Mieli Renato

Togliatti 1937

Pubblicato il: 9 febbraio 2014

“Togliatti 1937”, opera di Renato Mieli pubblicata per la prima volta nel 1964, è stata ristampata da Rizzoli soltanto nel 1988 e da allora più nulla. Un saggio definito “di scomode verità” che, come al tempo della prima edizione, avrebbe potuto imbarazzare i nostalgici del socialismo reale e poi coloro che si erano malamente riciclati come democratici. Ma “Togliatti 1937” è un libro che, grazie allo stile e all’equilibrio di Renato Mieli, non si presta a quelle becere operazioni editoriali che abbiamo conosciuto negli ultimi vent’anni, spesso condizionate da intenti elettorali. Mieli era uno spretato, aveva rinnegato la chiesa comunista dopo i fatti di Budapest, e malgrado tutto si coglie bene come non fosse animato dai tipici rancori dell’ex. Nei suoi scritti prevale l’oggettività, la capacità di distinguere comunista da comunista, pur nella considerazione di come fosse sbagliata quell’idea di socialismo di Stato: “Vano è dire e pensare che lo sviluppo socialista dell’Unione Sovietica avrebbe potuto essere diverso e che i delitti che vennero commessi sotto Stalin avrebbero potuto essere evitati. No: non poteva essere che così. La logica della lotta per il potere assoluto è più forte di ogni schema ideologico. Quando entra in funzione la macchina per costringere tutti a pensarla allo stesso modo e ad obbedire senza discussione, non c’è più riforma sociale che salvi e protegga l’uomo dalle ingiustizie ben più crudeli dello sfruttamento economico in un regime di proprietà privata […] Può sembrare paradossale a dirlo: ma anche senza Stalin ci sarebbe stato lo stalinismo. Forse meno crudele, meno primitivo, meno enigmatico agli occhi dell’Occidente; ma ci sarebbe stato ugualmente un analogo fenomeno di accentramento autoritario del potere, con tutte le iniquità che esso comporta” (pag. 147).

“Togliatti 1937” è una storia di delitti di massa, di inconfessate complicità e di evidenti omissioni che ha visto come vittime i tanti comunisti che crederono di trovare nell’Urss di Stalin il paradiso in terra ed invece trovarono un biglietto di sola andata per l’inferno. Il 1937 è proprio l’anno che vide la fase più virulenta delle epurazioni ordinate da Stalin nei confronti di tanti esponenti del comunismo mondiale e con la NKDV di Jezov come carnefice (a sua volta arrestato e ucciso nel 1940). E con Togliatti che in quel periodo viveva a Mosca, numero due del Comintern, responsabile per i Paesi dell’Europa centrale: una carica che lo condusse a ratificare politicamente le decisioni di Stalin. Il risultato furono evidenti complicità, ma anche omissioni, silenzi da parte di Togliatti e di altri alti papaveri comunisti che neppure il rapporto Krusciov fecero venire meno. Il segretario del Pcus è vero che denunciò il culto della personalità staliniano, gli eccessi, le purghe, ma raccontò soltanto quella parte utile ad emancipare la popolazione sovietica e il partito dal terrore staliniano. Molto altro fu taciuto a cominciare dall’eliminazione di innumerevoli dirigenti e militanti dei partiti comunisti europei che si trovavano allora nell’URSS.

Renato Mieli, con le fonti documentali che potevano essere presenti in quel 1964 e grazie ad una capillare raccolta di detti e contraddetti da parte di alti dirigenti del partito, ha raccontato cosa accadde in quegli anni, soprattutto a partire dall’uccisione di Kirov e con l’inizio delle repressioni in massa (detta anche “politica del terrorismo di massa”). La rappresentazione quindi di un cambio di strategia: “fu l’inizio di un’operazione che aveva un carattere inconfondibilmente diverso da quella precedente che era servita a soffocare i focolai di resistenza e di ribellione alle riforme strutturali imposte dall’alto, in particolare con la collettivizzazione delle campagne. Se fino ad allora il potere sovietico aveva usato la violenza per reprimere un’opposizione dilagante tra le masse, sottoposte a indicibili privazioni e vessazioni, da allora, invece, vi fece ricorso per prevenire il formarsi di una qualsiasi opposizione al vertice. Spostò, in altre parole, il tiro, per colpire non più in basso ma in alto [….] Che una stretta connessione esista tra le repressioni contro i dirigenti comunisti sovietici e quelle dirette contro gli esponenti più in vista di altri partiti comunisti europei e dello stesso Comintern appare evidente” (pag. 9-10).

Mieli passa in rassegna i casi più eclatanti che videro epurati i presunti nemici dell’Urss e del proletariato, a cominciare dalla decapitazione dell’intero partito comunista polacco con l’accusa folle di essere capillarmente infiltrato da agenti di Pilsudski. Una decisione che, secondo Mieli, poteva essere stata finalizzata ad eliminare l’opposizione polacca e interna al Comintern in previsione della spartizione della Polonia con i nazisti. Poi, tra le tante, la vicenda che vide incarcerato Bel Kun, gli anni pericolosi di Tito tra Russia e Jugoslavia, la macchinazione di Orlov per torturare e uccidere il leader spagnolo del POUM, Andrés Nin (trame tutte ben conosciute da Togliatti). Il libro prende in esame anche le storie meno conosciute e tristissime di altre vittime del terrorismo di Stato staliniano, tra i quali molti comunisti italiani come Baccalà, Edmondo Peluso, Giuseppe Pirz, Carlo Costa, Otello Gaggi. Appare evidente peraltro come diverse furono le reazioni delle stesse vittime alla repressione poliziesca prima e poi alle torture e alla prospettiva di morire per mano di quelli che credevano loro compagni. Da un lato abbiamo il fervente stalinista Robotti, arrestato a Mosca nel 1937 e poi sopravvissuto alle torture: “chiuso nel suo silenzio su quell’episodio del passato, per anni ed anni, Robotti continuò ad essere il più fervente e intollerante propugnatore del sistema di cui era stato vittima. Esaltò Stalin, vivo o morto, con un accanimento che solo la profondità del suo intimo travaglio può spiegare” (pag. 81). Dall’altro lato, presente tra i documenti dedicati alle vittime riabilitate della NKVD, la polacca Wera Kostrzewa: “per W.K. l’indipendenza del pensiero era inseparabile dal partito e perciò se ne dovette andare dalla direzione del partito stesso […] Gravemente ammalata, la vecchia rivoluzionaria, fu arrestata dalla NKVD nell’estate del 1937 e, come di prammatica, fu accusata di spionaggio a favore di Pilsudski. Non sopravvisse ai metodi del terrore nel carcere della Lubianka” (pag. 197).

Dall’altra parte della barricata il compagno Togliatti del Comintern che, dopo il rapporto Krusciov e senza più il rischio di diventare vittima dei compagni stalinisti, si mostrò tanto reticente da legittimare diverse domande, con alcune risposte scontate ed altre meno scontate. Senza voler adesso entrare nell’ specifico dell’attività di Togliatti al servizio dell’Urss, Mieli così sintetizza la sua posizione: “Il punto da chiarire non è, dunque, se Togliatti abbia collaborato alla politica repressiva, intrapresa da Stalin nel marzo del 1937 – visto che per lo meno in un caso ciò risulta inconfutabile – ma come e perché lo abbia fatto. Qui il nodo da sciogliere: un nodo più intricato di quanto a prima vista potrebbe apparire […] Il terrore genere, è vero, la sottomissione di chi non vuole a nessun costo soccombere. Però la sottomissione può assumere molteplici forme: dalla remissività alla complicità. Non è detto che si dovesse collaborare attivamente a genocidio che si andava compiendo sotto Jezov. Si poteva anche evitare di spingersi fino a tal punto e tentare, nei limiti del possibile, di non compromettersi con quella barbarie che oggi si deplora. Vi era modo e modo di comportarsi nei confronti di quel regime se non si voleva condividerne le responsabilità, pur non osando o non intendendo opporvisi” (pag. 108). Questo discorso, possiamo aggiungere, vale tanto più di fronte alle citate reticenze e omissioni continuate anche dopo molti anni la caduta del regime staliniano. A questo riguardo viene in mente il titolo di un recente libro dedicato a Massimo D’Alema: “Il peggiore”. Ben consapevoli degli errori madornali del compagno Baffino, siamo però convinti che la palma di peggiore spetti ad altri, ricordando anche le parole di Massimo Caprara, ex segretario del leader comunista: “Lui, Togliatti, visse in Urss. Benché avesse l’autorità per farlo, non mosse un dito per salvare la vita dei duecento comunisti italiani e dei dirigenti polacchi. Pur di sopravvivere, accettò di seppellire la sua coscienza sotto un cumulo di fango e sangue”.

Edizione esaminata e brevi note

Renato Mieli, (Alessandria d’Egitto, 29 dicembre 1912 – Milano, 21 maggio 1991), fondatore dell’agenzia ANSA e padre del giornalista Paolo Mieli, partecipò da giovane al movimento comunista, organizzando nel ’37-’38, durante gli anni della guerra di Spagna, un gruppo clandestino che svolse un’azione di penetrazione e di stimolo critico tra gli universitari e gli operai a Padova, dove aveva compiuto i suoi studi laureandosi in fisica-matematica. Espatriato nel ‘39, è tornato in Italia dopo la liberazione, ricoprendo prima a Napoli e poi a Roma la carica di dirigente dell’Ufficio stampa alleato del P.W.B. e fondando, successivamente, l’agenzia giornalistica ANSA. Finita la guerra, riprese nel ‘45 l’attività politica nelle file del PCI e venne chiamato ad assumere la direzione dell’Unità, a Milano, nel biennio ‘47-‘48, per essere poi trasferito alla sezione esteri del comitato centrale dello stesso partito a Roma, dove rimase fino al 1958. Durante questo periodo, fu anche uno dei più assidui e stretti collaboratori della rivista « Rinascita », diretta da Togliatti. Ritiratosi dall’attività politica, dopo i fatti di Ungheria, ha rivolto da allora la sua attenzione, come giornalista e come studioso, ai problemi economici e sociali dell’Italia. Fu poi collaboratore del Giornale di I. Montanelli e del Corriere della Sera. Nel 1990 venne nominato presidente del “Centro vittime dello stalinismo”.

Renato Mieli, Togliatti 1937, Rizzoli, Milano 1964

Luca Menichetti. Lankelot, febbraio 2014