Cocchi Michele

La casa dei bambini

Pubblicato il: 26 giugno 2018

““Avete mai pensato che cosa potrebbe accadere se sapessimo la verità? Se ci dicessero davvero cosa succede là fuori, o se potessimo uscire prima di essere diventati grandi? Molti di noi non ce la farebbero.”

Non riusciva a capire che cosa intendesse per non ce la farebbero. Ma aveva capito che qualunque cosa intendesse, riguardava la paura. Eppure era stato Giuliano a dire che lui, Nuto, Dino e Viola erano inseparabili e che lo sarebbero rimasti fino alla morte, ovunque fossero andati. Era stato Giuliano a dire che in ognuno di loro c’era un pezzettino degli altri che li avrebbe fatti andare avanti.” (pag. 55)

La verità, là fuori, i grandi, la paura, la morte, l’amicizia. Se si dovesse scegliere un solo brano del libro per riassumerlo, questo sarebbe uno dei più adatti. Ci dice i nomi dei protagonisti (eccetto di quello che sta parlando); ci dice che c’è una ricerca della verità, nascosta dagli adulti e dal fatto di essere costretti in un posto da cui, bambini o ragazzini che siano, non possono uscire; ci dice di un legame indissolubile; ci dice che si fronteggeranno la paura e la morte.

La casa dei bambini, secondo romanzo dell’autore pistoiese Michele Cocchi, pubblicato da Fandango nell’autunno del 2017, è un libro ambizioso che tenta di indagare i legami tra la storia con la S maiuscola – qui totalmente inventata – e le storie di un piccolo gruppo di amici. Diviso in tre parti, ognuna delle quali segue il punto di vista di un personaggio diverso colto in un’età diversa, ecco nella prima Sandro (è lui il narratore nel brano riportato inizialmente) e l’infanzia, nella seconda Nuto e l’adolescenza, nella terza Dino e la maturità. È presente anche un brevissimo prologo che, nonostante si appoggi su un piccolo “trucco” narrativo, non stona e adempie alla sua funzione di raccordo con un’altra parte del romanzo.

La trama: nella prima sezione siamo in una casa isolata in montagna dove abitano molti bambini e bambine orfane, sotto gli occhi vigili di donne che vengono chiamate “mamme”, del direttore, del custode Pasquale; nella seconda sezione si fa un balzo di 7-8 anni, ci troviamo nel pieno di una guerra civile che dura da ben più di 10 anni (ecco cosa succedeva “là fuori”), ci sono scontri tra ribelli e militari; nella terza e ultima sezione la guerra è terminata da circa 20 anni e i personaggi fanno i conti con il loro passato.

L’autore, come ha dimostrato nel romanzo precedente La cosa giusta (Effigi) e nei racconti di Tutto sarebbe tornato a posto (Elliot), è molto bravo nelle pagine dedicate ai bambini e agli adolescenti, mentre i personaggi adulti appaiono più ingessati nei propri ruoli, rigidi, quasi schematici. Eppure, se ci pensiamo un po’, crescere è sviluppare solo una o poche delle proprie caratteristiche, è una sorta di riduzione di tutte quelle potenzialità che si hanno durante gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, e questo non ci rende forse tutti un po’ fermi, bloccati, impediti nei movimenti? La narrativa di Cocchi si basa perlopiù sul contrasto tra i grandi e i piccoli, sulla lotta nei piccoli per diventare grandi, e questi ultimi sono sempre visti come statue che portano avanti le proprie idee, che tentano di porre un freno ai propri sentimenti, controllarli. Non è un caso che per l’ultima parte, dove il protagonista è un adulto, l’autore scelga Dino, acrobata e insegnante circense. Dino con il suo lavoro ha mantenuto costante il contatto con il mondo infantile, è il personaggio ideale per chiudere il cerchio e al tempo stesso lasciare aperto uno spiraglio al futuro.

La casa dei bambini, di cui si è parlato in relazione alla guerra, cercando di trovare riferimenti con il passato del nostro paese (in effetti presenti nell’ambientazione appenninica e in alcune modalità comportamentali dei ribelli e dei militari), è piuttosto un libro sul crescere (crescere non è forse una guerra quotidiana?). Il contesto è sì importante, ma nonostante l’autore vi immerga i propri personaggi, ce li faccia vivere, ammalare, morire, rimane uno sfondo indistinto. Una guerra civile che dura più di 10 anni (15-20 sembra di capire) è una guerra in cui cresce una generazione di combattenti la cui esperienza diretta di come si viveva prima è troppo lontana, così lontana da essere dimenticata e irrecuperabile. Per questa generazione i motivi della guerra sono quasi sconosciuti; sono combattenti che possono dire come stare da una parte o dall’altra sia come nascere da una parte o dall’altra del mondo: qualcosa che accade, che non si sceglie. Un caso. Si agisce come si agisce e si è più simili ad automi che a esseri umani. Il periodo bellico occupa nel romanzo, in modo direi non casuale, esattamente l’età dello sviluppo dei protagonisti, li accompagna dall’infanzia alla giovinezza. Con un salto di anni più ampio, li ritroviamo adulti. Come se la guerra civile fosse una manifestazione esteriore della ricerca di sé degli anni dell’infanzia, dell’adolescenza. Dopo la guerra segue un periodo denso di aspettative che viene risucchiato dal grigiore dell’ordine, dall’instaurazione di un potere che non si sa quanto diverso dal precedente, poiché nessuno ne serba ricordo, né lo ricorda esattamente. Gli adulti, insomma, si spengono, e di nuovo è l’incontro di Dino con una bambina a farlo sentire davvero vivo. I bambini come portatori di novità, o quanto meno stimolatori di ricordi e azioni che si erano dimenticati, sepolti. I bambini come innesco di azioni e come destinatari di azioni.

Sembra dire, questo romanzo, che la vita ha senso solo nelle relazioni (amicali, amorose, familiari, affettive), che sono queste a guidarci nelle scelte, forse più degli ideali, e che per costruire un futuro si deve pensare a chi il futuro lo abiterà. Sembra anche dire che le guerre non finiranno mai, se non sceglieremo davvero di farle finire, e per farle finire si deve essere almeno in due, che una persona da sola non basta.

Più che dire, La casa dei bambini cerca di proporre, in maniera incerta, una possibilità, un percorso accidentato per arrivare a improvvise aperture che mostrino la bellezza del panorama circostante, e di nuovo un sentiero impervio.

Edizione esaminata e brevi note

Michele Cocchi, psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza a orientamento psicoanalitico. Suoi racconti sono comparsi su varie riviste, nel 2008 ha vinto il premio Ceppo Giovani (Pistoia) con il racconto La bambina dagli occhi di vetro e nel 2010 ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti, Tutto sarebbe tornato a posto (Elliot Edizioni). Nel 2017 ha pubblicato a inizio anno il suo primo romanzo, La cosa giusta, Effigi.

Michele Cocchi, La casa dei bambini, Fandango, 2017.

Un’intervista all’autore su Rai Letteratura

La casa dei bambini è nella terna finalista del XXXVII Premio Comisso.