare Borgia. La storia del “nobilastro” emiliano, un perdente che finì i suoi giorni nel carcere di Volterra, ha poco o nulla a che vedere con le tragedie causate dalle politiche criminali dei Borgia, ma rappresenta un individuo comunque abbastanza turpe e privilegiato da permettere a Monello di disquisire sui comportamenti di un condannato e dei suoi carcerieri: ovvero un inestricabile ginepraio fatto di etica, giustizia penale e forse impossibile redenzione. Tutti temi serissimi, spesso indecifrabili, che il nostro autore, come nelle sue precedenti opere, ha affrontato con uno stile barocco e del tutto particolare: una sorta di dialogo col lettore, fatto di molte domande senza risposte certe, con un lessico che intende ricalcare, arricchito da grandi dosi di sarcasmo, le antiche fonti del tempo.

I tanti interrogativi sono suggeriti in gran parte dai 43 anni che lo “scellerato” ha vissuto in fortezza, evidentemente senza “marcire” neppure troppo se è vero che, anche in età avanzata, ebbe la fregola di farsi l’Antonietta, la nipote del cantiniere: “Anni settantatre: il vecchio intrigante è pazzo di libidine: interrogato, dichiara d’aver sentimenti puri, e che vuole pigliar la ragazza per moglie e che nessuno lo può tenere” (pp.22). Il tentativo di dar sfogo a questa indole alla Don Rodrigo non andò a buon fine, ma proprio questa vitalità inaspettata ha suggerito di approfondire le tesi aristoteliche di giustizia distributiva (geometrica) e retributiva (aritmetica): ovvero quando le disquisizioni sull’Etica Nicomachea incoraggiano domande incentrate sul dubbio se sia meglio “mortorio o morte” (“Che si risarcisce ad una vittima atteso che, non avendo corpo, non abbia occhi e orecchie per saperne nulla?, “Che si castiga in un gaglioffo, posto che non abbia più il corpo?”). Le tesi contrapposte di coloro che auspicano di far lavorare il boia senza troppi indugi e di coloro che intendono far scontare i delitti su questa terra,  non trovano soluzione e nel frattempo “mentre i pensatori dibattono sul senso delle cose, i gaglioffi quasi sempre l’hanno già bello che trovato. E lo applicano”(pp.23). Un’applicazione che Monello, in una delle tante note presenti nel libro, ricorda in capo a personaggi dei nostri giorni, emblematici in quanto a follia criminale: Pietro Maso (“tempo addietro  uccise a pentolate papà e mamà. Prende 30 anni. Ne sconta 22 e, poco fa, vien liberato […] Carattere immodificabile”) e Anders Breivik (“77 morti, 21 anni di reclusorio: 3,2 mesi a morto”). La lettura di queste pagine di argomento storico e, in un certo senso, filosofico, risulta ancora più fluida grazie ad un palese gusto del paradosso, che peraltro si combina felicemente con il linguaggio di Monello, una sorta di apocrifo seicentesco. Una fluidità che non viene smentita da alcune divagazioni colte e tutt’altro che superflue. Pensiamo all’etimologia di “gaglioffo” che deriverebbe, secondo alcuni, da l’offa del gallo (il cibo del pellegrino) e, secondo altri, dall’incrocio tra gagliardo e goffo. Una divagazione che forse non è neppure una vera divagazione perché, come ancora ci ricorda Monello, soprattutto in un caso criminale come quello del Felicini: “non irrilevante faccenda aver parola giusta, un momento e caso giusto” (pp.54).

E difatti, dopo tutti questi excursus tra passato e presente, nella finale “Postilla approssimativa sui gaglioffi”, il nostro autore la sua parola “giusta” l’ha messa, sintesi in fondo di tutta la vita scellerata del Conte Felicini: “morale della favola: in ogni circostanza, il depravato profondo non muta la sostanza” (pp.56).

Edizione esaminata e brevi note

Gigi Monello (Cagliari, 1953), insegna filosofia e storia in un liceo cagliaritano. Tra i suoi scritti “Le conchiglie a Monte Mario” (Firenze, 1995), “Accadde a Famagosta, l’assedio turco ad una fortezza veneziana” (Cagliari, 2006), “La luce nel fosso, tre racconti su Leopardi e Napoli” (Cagliari, 2007), “Ombre e viaggi” (Cagliari, 1999), “Voci e viaggi” (Cagliari, 2003), “Sonni & viaggi” (Cagliari, 2001), “Il principe e il suo sicario” (Cagliari, 2014).

Gigi Monello,“Lo scellerato marcisce in fortezza. Divagazioni sul Conte Felicini, gaglioffo bolognese castigato in Toscana”, Scepsi & Mattana, Cagliari 2016, pp.64.

Luca Menichetti. Lankenauta, agosto 2017