Honeyman Gail

Eleanor Oliphant sta benissimo

Pubblicato il: 25 giugno 2018

“Eleanor Oliphant sta benissimo”: opera prima della scrittrice scozzese Gail Honeyman, esordio letterario che, in poco tempo, ha conquistato mezzo pianeta, romanzo acclamato e applaudito fin da subito come dimostra l’immancabile sfilza di esaltanti giudizi critici posti, al solito, sulla quarta di copertina. Ovviamente è necessario ridimensionare sempre tanto spudorato clamore per riportare il romanzo della Honeyman a quel che è: una lettura scorrevole e gradevole che gode, sopra ogni cosa, della presenza di un personaggio principale concepito e costruito in maniera ineccepibile. “Eleanor Oliphant sta benissimo” è anzitutto Eleanor Oliphant, protagonista e voce narrante della vicenda, una trentenne che, a dirla tutta, non sta affatto bene e che si distingue per una personalità sui generis, per un impietoso rigore esistenziale che scandisce ogni istante della sua giornata e per il suo innato talento nel pontificare su tutto e tutti senza filtri né compassione.

Eleanor Oliphant è dotata di notevoli capacità espressive, di una cultura e di un vocabolario invidiabili e di una capacità organizzativa che in pochi saprebbero garantire. Nonostante possieda una laurea in discipline umanistiche lavora alacremente da nove anni come contabile presso uno studio di graphic design. Vive da sola in un piccolo appartamento arredato in maniera pratica e di poco gusto, mangia regolarmente le stesse identiche pietanze, indossa esattamente gli stessi abiti e le stesse calzature e ogni mercoledì sera riceve l’immancabile telefonata da parte di sua madre. La vita di  Eleanor è scandita da una ritmica piana e sistematica. Non ha famiglia, non ha amici. Le chiacchiere che si fanno in ufficio su di lei e sulle sue stranezze non la sfiorano neppure perché lei va fiera della propria vita e della propria solitudine. Snob, senza dubbio, ma anche profondamente spietata, critica e inesorabile. Giudica chiunque senza pietà. Le basta osservare gli abiti indossati, la pulizia delle unghie, il modo di camminare e, soprattutto, il linguaggio usato: tutti sono passibili di valutazione e, in genere, nessuno è ritenuto all’altezza.

Un personaggio estremo quello di Eleanor e, proprio per questo, bizzarro, esasperato, cinico e divertente. La solitudine è il suo appiglio e il suo riparo: “Alcune persone – i deboli – hanno paura della solitudine. Ciò che non riescono a comprendere è che possiede qualcosa di molto liberatorio: una volta che ti rendi conto di non avere bisogno di nessuno , puoi prenderti cura di te stesso. Il punto è questo: è meglio prendersi cura solo di se stessi. Non puoi proteggere gli altri, per quanto ci provi. Ci provi e fallisci – e il tuo mondo ti crolla addosso, brucia e si riduce in cenere“. Eleanor Oliphant vive solo per se stessa e le sta più che bene. Eppure i casi della vita, da lei mai minimamente pianificati, si rivelano in tutto il loro incontrollabile procedere. Non può fare quasi nulla Eleanor quando Raymond Gibbons, un suo collega informatico, inizia a parlarle e a condividere qualche esperienza. Raymond fuma troppo, indossa maglie da beota, jeans che lasciano intravedere (Dio ce ne scampi!) le mutande e terrificanti scarpe da ginnastica colorate. Eleanor Oliphant non ha alcuna stima di questo ragazzotto rossiccio e pallido ma si ritrova a dover avere a che fare con lui nonostante tutto.

Eleanor sembra essere felicemente incastrata in schemi quotidiani che può facilmente maneggiare così come fa coi suoi amatissimi cruciverba. Nessuno la cerca e lei non cerca nessuno. Eppure durante la lettura, proprio come accade per un giallo, è facile individuare indizi di un trauma gravissimo che deve aver colpito la protagonista in qualche momento della sua vita, uno shock o un incidente che ha lasciato sul suo viso un segno indelebile. C’è un ignoto dolore sprofondato in un recesso indistinto della sua anima, un dolore che Eleanor ha sepolto da tempo e che da tempo ha deciso di dimenticare. Preferisce vivere come vive, scandendo le ore con chirurgica e ridondante precisione, annegando i brutti pensieri nella vodka diluita per non passare da ubriacona e ignorando tutto il resto. Divora libri a casaccio e spende con estrema parsimonia. Nonostante tanta sobria regolarità, ad un certo punto della storia, la signorina Eleanor Oliphant viene attratta da un uomo di cui non sa nulla. Si tratta di una rockstar del luogo che, ai suoi occhi, appare l’uomo perfetto. Una passione che la coinvolge e la spinge a mutare qualche abitudine e a spendere molto più di quanto vorrebbe per cambiare look in vista di un fantomatico incontro a due sui cui fantastica come un’adolescente.

Eleanor è convinta di stare bene ma capirà a sue spese che non è così. Dovrà crollare e ricostruirsi e, soprattutto, capirà che la solitudine non è una soluzione. Riceverà gentilezze che non si aspetta in nome di affetti che non immagina. La morale del romanzo della Honeyman è tutto sommato semplice: chiudersi al mondo non conduce da nessuna parte. L’isolamento di Eleanor non è salvezza ma dannazione per questo, come succede a molti, è destinato a sgretolarsi nel momento in cui viene a contatto con sentimenti sinceri e spontanei. Fidarsi è una conquista che costa fatica e implica la rinuncia a parti rilevanti di sé. Lasciarsi aiutare non è sintomo di cedevolezza o di inettitudine ma, a volte, è il primo passo verso la riconquista della propria identità e della propria forza vitale. Non è un caso che questo romanzo abbia conquistato e conquisti tanti lettori: porta con sé un messaggio luminoso e positivo e lo fa ricorrendo ad un personaggio fastidioso e brillante, ma anche goffamente incantevole in cui tanti possono facilmente leggersi e riconoscersi.

Edizione esaminata e brevi note

Gail Honeyman è nata e cresciuta in Scozia. Vive a Glasgow e “Eleanor Oliphant sta benissimo” è il suo primo, fortunatissimo romanzo.

Gail Honeyman, “Eleanor Oliphant sta benissimo“, Garzanti, Milano, 2018. Traduzione di Stefano Beretta. Titolo originale “Eleanor Oliphant is completely fine” (2017).

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