Di Giovan Paolo Roberto

Dossetti, il dovere della politica

Pubblicato il: 9 marzo 2013

A cento anni dalla nascita di Giuseppe Dossetti era inevitabile che vedessero la luce delle iniziative editoriali dedicate ad uno dei pochi personaggi che credo si possano meritare il titolo di “padre della Repubblica”. Dopo aver avuto tra le mani un libro dal taglio più accademico, ovvero il Dossetti secondo Paolo Pombeni, abbiamo letto con altrettanto interesse l’opera di Roberto Di Giovan Paolo che, in virtù della sua formazione culturale e politica, non ha nascosto affatto la particolare sintonia ideale e politica con quello che fu considerato l’antagonista di Alcide De Gasperi. Leggiamo fin dalla terza di copertina: “Una vita come un fiume carsico, sospesa tra scomparse e riapparizioni […] il dovere della politica mette insieme la sua storia, la sua testimonianza e le scelte che sono di fronte ai cattolici democratici di oggi e, più in generale, a una classe politica che sembra aver smarrito il senso di responsabilità etica e civile del proprio ruolo”.

Soprattutto per chi ha coscienza di cosa voglia dire l’Italia del 2013 e al di là delle personali opinioni politiche, Dossetti può apparire davvero un personaggio del tutto fuori dal comune. Educato in una famiglia profondamente cattolica, intraprese una carriera accademica poi interrotta per diventare comandante partigiano (senza aver mai indossato e usato armi); divenne costituente, tra i fondatori della Democrazia Cristiana, sfidò politicamente De Gasperi, si dimise dal partito e dal Parlamento, prese i voti ma poco dopo fu richiamato in politica dal cardinal Lercaro per sfidare Giuseppe Dozza, lo storico sindaco comunista di Bologna, nelle elezioni comunali del 1956. Nelle vesti di presbitero fu tra i principali ispiratori del Concilio Vaticano II,  prima di ritirarsi di nuovo dalla vita pubblica, recandosi in Terrasanta e poi nella comunità monastica da lui fondata a Monte Sole. Ed infine il ritorno sulla scena pubblica nel 1994, dopo la vittoria elettorale del polo berlusconiano, per guidare i comitati in difesa della Costituzione fino alla sua morte, nel dicembre 1996. Roberto Di Giovan Paolo, con un’attenzione specifica per quanto può essere rimasto dell’esempio di Dossetti nella nostra società politica e civile, volente o nolente ci racconta un partito democristiano che fin dagli albori appariva un arcipelago costituito da personaggi e correnti spesso incompatibili tra loro: uomini di fede un po’ ingenui e sognatori, uomini di fede molto meno sognatori ed invece molto furbi, uomini delle istituzioni come De Gasperi presto archiviati perché incompatibili con la nascente voracità del partito; ed infine i capi corrente ricordati soltanto per i loro personalismi e che presto aggraveranno la malattia fino a trasformare la democrazia cristiana in un cadavere in putrefazione. Questo esito letale nel libro è però soltanto evocato, mentre maggiore attenzione viene rivolta ai primi anni della Repubblica ed alla contrapposizione tra Dossetti e De Gasperi: “Non fu uno scontro di poco conto e però non si segnalò per la meschineria di tante contese successive o odierne. Erano due idee diverse a confronto: due idee di costruzione (o ricostruzione della società), due processi democratici alternativi. Quello di De Gasperi imperniato sulla mediazione tra istituzioni e l’assoluta prevalenza dell’esecutivo sui partiti, compresa la DC; quello di Rossetti sulla funzione di promotore sociale del partito e del primato di quest’ultimo sull’esecutivo” (pag. 15).

Molte pagine del libro sono inoltre dedicate a sfatare l’immagine di un Dossetti votato alla difesa acritica della Costituzione e precursore di un integralismo, insieme ai “professorini”, che alla fin fine negava la dignità del loro percorso culturale e ideale di cattolici democratici. C’è però da aggiungere che, nonostante le tante pagine dove si evidenzia l’impegno politico di Dossetti, con uno spirito di servizio che non aveva nulla a che fare con certe prassi contemporanee (per ricrederci vorremmo vedere Verdini prendere i voti e Bondi farsi suora), nell’opera di di Roberto Di Giovan Paolo, peraltro non aliena da aspetti celebrativi, risalta la figura del “rivale” De Gasperi, “maestro di una tattica di piccoli passi”, con la sua visione ancorata al realismo e non all’utopia. Contrasti che erano motivati da legittime diversità ideologiche, in un clima quindi molto più dignitoso rispetto a quegli scontri per interessi di bottega che negano il significato del “dovere della politica”.

E’ poi evidente che se si mettono in mezzo le ideologie, le idee e non gli interessi, allora la critica assume un volto più complesso. Così lo stesso Roberto Di Giovan Paolo: “L’idea dossettiana, che è quella di un partito in osmosi con la società civile e che usa il governo per imprimere un finalismo allo Stato affinché sia cambiata la società, scompare con lui dagli orizzonti. E forse non solo da quelli della Dc. Questa impostazione, va detto, ha anche avuto critiche interessanti ed elevate nel segnalare che l’impostazione di Dossetti potesse far luogo al rischio di uno Stato etico, quanto meno di un eccesso o di statalismo o di dirigismo economico e sociale. Questo quando non si è invocato a sproposito l’integralismo” (pag. 166).

Concordiamo quindi con Stefano Ceccanti che, nel recensire il libro, ha evidenziato come “possiamo non dirci dossettiani”, in quanto nella concezione politica ed ideale di Dossetti non veniva contemplato affatto il liberalismo, anzi temuto ed equivocato come possibile strumento di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. In questo senso se è vero che sia De Gasperi che Dossetti furono uniti nel contrastare il confessionalismo di Gedda, di fatto fu De Gasperi a rivelarsi più moderno e soprattutto più lungimirante. In fondo il senso delle tiepide lodi e delle critiche più sferzanti di Montanelli nei confronti di Dossetti, il “professorino”, sta tutto qui: “nessuno certamente potrà mai mettere in dubbio la limpidezza morale e la superiorità intellettuale, però […] purtroppo, nell’immaginario popolare, egli ricorda una sinistra democristiana che, a sua insaputa, si tuffò nel petrolio di Mattei e ne diventò il grande veicolo di corruzione della vita pubblica” (citazione non presente nel libro di Roberto Di Giovan Paolo). Queste affermazioni critiche di Montanelli, pur riconoscendo l’onestà dell’uomo e del politico Dossetti, risalgono alla metà degli anni ’90. Col senno di poi, visto come siamo messi, credo che un Dossetti, col suo “dovere della politica”, oggi sarebbe ben voluto anche da parte di chi come noi lo poteva considerare troppo di sinistra e troppo condizionato dalle sue utopie.

Edizione esaminata e brevi note

Roberto Di Giovan Paolo, giornalista professionista, è stato consulente editoriale e di comunicazione strategica; ha insegnato Sociologia dei processi culturali e comunicativi e Comunicazione politica. Dal maggio 1996 è membro del Policy Bureau europeo del Ccre e dal febbraio 2006 ricopre la carica di segretario generale dell’Aiccre, nella sua sezione italiana. È tra i fondatori di Elanet, rete europea della società dell’informazione. Dal 2008 è stato senatore della Repubblica. Per Nutrimenti ha pubblicato Comunicare rende liberi con Maria Rita Moro e prefazione di Tullio De Mauro. Tra le sue pubblicazioni più recenti, I papi, la Chiesa e la pace (2009) e Piccoli padri (2010).

Roberto Di Giovan Paolo, “Dossetti, il dovere della politica”, Nutrimenti, Roma 2013, pp. 192.

Luca Menichetti. Lankelot, febbraio 2013