Massimo Mario

Scavi dentro il tempo

Pubblicato il: 6 gennaio 2016

Ci capita spesso di valutare se un titolo corrisponde veramente all’argomento, ai contenuti, allo stile del libro. Ebbene, nel caso dei racconti di Mario Massimo, dicono molto le parole chiave “tempo” e “scavo”. Innanzitutto perché le dieci prose pubblicate dalla Empirìa edizioni rappresentano una sorta di impegnativo percorso, dai tempi più remoti passando per secoli più vicini a noi, immaginato e reinterpretato grazie a pretesti in qualche modo “laterali” rispetto celebri e controversi avvenimenti storico-culturali. Leggiamo in “Nessun osso” di Laevio Clunio, oste nella Roma imperiale che accoglie uno strano cliente. Questi altri non è che un ebreo arrivato col contingente di schiavi della spedizione di Vespasiano, che poi scopriamo iniziato al culto di Mitra; e soprattutto intenzionato a svelare quello che pensa essere un grande inganno: “Era un rivoluzionario. Un illuso. Figurarsi! Annunciare il Regno di Dio, e che la conversione è possibile; ma senza né sangue né odio, e col paradosso che se uno ti schiaffeggia, gli porgi anche l’altro guancia. Un oppositore ideale, per voi, vero?” (pp.10). Poi si rivolge ancora all’oste, un tempo sentinella sul Calvario: “Tu li hai visti, no, i crocifissi? Hai visto che modo tremendo di morire è quello. Nessuno, poteva scamparsela in simili condizioni […] La tua maledetta pigrizia, il solito modo di voi italiani, qua a Roma, di sottrarvi alla serietà della vita, ha avuto l’effetto che girasse questa diceria inconcepibile, questo insulto a qualsiasi essere umano dotato di mente pensante: perché se è risorto era Dio, ecco come bestemmiano” (pp.13). Il viaggio nel tempo continua con “Il miglior retaggio”, dove Monna Bianca Latini ricorda il figlio di Messer Alighiero, “di colorito ulivigno, non alto, e di complessione sfinata, ma solida, con penetrantissimi occhi color pece nel viso scarno, a cui s’imponeva l’incisività perentoria, benché ancor fresca d’adolescenza, del profilo […] Il libro parlava di un viaggio; a Dante veniva fatto con stupore mentre glielo traduceva, d’inframmezzarlo alle reminiscenze incredibili del Somnium Scipionis di cui proprio Ser Brunetto gli aveva dischiuso la bellezza, a suo tempo: Il viaggio era quello del Profeta fino al seno d’Abramo” (pp.18). L’allusione è al codice scoperto negli anni ’40 di questo secolo, contenente il “Liber Scalae Machometi”, un probabile spunto per la Commedia. Due secoli dopo approdiamo ai tempi di Gilles de Rais, uno dei più feroci killer seriali di sempre, e precisamente all’incontro tra l’estensore materiale dei verbali processuali, che anticiparono l’impiccagione e messa al rogo dell’assassino, e una sconvolta baronessa Marie de Laval. Poi la lugubre atmosfera di “A immagine di Caino”, in una Napoli ammorbata tra Inquisizione e faide nobiliari; la suora scrittrice di “Righi impropri”, ridotta al silenzio e tradita dalla leggerezza di Doña Micaela (l’autore prende spunto dalle vicende di Juana Inés de la Cruz); “La fiamma impari”, una storia ambientata tra Vienna e Milano e che ricorda atmosfere del “Senso” di Boito; ed ancora “Il bel sembiante”, altro racconto di età risorgimentale che accosta il patriottismo rivoluzionario di un giovane rampollo lombardo come esito tragico di rancori e tradimenti coniugali.

Racconti, a volte molto brevi, che trovano la ragion d’essere in uno “scavo” appunto tra le pieghe meno visibili della Storia. Lo evidenzia lo stesso Mario Massimo che, in calce, racconta le letture, le scoperte che poi hanno ispirato queste pagine tra realtà e invenzione. Lo “scavo”, inoltre, può essere inteso anche come stile. Se, in “Nessun osso”, il dialogo tra Laevio Clunio e il suo misterioso cliente riconduce il racconto a espressioni forse più consuete, con “Il miglior retaggio” la prosa si mostra sempre più colta, come volersi riconoscere, a tutti gli effetti, “letteraria”. Prosa che forse non dovremmo neppure definire “inattuale”. Possiamo parlare semmai di arcaismo, di antico, di tentativo di adeguare la lingua ai tempi del racconto. L’autore, infatti, ci ha proposto qualcosa che è agli antipodi del più consueto stile frammentato presente tra le opere della più recente letteratura italiana. L’impressione è che frequentemente suggestioni paraletterarie e una cultura pop stimata all’eccesso abbiano fatto breccia presso stimati scrittori contemporanei; e quindi ne rappresentino gran parte dell’ispirazione. Da qui una prosa appunto molto frammentata, una sorta di rap messo nero su bianco che però rischia di divulgare per lo più monotonia e conformismo. Ben altro discorso con Mario Massimo, evidentemente intenzionato a proporci un ritorno alla cosiddetta letteratura alta: pagine che a volte risulteranno faticose, impegnative, tali da costringere il lettore a qualche veloce indagine storica, quanto meno prima di aver letto la nota in calce; e, d’altro canto, i lunghissimi periodi presenti nei suoi racconti, approfondimenti tormentati e incessanti della realtà e del pensiero, potranno essere intesi come degli scavi nel testo e nella storia passata, uno strumento eterodosso e poetico per conciliare l’acribia della ricerca storica con l’immaginazione del narratore.

Edizione esaminata e brevi note

Mario Massimo, è nato nel 1947 a Foggia, dove vive; ha insegnato nei licei. Ha pubblicato: Chronicon, Il Calendario, Firenze, 1987 (poesie); In fondo al giorno, Il Calendario, Firenze, 1987 (poesie); Prede, Perrone, Roma,2013 (poesie); La morte data, Manni, Lecce, 2009 (racconti); Tre schegge di tempo, Puntoacapo, Novi Ligure, 2011 (racconti); Nella scia, in Racconti sotto l’ombrelloneII, L’Erudita, Roma, 2013; Roma “in giallo”, in Il Ponte, LXVII (2011), 4 (critica); La taverna, il castello, gli emblemi, in Orlando esplorazioni, III, 2013 (critica); scrive su Flanerì e Patria Letteratura.

Mario Massimo,“Scavi dentro il tempo”, Empirìa (collana Euforbia), Roma 2015, pp. 104

Luca Menichetti. Lankelot, gennaio 2016