Montanelli Indro

Ve lo avevo detto. Berlusconi visto da chi lo conosceva bene

Pubblicato il: 29 novembre 2011

“Ve lo avevo detto” è un titolo probabilmente fuorviante, come se l’autore di questa raccolta di articoli, Indro Montanelli, sia stato un autentico profeta ed avesse da subito compreso la personalità del suo ex editore. Potremmo dire che ce l’aveva detto solo in parte, mai dimenticandosi un’acuta e pessimistica analisi del carattere degli italiani, ma senza troppo curarsi delle motivazioni che portarono l’utilizzatore finale “a scendere in campo”, vuoi per un imposto atteggiamento cavalleresco (quello suo, non quello del presunto Cavaliere), vuoi per non venire meno a quella severità di atteggiamenti che sempre auspicava in coloro che rappresentavano le istituzioni e l’opinione pubblica. Montanelli qui non è Travaglio, cronista votato alle grandi e piccole inchieste, spietato e privo di qualsivoglia riguardo nei confronti di chicchessia: il giornalista toscano, nelle vesti di direttore del Giornale, poi della Voce e poi ancora grande firma del Corriere della Sera, si dedicava alla sua Stanza e agli articoli di fondo, genere ancora non del tutto sputtanato dagli Ostellino della situazione, nei quali poteva mettere nero su bianco il suo profondo pessimismo e rilevare la distanza abissale tra la destra reale e la destra sognata, utopica in un paese che non apprezza affatto la sobrietà ed invece, per dirla alla Prezzolini, “ammira i furbi”.

Molto di quanto leggiamo nel libro era già presente in una precedente raccolta, “Senza Voce”, che però forse aveva un taglio autenticamente più biografico ed era priva di una prefazione come quella di Massimo Fini che qui dà il meglio di sé in termini di sintesi ed analisi. A quanto pare alcuni fan di Montanelli, forse in difetto di senso critico, non hanno apprezzato quanto scritto nell’introduzione che, pur riconoscendo la genialità, i meriti di un giornalista insuperabile, non nasconde però alcuni di quei limiti e difetti che fanno dire come il titolo del libro non sia poi così azzeccato. Leggiamo Fini a pagina 12: “Forse gli faceva comodo non approfondire troppo in un momento di grave difficoltà psicologica, dopo essere stato costretto nel modo più infame, a lasciare il Corriere…[…] Ma io, che l’uomo l’ho un po’ conosciuto, preferisco pensare che in Montanelli, oltre a una buona dose di narcisismo e di infantilismo (che sono le sole due cose che lo accomunano a Berlusconi) ci fosse, nonostante la sua esperienza, un fondo di ingenuità. Quella che manca, e non sono del tutto sicuro che sia un bene, a uno dei suoi più accreditati e affezionati discepoli, Marco Travaglio”. In realtà dovremmo aggiungere come molti dei collaboratori del vecchio Indro, cominciare da Federico Orlando, più volte abbiano fatto da filtro ed evitato al loro direttore di subire le pressioni degli scherani del Cavaliere che, nelle vesti di utilizzatore iniziale, intermedio e finale, era sempre legato a doppio filo col suo Bettino: quel tanto che al tempo lo faceva pensare proprio un direttore fortunato grazie ad un editore che realmente gli lasciava il campo del tutto libero.

Anche prima della “discesa in campo” quindi non era proprio così, ma è un’altra storia che meriterà di essere raccontata. Possiamo dire semmai che Montanelli con quel “io lo avevo detto” e riferito alle caratteristiche dei nostri concittadini, è stato più che mai arguto e, nel suo voluto pessimismo, del tutto consapevole e lungimirante. Una sua citazione qui ci sta benissimo: “In Italia a fare la dittatura non è tanto il dittatore, quanto la paura degli italiani e una certa smania di avere un padrone da servire. Lo diceva Mussolini: “Come si fa a non diventare padroni di un paese di servitori?”. Lungimirante invece non è la parola giusta se riferito al suo ormai ex editore. Scrive ancora Fini, mettendo nero su bianco quello che molti di noi lettori avevamo capito subito: “E per molto tempo Montanelli volle illudersi che di Berlusconi ce ne fossero due. Uno era quello che aveva conosciuto lui, simpatico cazzaro, sostanzialmente innocente, l’altro era il mascherone sconciato, liftato… […] rovinato dal servilismo degli scherani. Alla fine dovette rendersi conto che di Berlusconi ce n’era stato sempre uno solo. Uno che non c’entrava niente con la destra liberale, prezzoliniana, cui su ispirava Indro…[…] E vennero gli articoli più duri, più sferzanti, più irridenti, iconoclasti”.

Questi pezzi di bravura montanelliana, esercizi di stile e di sostanza, sono la storia di una progressiva disillusione. La lettura inizia col Giornale (11 gennaio 1994) quando Montanelli, poco prima della discesa in campo”, così chiude la sua lettera al Cavaliere: “Ti auguro con tutto il cuore di non pentirti delle tue decisioni, io sono sicuro di non pentirmi dei consigli che ti ho dato. Tuo Indro”. E poi il giorno dopo: “Questo è il mio ultimo articolo che compare a mia firma sul giornale da me fondato e diretto per vent’anni…[…] Ma ci che provo a lasciarlo riguarda solo me: i toni patetici non sono nelle mie corde e nulla mi riesce più insopportabile del piagnisteio..[…]. Non posso sorvolare sull’ultima e più grave provocazione: la promessa alla redazione, alla mia redazione, di cospicui benefici se si fosse adeguata ai suoi gusti e desideri, cioè se si fosse ribellata ai miei. A questo punto non avevo più scelta. O rassegnarmi a diventare il megafono di Berlusconi. O andarmene”. E andarsene, com’è noto, se ne andò davvero, fondando alla tenera età di ottantacinque anni un altro quotidiano, questa volta molto meno ingessato e molto più battagliero: La Voce.

Qui ancora con un pizzico d’indulgenza così ci descrive il suo ex amico Berlusconi: “Ma soprattutto lo esilaravano le proteste di noi amici quando lo coglievamo con le mani nel sacco di qualche bugia. Perché bugiardo, Silvio era anche allora. Mentiva senza accorgersene, come io e voi respiriamo”. Poi l’esperienza della Voce finì malamente, non senza qualche interessata manovra da parte di coloro che allora erano al governo, Montanelli tornò al Corriere e qui, in costanza di un uso sempre più disinvolto dei media da parte dell’ex amico Silvio, di una concezione padronale delle istituzioni, dei primi tentativi di bavaglio all’informazione, delle prime leggi ad personam, i toni si fanno sempre meno indulgenti. Provocatorio ma non troppo e già più consapevole di cosa poteva capitarci, quando nel 1998 proponeva un referendum impossibile: “Volete voi l’abrogazione dei reati in base ai quali è stato condannato l’on. Silvio Berlusconi?”

Queste alcune righe da “Io e il Cavaliere qualche anno fa”, scritte il 25 marzo 2001 da un Montanelli che da lì a poco ci avrebbe lasciato: “Una volta un’alta personalità della Finanza, nota anche per il suo infallibile fiuto degli uomini, mi disse di Berlusconi: «Avrà anche i suoi difetti, ma un merito bisogna riconoscerglielo: quello di non deludere mai. Quando ti aspetti che dica una scempiaggine, la dice». E poi ancora: “Chissà cosa avrebbe detto [ndr: Clemenceau] se si fosse trovato di fronte Berlusconi, cui nulla riesce tanto bene quanto la parte di vittima e perseguitato. «Chiagne e fotte» dicono a Napoli dei tipi come lui. E si prepara a farlo per cinque anni di seguito.

Il 13 maggio 2001 Silvio Berlusconi vincerà le elezioni politiche come leader della coalizione di centrodestra e Montanelli morirà il 22 luglio dello stesso anno. Gli sono state risparmiate altre decine di leggi ad personam, spesso diventate ad castam, la P3, la P4, le troie in ogni dove, magari pure in un parlamento non più eletto ma nominato, la pretesa parossistica di imbavagliare l’informazione, i Fede che hanno generato i Minzolini e via e via. Quindi per parafrasare quell’ultimo articolo del marzo 2001, ci viene da pensare: “Chissà cosa avrebbe detto Montanelli se si fosse trovato di fronte il Berlusconi del 2011”.

Edizione esaminata e brevi note

Indro Montanelli, (Fucecchio 1909 – Milano 2001) giornalista. Laureato in Legge e Scienze politiche, inviato speciale del “Corriere della Sera”, fondatore del “Giornale nuovo” nel 1974 e della “Voce” nel 1994, è tornato nel 1995 al “Corriere” come editorialista. Ha scritto migliaia di articoli e oltre cinquanta libri fra i quali ricordiamo: XX Battaglione eritreo, I cento giorni della Finlandia, Qui non riposano,Le stanze, L’Italia del Novecento (con Mario Cervi), La stecca del coro, L’Italia del Millennio (con Mario Cervi), Le nuove stanze.

“La servitù, in molti casi, non è una violenza dei padroni, ma una tentazione dei servi”;

“Noi l’Italia la vediamo realisticamente qual è: non un vivaio di poeti, di santi e di navigatori, ma una mantenuta costosa e scostumata: ma è la sola che riesce a riscaldare il nostro letto e a farci sentire uomini, anche se cornuti.” (I.M.)

Indro Montanelli, Ve lo avevo detto. Berlusconi visto da chi lo conosceva bene, Rizzoli, Milano 2011, pp.182, € 12,00

Luca Menichetti. Lankelot, settembre 2011

Recensione già pubblicata su ciao.it il 29 settembre 2011 e qui parzialmente modificata