Constantine K.C.

Il mistero dell’orto di Rocksburg

Pubblicato il: 8 luglio 2018

Navigando in rete forse è ancora possibile leggere una breve presentazione di K.C. Constantine, contenuta in un portale dedicato alle copertine del “giallo”: “Se pensate che Elmore Leonard sia un maestro del dialogo (ed è vero), vuol dire che non conoscete K.C. Constantine. Nessuno lo conosce davvero, tra l’altro, perché nessuno l’ha mai visto in faccia e nessuno sa quale sia il suo vero nome. La versione più diffusa è che “K.C. Constantine” sia lo pseudonimo di Carl Constantine Kosak, nato (forse) nel 1934 da madre italiana e padre serbo proprio come il suo personaggio Mario Balzic, capo della polizia nella fittizia città mineraria di Rocksburg, Pennsylvania, e protagonista di gran parte dei diciassette romanzi a firma Constantine. […] Neanche uno di questi libri è mai stato tradotto in italiano, anche per la sovrumana difficoltà di riprodurre adeguatamente l’incredibile stile dell’autore. Ma noi non disperiamo. Anzi, siamo pronti”.

Infatti non c’era proprio motivo per disperare. A risolvere il problema c’ha pensato la Carbonio editore che, per la prima volta in Italia, ha pubblicato, con traduzione di Nicola Manuppelli, “Il mistero dell’orto di Rocksburg” (The Man Who liked Slow Tomatoes, 1982), una delle inchieste di Balzic, preludio di altre pubblicazioni con protagonista il detective di origini italo-serbe: “sono mezzo zingaro e mezzo latino” (pp.218). Un personaggio che sfugge in parte ai canoni più consueti del noir, e non tanto per il carattere burbero ma di buon cuore, che non disdegna i metodi poco ortodossi pur di ristabilire la giustizia”. Balzic, poco avvezzo all’uso delle armi, propenso semmai ad alzare il gomito, è infatti il capo della polizia di Rocksburg, cittadina della Pennsylvania, non certo una metropoli tentacolare. Eppure anche in questo contesto apparentemente sonnolento, provinciale, dove vivono per lo più figli di immigrati italiani e dell’Europa dell’est, accadono vicende inquietanti e che in un attimo si possono trasformare in sanguinose. Nel caso specifico “dell’orto di Rocksburg”, Balzic, sempre sbrigativo, spesso annebbiato dall’alcol, si ritrova alle prese con la scomparsa dell’ex minatore Jimmy Romanelli, denunciata da parte della moglie Frances, terrorizzata per  la sorte del marito. Jimmy infatti solo in apparenza si occupava a tempo pieno del suo orto di pomodori: indagando per bar di quart’ordine, incontrando loschi individui coinvolti col gioco d’azzardo e il traffico di droga, il capo della polizia viene a sapere che lo scomparso, oltretutto disoccupato, vittima di una crisi sociale ed economica che da tempo investe tutta l’area ex mineraria ed industriale, si era probabilmente cacciato nei guai, alle prese con traffici illeciti. Il finale del romanzo, decisamente drammatico, mette in primo piano situazioni, fallimenti, colpi di scena che risolvono equivoci familiari e personali di cui, da anni ed anni, è parte lo stesso Balzic. Da questo punto di vista le parole del Los Angeles Times –scrittore e cronista sociale superlativo” – non sembrano poi così esagerate, non fosse altro che nel romanzo edito dalla Carbonio si possono cogliere temi come l’emancipazione femminile, il pregiudizio razziale, il potere gerarchico che vive di ricatti, l’incombente corruzione, che sempre emergono grazie a quei dialoghi che hanno contribuito alla fama di  K. C. Constantine.

Tornando quindi al citato Elmore Leonard, non c’è dubbio che vi siano alcune analogie tra questi due scrittori, ma pur sempre limitate all’ambiente rurale, periferico, alla scelta stilistica di limitare le descrizioni e  appunto alla scelta di far parlare innanzitutto i protagonisti dei romanzi. Pensiamo ad esempio al personaggio di  Raylan Gives, che poi ha ispirato il serial Justified: uno sceriffo federale che vive e lavora in Kentucky, Stato che tempo addietro proliferava grazie alle miniere e adesso invece è assediato dalla criminalità e dalla Dixie Mafia. AncheFire in the Hole” o “Riding the Rap” si distinguono per i dialoghi pregevoli, ma mentre Leonard ha voluto tenere fede alle sue ormai celebri “10 regole di scrittura”, ha puntato sulla dinamicità del racconto, nel romanzo di K.C. Constantine le fitte conversazioni di Balzic sembrano essere diventate piuttosto lo strumento più efficace per andare oltre la mera trama poliziesca e il mero prodotto di genere – per quanto sia il mistero di Jimmy si scioglie nelle ultime trenta pagine senza essere preceduto da sottotrame particolarmente complesse – entrando così dentro realtà sociali e psicologiche che descrivono un’America spesso inedita, sicuramente provinciale, percorsa da pregiudizi e da un costante disagio. La scrittura di K.C. Constantine, alias Carl Kosak, proprio in virtù dei lunghi dialoghi, caratterizzati oltretutto da espressioni onomatopeiche non prive di ironia, potrebbe essere definita teatrale piuttosto che letteraria, e probabilmente pochi avrebbero da ridire. Tutte impressioni positive che i lettori potranno veder confermate grazie alle prossime pubblicazioni in lingua italiana dei romanzi con lo“zingaro latino” Mario Balzic.

Edizione esaminata e brevi note

K.C. Constantine, pseudonimo di Carl Kosak, classe 1934, ex marine, giornalista e professore di inglese di Greensburg, Pennsylvania. Nei suoi romanzi con il detective Mario Balzic ha raccontato tre decenni di storia americana e ha immortalato l’America dei sobborghi piccolo-borghesi.

K.C. Constantine, “Il mistero dell’orto di Rocksburg”, Carbonio Editore (collana “Cielo stellato”), Milano 2018, pp. 240. Traduzione di Nicola Manuppelli.

Luca Menichetti. Lankenauta, luglio 2018