Atanagi Uduvicio

Lucenti

Pubblicato il: 10 giugno 2018

“I rituali venivano svolti da tre anziane del paese che, a quanto raccontavano, tramandavano le tradizioni  e intrattenevano rapporti con le divinità silvane o con qualcosa del genere..” (pp.60). Questa l’evocazione di alcune strane pratiche che, a partire almeno dal XVII secolo, sembrano rivelare una realtà a dir poco malefica, probabilmente responsabile di aver infettato fino ai giorni nostri la vita intorno al podere di Pedro Lucenti, spietato proprietario terriero e capostipite di una famiglia che nei decenni sembra non riuscire a liberarsi della presenza di indefinite forze oscure e da una cappa oppressiva di morte e di decadenza.

Una situazione al limite sembra vivere anche il giovanissimo Mino, il “ragazzo dei Serrani”, che verso la metà degli anni ’90 del secolo scorso si ritrova con la sua famiglia proprio nei luoghi che avevano assistito alle disgrazie e ai crimini dei Lucenti. È la campagna toscana a sud di Siena, lontana dalle vie più trafficate; e qui Mino ha scelto un modo estremo per isolarsi: gli “piaceva passare le giornate nelle fosse fangose ai margini del paese, gli piaceva sprofondare trattenendo il fiato fino a quasi dimenticarsi di dover respirare mentre il suo corpo sembrava scomparire dentro la fossa” (pp.9). Anche Lucio, ragazzo che vive nei dintorni e avrà molto a che fare con Mino, non è del tutto in sé e sparisce per giorni all’interno del bosco. La presenza poi di una ragazzina, Teresa, probabilmente renderà ancora più complesse le strategie per difendersi da entità e da malesseri che sembrano riprodursi di generazione in generazione. Se infatti i luoghi di “Lucenti” sono per lo più quelli intorno al podere e quella campagna ammorbata da presenze che fanno pensare subito a “buio, fango e sangue”, il racconto – ovvero quello che è capitato a Pedro, il sanguinario capostipite, e poi a coloro che hanno abitato quelle terre, compreso uno sparuto gruppo di soldati tedeschi, ad Antonio Lucenti dal 1947, ai Serrani – non segue un’ordinaria linea temporale: presente e futuro si alternano, quasi ad evidenziare l’ineluttabilità del male. Oltretutto Uduvicio Atanagi, pseudonimo di un autore alquanto misterioso, non ha inteso esplicitare l’orrore sotto forma di ben definite entità mostruose. Semmai l’inquietudine è amplificata perché quasi tutto viene lasciato intuire, oscillando tra un’onnipresente analisi interiore e momenti in cui arcaiche tradizioni, esoterismo, peccati commessi in tempi lontani e mai espiati sembrano davvero dominare il destino di chi vive intorno al podere.

Si è infatti scritto di un romanzo che sembra richiamare sia il più noto horror rurale della cinematografia italiana anni settanta, sia elementi dell’opera di Thomas Ligotti e delle sue radicali incursioni nell’incubo e nel disagio psichico. Probabile che Uduvicio Atanagi abbia avuto presente anche tutto questo, ma l’idea di terrificanti e ancestrali altrove, in realtà contemporanei alla nostra dimensione percettibile, fa pensare a qualche reminiscenza classica, tipo il “Grande dio Pan” di Machen. Così uno dei soldati tedeschi che hanno avuto la sfortuna di rifugiarsi nel podere: “In quell’istante e nei momenti che seguirono Hans Turm vide per la prima volta il mondo” (pp.29). Ed ancora: [..] un pezzo di paese che sembrava appartenere a qualcosa d’altro, dove la natura indomata mostrava la faccia più pura, più assoluta” (pp.31); “I rituali venivano svolti da tre anziane del paese che, a quanto raccontavano, tramandavano le tradizioni e intrattenevano rapporti con le divinità silvane o con qualcosa del genere” (pp.60).

Peraltro non è soltanto la presenza di personaggi di cui si conosce poco o nulla del loro passato e del loro presente ad accrescere l’atmosfera orrorifica. Anche l’intento visionario di Atanagi è ben supportato da una terza persona che, a partire da una frase concisa, facilmente si trasforma in monologo interiore, in un flusso di coscienza – o, nel nostro caso, in una sorta di flusso di smarrimento –  alla stregua di una straniante filastrocca infantile. Colpe passate e presenti, misteri irrisolvibili e male incombente si manifestano quindi fin dalla prima pagina e senza lasciare un attimo di tregua; ma ci mette del suo anche l’illustratore AkaB: con pochi tratti, che evocano le liquidità del sangue e del fango, prende forma qualcosa di Mino, degli appartenenti ad una loggia segreta, di una mano insanguinata e pronta a commettere un crimine. Immagini che possono essere accostate a tutti quei momenti in cui emerge l’oppressione di una malvagità impalpabile ma pur sempre presente da tempi immemorabili: “come un ricordo sbiadito, come un delitto che tutti hanno dimenticato, tranne la terra” (pp.15).

Edizione esaminata e brevi note

Uduvicio Atanagi, scrittore italiano. Le sue opere sono state pubblicate tutte con diversi pseudonimi rendendo impossibile ricondurre i suoi lavori a un individuo preciso. Vicino agli ambienti della fantascienza, nel passato, ha fatto parte del movimento connettivista partecipando alle antologie di genere pubblicate da Kipple Officina Libraria e i suoi racconti sono apparsi su varie riviste e raccolte tra le quali Illustrati di Logos Edizioni e IF, Odoya. Nel 2015 ha pubblicato il romanzo Mentre l’Italia brucia con Meridiano Zero e sempre con Kipple officina Libraria ha pubblicato la raccolta I giorni tristi. Scrive sul blog unatombaperglialieni.blogspot.it.

AkaB (notte in lingua Maya) ha alle spalle una lunga esperienza nel campo della pittura e del fumetto. Tra i fondatori dello Shok Studio, ha collaborato con le maggiori case editrici italiane e estere. Nel 2003 firma il suo primo lungometraggio, Mattatoio, presentato alla 60a Mostra del Cinema di Venezia a cui seguono Il corpo di Cristo e Vita e opere di un Santo.

Uduvicio Atanagi, “Lucenti”, Eris (collana: Atropo narrativa), Torino 2018, pp. 208. Illustrazioni di AkaB.

Luca Menichetti.  Lankenauta, giugno 2018