Pepino Livio, Revelli Marco

Non solo un treno…

Pubblicato il: 5 agosto 2012

Il Tav è uno degli argomenti che in Italia meglio si prestano a misurare la qualità del nostro sistema informativo e di conseguenza il livello di trasparenza della nostra classe politica. Il risultato della misurazione? Bassissimo nell’uno e nell’altro caso. I motivi sono stati ampiamente spiegati nelle opere di Cicconi, di Calafati e di altri autori che hanno messo a nudo un sistema corrotto e malato, che rimane in piedi soltanto grazie ad una disinformazione pervasiva ed a una martellante propaganda che spaccia per progresso quello che è in realtà uno scientifico saccheggio di denaro pubblico e di territorio. Con l’aggravante che questioni contrattuali e progettuali, insieme ad una normativa ad castam imbastita con intenti palesemente truffaldini, vengono trattate dai media senza alcun approfondimento ma argomentando le polemiche in atto come lo scontro tra destra e sinistra, tra riformismo e massimalismo, tra moderni e cavernicoli, tra amanti del progresso e montanari egoisti affetti da sindrome Nimby.

Insomma, abbiamo capito che la canzone di Giorgio Gaber “destra sinistra” potrebbe essere aggiornata con un’altra strofa che ci starebbe proprio bene. Difatti, andando sul concreto, oltre alle consuete petizioni di principio presenti in editoriali e nelle dichiarazioni di politici che spesso non sanno nemmeno di cosa parlano, in merito a dati, studi, analisi della normativa, questi presunti amanti del progresso non ci dicono niente di niente se non quelle frasi, ricordate più volte anche da Revelli e Pepino, che fanno: “l’Europa ce lo chiede”, “non possiamo restare isolati”. Mantra che evidentemente hanno sortito qualche effetto presso i cittadini più condizionabili o più menefreghisti. In merito è efficace questo passo di Revelli: “Le affermazioni apodittiche e indimostrate sono, per definizione, quelle maggiormente impermeabili alle critiche e alle obiezioni. Di più, se ripetute ossessivamente, creano un senso comune a prova di ogni dubbio” (pag. 99). Questo lo stato della nostra televisione e dei nostri quotidiani, i media che fanno “opinione”. Dal versante editoria –come anticipato – le cose vanno diversamente e, salvo una recente pubblicazione dell’On. Esposito, pasdaran Pd del Si Tav, si allunga la lista di libri che hanno raccontato con dovizia di particolari, e dati verificabili, la truffa in atto.

Marco Revelli e Livio Pepino, un professore di sociologia e un ex magistrato, ambedue culturalmente di sinistra, con la loro opera “Non solo un treno”, nel raccontare la vicenda Tav in Val di Susa magari non hanno aggiunto molto rispetto quello che molti di noi hanno imparato leggendo la normativa vigente, i già citati saggi, e facendo esercizio di buon senso. I due autori ovviamente non potevano non ricordare quanta mistificazione sia stata propalata dai media in mano a riconoscibili gruppi d’interesse, e come i sistemi contrattuali in vigore permettano un magna magna mai visto. Quindi si comprende perché alcuni personaggi vogliano perforare una montagna a tutti i costi (proprio il caso di dirlo), contro ogni apparente logica di mercato e finanziaria. Le letture di Calafati e soprattutto dell’ottimo Cicconi sono illuminanti; non smetterò mai di dirlo. Revelli e Pepino semmai hanno voluto inquadrare la vicenda Tav in un contesto più ampio, non semplicemente limitandosi all’analisi della normativa o dei meccanismi di mistificazione, ma considerando la repressione in Val di Susa come una cosciente politica di cancellazione dei beni comuni, per privatizzarli e rivenderli al miglior offerente.

Revelli ci racconta in dettaglio come negli anni, senza alcuna vergogna, si siano cambiate le carte in tavola passando dall’alta velocità all’alta capacità, cambiando percorsi, progetto, stravolgendo le ricerche su amianto e uranio presenti nella montagna: tutto sempre nell’intento di dimostrare che un gruppo di montanari ignoranti non poteva avere la meglio sul resto del paese, in fibrillazione per non essere isolato dall’Europa. Perché quanto pare noi italiani siamo appunto  isolatissimi e quando sarà completato il tunnel nella montagna, verso il 2050 e dopo una spesa ancora non definita (forse venti miliardi di euro, forse quaranta)  passeremo tutti col treno per la Val di Susa; e ci sentiremo finalmente europei. Il libro, seppur riservando una maggiore attenzione agli aspetti “sociologici” della vicenda, e da parte dell’ex magistrato Pepino, in “Costruire il nemico: una storia esemplare”, alle forzature operate dalle forze dell’ordine e dalla magistratura, risulta ricco di dettagli e di dati che, se fossero falsi, potrebbero essere facilmente confutati. Ad esempio il passaggio che tratta dei cosiddetti “interessi intercalari”, il costo più pesante dell’opera tutto a vantaggio delle banche e a svantaggio delle casse statali. Di grande interesse risulta la lettura, in appendice al libro, dei quattordici punti “Le ragioni del si, le ragioni del no”, anche dimostrazione di quanto in questi anni i cavernicoli della Val di Susa abbiano studiato ed approfondito grazie ai luminari contrari all’opera.

A fronte delle quattordici domande predisposte dallo stesso governo Monti e alle quali sono state date delle risposte, pubblicate il 9 marzo 2012 sul sito governo.it (della serie “si faccia una domanda e si sia una risposta”), la Commissione Tecnica della Comunità montana della Val di Susa e Val Sangone, integrata da esperti esterni, seguendo lo schema governativo di domanda e risposta, ha illustrato le proprie ragioni. Anche il lettore meno attento non potrà non rimanere colpito dalla genericità delle argomentazioni ufficiali, dalle brevi risposte stitiche e prive di dati imbastite dal cosiddetto “governo tecnico”, mentre le repliche della Commissione No Tav, non prive di una certa ironia, risultano ricche di dati verificabili e ben più argomentate.

Sempre in appendice, ciliegina finale, “l’Essai d’analyse de l’utilité sociale du tunnel Lyon Turin” di Rémy Prud’homme, professore emerito all’Université Paris XII e valutatore tra i più autorevoli in campo internazionale. Le conclusioni del cattedratico francese sono chiare: il bilancio dell’opera, anche a voler sopravvalutare le variabili positive, resterebbe disastroso. Uno sperpero tale che occorrerebbe moltiplicare almeno per otto le quantità o i prezzi di trasporto per giungere a quei valori minimi tali da giustificare economicamente e socialmente l’opera. Malgrado queste obiezioni puntuali i nostri decisori, palesi e occulti, non sentono ragioni; se non le loro. Gli effetti si sono fatti sentire anche in merito a questo libro. Bersaglio di una fabbrica del fango targata PD è stato Livio Pepino, uno degli autori: il figlio Daniele è stato accusato dal parlamentare del Pd Stefano Esposito di partecipare a campi di addestramento con i militanti del Pkk, il movimento indipendentista kurdo.

Da qui una lettera aperta di un gruppo di intellettuali a Pierluigi Bersani (Micromega, 13 luglio 2012): “A Torino è stato oltrepassato davvero un limite. La “fabbrica del fango” messa in piedi dal deputato Pd Stefano Esposito contro il magistrato Livio Pepino, utilizzando false notizie relative al figlio impegnato in una pubblica attività di difesa del popolo kurdo, costituisce un caso di malcostume politico inaccettabile. Livio Pepino è colpevole di dissentire pubblicamente sulla questione del TAV e sulle misure di ordine pubblico ad essa connesse. Gli è stato riservato un trattamento che ricorda tristemente il “metodo Boffo” aggravato dall’uso della calunnia nei confronti di un figlio. La pratica odiosa di colpire avversari politici con il falso, attraverso famigliari e persone care, è una tecnica sperimentata nella Mosca degli anni ’30. Che venga praticata dall’ esponente di un Partito che si definisce “democratico” solleva sconcerto e preoccupazione, per non dire paura. Se ciò dovesse passare senza una forte, esplicita reazione di rigetto a cominciare dai responsabili nazionali di quel partito, la tendenza all’imbarbarimento del dibattito pubblico verrebbe accelerata. Le accuse di “terrorismo” e “guerriglia” utilizzate su torbidi siti web per colpire Pepino non sono così diverse, sul piano del malcostume politico e della falsificazione, dalle vergognose accuse e minacce scritte sui muri da alcuni imbecilli contro il magistrato Caselli, con la differenza che qui si tratta non di un anonimo adolescente irresponsabile ma di un deputato della Repubblica italiana. Abbiamo atteso finora un gesto di ripulsa da parte del suo partito, invano. Per questo ci rivolgiamo ora in prima persona al segretario Bersani: fermi, per favore, questa barbarie. Arresti questa deriva degradante. Dica chiaramente che questo metodo di lotta politica è indegno”.

Da notare che Pierluigi Bersani ha scritto la prefazione alla recente pubblicazione “Si Tav” di Esposito. La conclusione è facile da intuire: uno dei tanti appelli caduti nel vuoto e un “metodo Boffo” che ormai ha fatto scuola e non conosce limiti di schieramento. Quando in mezzo ci sono interessi inconfessabili, non è banale dirlo, destra e sinistra non si riconoscono più: sono uguali.

Edizione esaminata e brevi note

Livio Pepino (1944), già magistrato e presidente di Magistratura democratica, è attualmente direttore della rivista Questione giustizia. Tra i suoi scritti Diritto di welfare. Manuale di cittadinanza e istituzioni sociali (con M. Campedelli e P. Carrozza, Il Mulino, 2010) e Giustizia. La parola ai magistrati(Laterza, 2010).
Marco Revelli (1947) è  professore di Scienza della politica presso l’Università del Piemonte Orientale e co-fondatore di Alba (Alleanza Lavoro Benicomuni Ambiente). Tra i suoi scritti più recenti Poveri, noi (Einaudi, 2012), Sinistra Destra: l’identità smarrita, (Laterza, 2007) e La politica perduta (Einaudi. 2003)

Livio Pepino e Marco Revelli, Non solo un treno…La democrazia alla prova della Val Susa, Edizioni GruppoAbele (collana I Ricci), Torino 2012, pag. 320

Luca Menichetti. Lankelot, agosto 2012