Zarini Bruna

Tango al buio

Pubblicato il: 22 ottobre 2017

Da poco più di dieci anni la cosiddetta “Danceability”, grazie ad una tecnica derivata dai principi della Contact Improvisation e grazie all’impegno del danzatore Alito Alessi, pare abbia permesso a molte persone afflitte da handicap fisici di collaborare insieme ai cosiddetti normodotati nella creazione di spettacoli di danza. Il tutto lasciando spazio all’improvvisazione e senza dare luogo a particolari coreografie. Se quindi la “danceability” ha ricevuto un certo riscontro mediatico, situazione ben diversa è quella raccontata dall’insegnante e ballerina Bruna Zarini nel suo “Tango al buio”. È vero che il tango viene considerato capace di stimolare la sfera sensoriale ed emotiva, ma è altrettanto vero che è un ballo che implica una vera e propria tecnica, non certo una mera improvvisazione. Come ha scritto la Zarini nell’introduzione al libro: “mi sembrava impraticabile una didattica in cui chi apprende non ha la facoltà di osservare i passi e la postura e comprendere visivamente la ritmica e l’estetica del ballo […] poiché il tango è basato, oltre che su figure e passi, sull’aspetto visivo, sull’estetica, sulla mirada e cabezeo” (pp.11). Poi le inaspettate richieste da parte di alcune persone cieche di poter frequentare i suoi corsi, le idee balenate nel capo dell’amica Gaby Mann, e la nostra autrice, non senza dubbi ed esitazioni, ha pensato di intraprendere un percorso dall’esito incerto: dare vita al primo corso di tango argentino per non vedenti e ipovedenti in quel di Bologna.

Il libro, arricchito da diverse foto di Gaby Mann, chiaramente non è letteratura ma interessante testimonianza di un mondo sconosciuto ai più: racconta il percorso accidentato di un insegnamento sui generis, sempre ricco di entusiasmo che ha coinvolto sia i docenti sia gli allievi privi o quasi privi della vista, partito col progettare una tecnica adeguata ad uso di persone con deficit visivi, per poi giungere all’esibizione su di un palco. Insomma, nulla di particolarmente premeditato, ma molto costruito in base a tentativi, esperienza, intuizione del momento e della recente conoscenza del mondo dei ciechi e degli ipovedenti. Da questo punto di vista il racconto di Bruna Zarini su come si era svolta una “cena al buio” – organizzata in quel caso dall’Univoc al fine di facilitare l’integrazione di persone con deficit visivi – dice molto sui dubbi dell’autrice e nel contempo sul suo desiderio di realizzare il corso. Un modo di procedere quindi tutt’altro che scontato: alla terza lezione, le “cavie bendate acquisivano i primi passi e gli assistenti consolidavano il loro ruolo e io grazie a loro perfezionavo la didattica” (pp.36). Anche quanto scaturito dalla presentazione al pubblico del progetto, molto temuta sia dalla Zarini che dai suoi collaboratori, la dice lunga sulle difficoltà di proporre un percorso che per forza di cose non poteva essere standardizzato: “Erano tutti ciechi ma non tutti lo erano dalla nascita e non tutti lo erano completamente, non tutti lo erano diventati per malattia, alcuni per incidenti, alcuni erano ipovedenti stabili altri in regressione. Ognuno di loro aveva un tal vissuto alle spalle che era impossibile ignorarlo. Il diverso tipo di cecità era una di quelle varianti imprevedibili alla quale non avevo ancora pensato e che mi portò a dover adattare il metodo ad personam” (pp.46).

L’invito a partecipare a “La Grande Sfida”, manifestazione internazionale “handicap & sport” promossa dal Centro sportivo italiano di Verona, divenne così una prospettiva ambiziosa ma tutt’altro che avventata. Bruna Zarini racconta tutte le tensioni ed anche gli entusiasmi che hanno preceduto e accompagnato quel piccolo show sul palcoscenico del Filarmonico di Verona: “il pubblico si alzò ringraziandoci con un lungo applauso e noi proprio lì davanti a tutti ci abbracciammo con gratitudine non tanto per la qualità dell’esibizione eseguita quanto per essere lì e aver vinto la sfida con noi stessi” (pp.94). Fine quindi di un primo laboratorio ma nei fatti inizio di un nuovo percorso di condivisione e di passione per il tango tra insegnanti e nuovi e vecchi allievi.

Il libro – più precisamente un audio-libro – è corredato da un Cd in cui Simona Dottori legge il testo, con musiche di Massimo Tagliata.

Edizione esaminata e brevi note

Bruna Zarini, dal 1995 ballerina di tango argentino e poi insegnante, ha ideato e strutturato insieme all’amica Gaby Mann il primo laboratorio di Tango per non vedenti e ipovedenti in Italia in collaborazione con un gruppo di assistenti

Bruna Zarini, “Tango al buio”, Iacobelli (collana “Parliamone”), Pavona di Albano Laziale 2017, pp. 108. Foto di Gaby Mann

Luca Menichetti.  Lankenauta, ottobre 2017