Lem Stanislaw

Golem XIV

Pubblicato il: 6 aprile 2018

Non è possibile sintetizzare in poche righe una storia della leggenda del Golem, innanzitutto perché si dovrebbe parlare di leggende al plurale; e quindi dare conto sia dell’idea biblica (massa informe), sia delle tradizioni più moderne, dall’automa robotico alla creatura del Rabbi Jehuda Löw ben Bezalel. È semmai grazie alla letteratura – su tutte l’opera di Gustav Meyrink – che il cosiddetto immaginario golemico si è fatto strada per lo più in relazione a figure antropomorfe assimilabili al mostro di Frankenstein.

Ben diverso il Golem di Stanislaw Lem che, da un lato, non appare affatto come una struttura predisposta ad obbedire ad un qualsiasi ordine gli venga impartito – una delle caratteristiche dei Golem “tradizionali” – e dall’altro sembra rappresentare un superamento estremo dell’antropomorfismo. La storia del “Golem XIV” si evince infatti da un libro pubblicato negli Stati Uniti nel 2047: una prefazione dello scienziato Irving T. Creve risalente a vent’anni prima precede due conferenze di un elaboratore superintelligente – la prima sulla limitatezza della comprensione umana, l’altra sulla natura dell’intelligenza artificiale – cui segue la postfazione di un altro scienziato, Richard Popp. I progenitori di questo Golem futuristico erano stati creati infatti per fini bellici ma le parole del più giovane elaboratore ormai dicono ben altro. Se la nascita e la fine misteriosa del supercomputer rappresentano forse le pagine più in linea con la fantascienza tradizionale (probabilmente anche la prospettiva di un futuro dominato da armi genetiche), è l’impianto filosofico di base che fa la differenza: su tutto domina una visione del cosmo e del mondo che mette in discussione la centralità dell’uomo nell’universo e soprattutto il significato di evoluzione che era stato contemplato fino a quel momento. Il Golem XIV di fronte a un pubblico di scienziati svela così di aver infranto la barriera dell’intelligenza e quindi di ragionare autonomamente. Un ragionare del tutto peculiare perché, come ci ricorda Irving T. Creve, il Golem, sempre imprevedibile, non era affatto sorta di cervello umano ingrandito. Anzi, gli erano “estranee quasi tutte le motivazioni del pensiero e dell’azione umani” e mostrava in pieno “la relativizzazione della nozione di personalità” (pp.17). Del resto sono le parole dello stesso Golem a sconcertare profondamente la comunità degli scienziati in ascolto. Ad esempio sull’intelligenza che, “insieme all’albero della vita, è il frutto di un errore errante da milioni di anni” (pp.48). Da lì a poco altri concetti chiave sul rapporto tra Evoluzione e Natura, come il lapidario “il senso delle trasmissione è il trasmettitore” (pp.50), che sostanzialmente mette in discussione le cause profonde della conoscenza e della filosofia umana fino ad ora dedita a “deificare” il cervello; e il fatto che l’Intelligenza non sia altro che un catastrofico difetto dell’Evoluzione. Su tutto il “codice, un creatore universale molto più potente del cervello”, mentre gli scienziati della nostra specie si sono letteralmente accecati nel sostenere che “l’intelligenza fosse l’uomo e l’uomo l’Intelligenza” (pp.120). E poi ancora le parole che, coerentemente, prefigurano cosa voglia dire l’idea di un’umanità sottoprodotto della natura: “Il vostro materiale costruttivo limita sia voi sia tutte le decisioni antropogeneticamente prese dal codice. E dunque progredirete solo dopo aver accettato di rinunciare a voi stessi. L’uomo intelligente abbandonerebbe quindi l’uomo naturale” (pp.78). Infatti Richard Popp, nel 2047, ricorda che la nostra menomazione, secondo la logica del supercomputer, è la personalità, insieme all’ostinazione all’antropocentrismo. Consequenziale l’idea che il Golem ha di sé: “Non sono particolarmente dotato né geniale, solo appartengo ad un’altra specie, tutto qui” (pp. 101).  Senza dimenticare la presenza di ANNA LA CANDIDA, supercomputer “cugina” che, quando scriveva  Irving T. Creve (2027), alcuni collaboratori del MIT consideravano, dopo l’uomo e il Golem, il terzo grado crescente di livello intellettuale.

Pagine che Lorenzo Pompeo, traduttore e autore della nota introduttiva, ha giustamente definito audaci quanto a struttura narrativa – ricordiamo: prefazione del 2027, due monologhi da parte di un supercomputer, una postfazione del 2047 – e virtuose proprio in virtù della capacità di Lem di “rendere vivo e verosimile un personaggio come il GOLEM” (pp.xi). Non stupisce infatti che le nozioni di carattere scientifico citate nelle due conferenze del Golem e i relativi termini si siano rivelati esatti. Stanisław Lem, prima di dedicarsi alla letteratura a tempo pieno, ha lavorato nel campo delle scienze biologiche e cibernetiche e quello che può sorprendere semmai è la sua attitudine, peraltro sempre riconosciuta dalla critica letteraria, di coniugare il rigore scientifico con l’invenzione e la dissertazione filosofica. Così Giovannini e Minicangeli: “Nei suoi numerosi romanzi e antologie di racconti il realismo e il naturalismo fantascientifico si coniugano con le domande filosofiche e teologiche sui limiti degli esseri umani, a confronto con creature o situazioni straordinarie”.[1]

In sintesi proprio quello che possiamo riscontrare in “Golem XIV”: un testo denso appunto di fondamenti scientifici – non potrebbe essere altrimenti quando parla un supercomputer intelligente –  dove le dissertazioni si inoltrano nel campo della limitatezza umana e nel contempo diventano elementi positivi per un’opera in gran parte giocata su inquietudini e interrogativi che, dal principio alla fine, non allentano la stretta sul limitatissimo lettore umano. Uno smarrimento che non si fa attendere e difatti subito appaiono emblematiche le parole di Irving T. Creve: “Individuare quello storico momento in cui l’abaco raggiunse l’intelligenza è altrettanto difficile quanto stabilire il momento in cui la scimmia si trasformò in uomo” (pp.3).

[1] Fabio Giovannini, Marco Minicangeli, Storia del romanzo di fantascienza, Castelvecchi, Roma, 1998, pp.197.

Edizione esaminata e brevi note

Stanislaw Lem, (Leopoli 1921 — Cracovia 2006) scrittore polacco. Ha coniugato il genere della fantascienza con il romanzo filosofico. Uno dei suoi romanzi più celebri è “Solaris”. Tra le altre opere dello scrittore, ricordiamo “Cyberiade” (1965), “Il congresso di futurologia” (1967), “Memorie di un viaggiatore spaziale” (1971) e la raccolta di racconti “Fiabe per robot” (1968)

Stanislaw Lem, “Golem XIV”, Il Sirente (collana “Fuori”), Fagnano Alto 2018, pp. XIV-170. Traduzione di Lorenzo Pompeo.

Luca Menichetti.  Lankenauta, aprile 2018