Monello Gigi

Il Principe e il suo sicario

Pubblicato il: 22 agosto 2015

Ad una prima lettura il libro di Gigi Monello potremo interpretarlo come una sorta di storia narrativa, seppur sui generis. La vicenda ci riporta difatti a qualche secolo fa, e per la precisione al 1499 quando Rodrigo Borgia, ovvero Papa Alessandro VI, dichiarò decaduti tutti i vicari di Romagna, feudatari solo di nome ma in realtà autonomi rispetto l’autorità papale. Il fine era chiaro: recuperare le antiche dipendenze grazie al braccio armato del figlio bastardo Cesare Borgia, detto il Valentino. Questi, personaggio senza scrupoli, ebbe gioco facile e di conseguenza, uno dopo l’altro, i signori romagnoli furono costretti a fuggire dai loro domini oppure a cedere le armi di fronte alla violenza degli scherani del pargolo pontificio.

In questi territori, funestati da anarchia e da scontri caotici tra piccole città stato, rimaneva la Faenza dei Manfredi ad opporsi agli appetiti dei Borgia. La città, infatti, abbandonata dagli infidi alleati, fu attaccata nel novembre del 1500 e resistette all’assedio fino all’aprile 1501 quando, ormai sul punto di cedere, il giovanissimo Astorre Manfredi, a capo del governo cittadino, decise di capitolare, sperando così di limitare i danni. Da quel momento, una volta andato a visitare Cesare Borgia, la storia ufficiale ci dice poco e sappiamo semmai che il povero Astorre, appena sedicenne, finì per un anno prigioniero in Castel Sant’Angelo e poi sparì: il suo cadavere fu ritrovato nel Tevere il 4 giugno 1502. Fin qui il racconto storico che, come anticipato, Monello tratta in maniera del tutto peculiare: “Poiché è cosa buona e giusta, nobilissima e umanissima, far la storia con i “se”; molto più buona di quanto non si immagini” (pp.79). Comunque sia il racconto, condotto con un linguaggio felicemente barocco e seppur inframmezzato da diverse versioni plausibili delle vicende di Astorre Manfredi e di Cesare Borgia, il Duca di Romagna, non ha nulla a che vedere con una sorta di banale fiction e mostra semmai il paradigma di un’Italia funestata da tiranni tanto spietati con le loro vittime quanto ammirati da intellettuali servili e in cerca di padrone. Abbiamo detto di una “storia narrativa” e confermiamo, anche se l’autore non fa uso di dialoghi e semmai l’elemento narrativo, ricco di momenti sarcastici, si sostanzia in una sorta di parafrasi critica di testi classici e moderni (le numerose note in calce citano Zuccoli, Valmigli, Monduzzi, B. Righi, Fantaguzzi, Alvisi, Gregorovius, Messeri, Matarazzo e tanti altri).

Un libro che possiamo definire anche come saggio a tutti gli effetti proprio per le considerazioni che l’autore fa scaturire dalla triste vicenda di Astorre, dalla descrizione degli usi e costumi del tempo, dalla figura banditesca di Cesare Borgia che – non a caso – gli intellettuali italiani antichi e moderni hanno volutamente mitizzato e distorto. Dalla psicologia dell’adolescente a tu per tu con la morte (Astorre) e dalla categoria del sadico (Cesare Borgia) “disperato, senza però avvedersene” (pp. 119), “imitazione mal venuta di dio” (pp.118), “sempre col medesimo scopo, non riconoscersi mortale”, “macchina senza pensieri” (pp.113), il passo è breve per un’analisi più ampia che investe uno dei più antichi e irriducibili vizi nazionali. Da questo punto di vista il primo a farne le spese è il più noto “Segretario fiorentino”, l’uomo “di scrittoio abbagliato e incantato dall’uomo di azione”, nonostante si parli di “capibanda megalomani e cinici, ingenuamente scambiati per facitori di storia” (pp.156); ma poi anche tutti gli scrittori che, soprattutto secoli più tardi, hanno mitizzato oltre misura un autentico bandito, figlio illegittimo di un papa senza dio. Tanto per capirci, Monello cita, tra i tanti “apologisti”, e non senza spirito polemico, Maria Bellonci: “Impegnata a costruire il suo modello di Principe Perfetto in tutte le sue facoltà, la Bellonci giunge invece, in proposito, ad affacciare niente meno che l’ipotesi di un Duca seriamente tormentato dall’oscuro enigma dell’esistere” (pp.114). Una figura quella di Cesare Borgia che evidentemente si prestò a distorsioni al limite del ridicolo, ad uso di lettori piccolo borghesi in cerca del brivido del proibito, tanto che Alexandre Dumas nel suo “I Borgia”, come ancora ricorda il nostro autore, non ebbe remore a spacciare il rapporto tra il “Valentino” e  Astorre come condizionato da pulsioni bisex. Distorsioni che però Monello non circoscrive all’ambito letterario. L’eredità di Machiavelli, intesa come sintomo di un morbo che ancora oggi miete vittime, viene colta anche nelle intemerate di alcuni nostri stimati intellettuali contemporanei. Se un Franco Cordero già qualche anno fa mise in guardia riguardo una “sotterranea continuità tra momenti assai distanti della storia italiana” (pp.156), ecco che l’ammirazione “estetizzante per la politica come tecnica e braveria attivistica” viene subito dimostrata con la citazione da un articolo di Ruggero Guarini, pubblicato su Panorama del 18.9.1997: “Adoro quel furfante dell’avvocato Previti. Adoro tutta la banda e soprattutto il loro capo […] Ecco di quale stoffa – mi dissi allora – sono fatti quei vecchi beniamini della vita che sono gli amici del fare, del daffare e dell’affare. Non è, come tutti credono, la ruvida stoffa della realtà. E’ l’impalpabile stoffa di cui sono fatti i sogni” (pp.158). Di sicuro potrà apparire audace la relazione tra pagine dedicate interamente alle disgrazie della Roma e della Romagna di inizio ‘500 e invereconde vicende contemporanee; ma tutto si può spiegare – ripetiamolo – con uno spirito di demitizzazione e con la polemica, sempre necessaria, nei confronti di un ceto intellettuale predisposto alla cortigianeria e alla fascinazione nei confronti di autentici furfanti; per lo più spacciati per salvatori della patria.

Edizione esaminata e brevi note

Gigi Monello (Cagliari, 1953), insegna filosofia e storia in un liceo cagliaritano. Tra i suoi scritti “Le conchiglie a Monte Mario” (Firenze, 1995), “Accadde a Famagosta, l’assedio turco ad una fortezza veneziana” (Cagliari, 2006), “La luce nel fosso, tre racconti su Leopardi e Napoli” (Cagliari, 2007), “Ombre e viaggi” (Cagliari, 1999), “Voci e viaggi” (Cagliari, 2003), “Sonni & viaggi” (Cagliari, 2001).

Gigi Monello, “Il Principe e il suo sicario. Come Cesare Borgia tolse dal mondo Astorre Manfredi. Con note sparse sopra la mente di un tiranno”, Scepsi & Mattana, Cagliari 2015, pp.192.

Luca Menichetti. Lankelot, agosto 2015