Zambon Eva

Hangover

Pubblicato il: 22 Ottobre 2010

My heart is broke but I have some glue / Help me inhale and mend it with you / We’ll float around and hang out on clouds / Then we’ll come down and I have a hangover, have a hangover / Have a hangover, have a hangover. Dumb, Nirvana. 

Hangover è il termine anglosassone che cerca di sintetizzare in una parola quel particolare malessere post eccesso alcolico o di stupefacenti, definendo i postumi di una sbornia o quel fastidioso strascico che segue lo sballo. Hangover è anche il titolo del primo e unico romanzo della vicentina Eva Zambon, letterata che evidentemente non ha avuto la fortuna che meritava. L’avverbio evidentemente, che ho voluto spendere già all’ingresso della presentazione del libro, deriva dalla consapevolezza di chi vi parla di aver assaporato le 166 pagine di cui si compone Hangover in un brevissimo lasso di tempo. Ma non c’è soltanto questo, perché l’autrice in questione possiede un dono palese agli occhi di chi come me è più incline a recensire opere cinematografiche che romanzi, che è quello del perfetto tempo della battuta, dell’agile dialogo tra i personaggi. Hangover, in effetti, potrebbe essere una sceneggiatura per un film, con qualche piccolo ritocco.

Ma torniamo indietro, a Eva Zambon e alla storia che ci racconta nel suo libro. Uscito nel 2001, quando l’autrice aveva 27 anni, Hangover descrive la realtà della provincia veneta attraverso la vita quotidiana di quattro giovani, da poco maggiorenni. Zeno e Matteo, Lisa e Giorgia; i due ragazzi ventenni e le due ragazze diciottenni, all’ultimo anno di liceo. I quattro sono amici inseparabili, e forse qualche cosa di più: Zeno e Lisa stanno insieme, Matteo e Giorgia sono amici sin dall’infanzia, ma provano un’attrazione reciproca che va oltre il platonico affetto. Matteo lavora, Zeno è pieno di soldi e figlio di papà e non ha dato ancora un esame universitario; Lisa ha una famiglia sostanzialmente proletaria e va male a scuola, tanto che l’idea dell’università non la sfiora minimamente, mentre Giorgia è pronta a trasferirsi a Venezia, dopo il liceo, per proseguire gli studi. Le loro giornate in attesa di un futuro nebuloso e senza troppi slanci e passioni le trascorrono tra droga alcol e qualsiasi cosa sia totale disimpegno e possibilità di spegnere il cervello. Ma non sono tutti uguali, pur se visti da lontano potrebbero sembrarlo.

“Mi alzo vado in cucina, accendo la tv, prendo dal frigo una birra, mi accendo una sigaretta, mi metto davanti alla tv, solo telegiornali e giochi a premi. Allora mi rompo e prendo su la macchina e vado a fare un giro, un giro lungo verso il lago che mi va di guidare e pensare, pensare a un casino di cose che vorrei fare, tipo comprarmi una moto fare un corso di deltaplano iscrivermi a judo fare una dieta a base di proteine per rinforzarmi la muscolatura cercarmi un lavoro del cazzo qualsiasi, studiare economia politica per l’esame di febbraio. Prima o poi lo faccio. Mia madre fa finta di non vedere.” (Zeno, pp.19-20)

Lo sguardo della Zambon su una gioventù di provincia già in grave crisi d’identità, agli albori del nuovo millennio (il libro apre con il capodanno del duemila), non è né cinico né impietoso, come le prime pagine potrebbero ingannevolmente lasciar supporre; non è indulgente o giustificante, non è ammiccante né tanto meno consolatorio. È una sincera e partecipata indagine socio-antropologica, fortunatamente non calata dall’alto, tanto che impercettibili momenti di empatia fanno breccia in una narrazione talmente spontanea da far entrare il lettore nelle dinamiche dei protagonisti fino quasi a occultargli il flebile ma persistente senso di vicinanza che c’è tra l’autrice e i suoi personaggi. È palese che la Zambon li ha conosciuti, probabilmente con altri nomi e altri volti, proprio a Verona, dove anch’ella ha vissuto, città che diventa soggetto della narrazione al pari dei quattro ragazzi. Il dialetto e il linguaggio colloquiale, usati dalla Zambon per l’intero arco del testo, sono un elemento imprescindibile per descrivere dinamiche che altrimenti risulterebbero artefatte. La narrazione mantiene un manto uniforme, ancorché l’aspetto emotivo muti pur non mutando il linguaggio. E mi spiego meglio: in principio parrebbe che tra la scrittrice e i ragazzi ci sia una distanza evidente, tanto che le prime 40-50 pagine sembrano una cronistoria tratta da un film di Larry Clark (Kids, Ken Park, Bully), mentre successivamente, man mano che si dipana la vicenda e si approfondiscono le psicologie dei personaggi, riusciamo ad immaginare il filo che lega l’autrice ai “suoi ragazzi”, fino ad un epilogo in cui la malinconia si fa più evidente e fa capolino, senza farsi troppo notare, un velato e contenuto lirismo, che è più che altro consapevolezza (evidentemente vissuta) dei dubbi e delle legittime incertezze proprie dell’età indagata.<

Hangover ha dunque un ritmo costante, che volutamente non deflagra, nonostante alcuni eventi drammatici. È una cronaca, puntuale e circostanziata, della vita di quattro ragazzi alle soglie di nuovi (in)consapevoli mutamenti di vita. Tutto sommato è un libro che ci parla di formazione, pur se figlia di un’anarchia necessaria e del sostanziale disinteresse familiare, che focalizza il classico rito di passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Sì, l’adolescenza, e non stupitevi troppo, mi raccomando, perché è da tempo che l’età inquieta si è prolungata, spostando la soglia delle decisioni fondamentali oltre il confine immaginario della maggiore età, in conseguenza di un mondo del lavoro precario almeno quanto la solidità psicologica della famiglia contemporanea. Stretti in questo vortice di dubbi e incertezze, i giovani veronesi raccontati dalla Zambon non sono in ciò diversi da altri loro coetanei sparsi nella sterminata provincia del Bel Paese. E, a ben guardare, a dieci anni di distanza dagli eventi qui narrati, le precarietà lavorative, affettive e relazionali sono addirittura aumentate. Alla fine della fiera, ciò che emerge dal romanzo della Zambon, sempre attenta a far coincidere l’elemento strettamente geografico con l’emotività di superficie restituita dalla narrazione, è che la crisi maggiore che affligge i 30-35enni di oggi (ovvero i 18-25enni di allora) è quella legata ad un’identità sin troppo frammentata e priva di appigli solidi cui aggrapparsi. E al di là della sociologia e della psicologia spicciola che può derivare dall’analisi dell’opera in questione, quel che risulta evidente è che il crollo delle ideologie e di innumerevoli altri punti fermi, reali o immaginari che fossero, ha determinato una precarietà emotiva che si è fatta insicurezza affettiva. Ecco perché, proprio in conclusione, l’autrice non vuol far mancare l’affetto ai suoi personaggi, non vuol far mancare quell’ideale abbraccio che si sostanzia non soltanto nella reiterazione del termine incisivo e cristallino che sceglie per connotare inequivocabilmente il legame tra i quattro ragazzi (“fratellini”), ma anche nelle parole di Lisa, che chiudono la narrazione tra spontanea ingenuità e presa di coscienza della realtà, tra incanto e disincanto.

“Io mi abbandono e sprofondo nel trip dei ricordi. Ale mi fa, che dici se ci buttiamo in acqua coi vestiti? La guardo, non riesco a capire se scherza o se è convinta davvero che sarei disposta a farlo. I cerchi nell’acqua si allargano all’infinito. Sento che sto crescendo nel corpo e nell’anima, ma vorrei oppormi. Non ho nessuna intenzione di crescere in fretta. È ancora troppo presto, c’è ancora molto tempo. Voglio restare bambina ancora un po’ “. (Lisa, p.166)

Un romanzo a più voci che palesemente omaggia, sin dall’evocativo titolo, Kurt Cobain e un’intera generazione. Una generazione post-ideologica talmente lontana da quella dei 18-20enni “impegnati” dei fine Sessanta e dei Settanta, che sembrerebbero passati 100 anni da allora. Una generazione fragile e disincantata quella descritta da Eva Zambon, ma più di altre che l’hanno preceduta davvero bisognosa (e desiderosa, a dispetto delle apparenze) d’affetto. Non girate la testa, non fate finta di non vedere, gli adolescenti di oggi non sono poi così diversi da quelli descritti in quest’opera letteraria breve ma intensa, rimasta purtroppo l’unica della talentuosa scrittrice vicentina.

Federico Magi, ottobre 2010.

Edizione esaminata e brevi note

Eva Zambon (Schio, 1974), scrittrice italiana. “Hangover” è il suo unico libro fino ad ora pubblicato. Attualmente risiede nel Canton Ticino, Svizzera.
 
Eva Zambon, “Hangover”, Derive Approdi, 2001, Collana Vox.