Ricapito Francesco

Reportage dall’Azerbaigian: A Piedi Attraverso le Montagne più Isolate – Parte 1

Pubblicato il: 5 agosto 2015

Azerbaigian mappaFortuna ha voluto che durante la mia permanenza in Azerbaigian io sia venuto in contatto con un personaggio molto particolare: si tratta di Cavid, un ragazzo azerbaigiano di ventitre anni, nativo di Baku, laureato in economia e con una immensa passione per le montagne e il trekking. A novembre 2014 Cavid ha creato una pagina Facebook su cui organizza gite in montagna di uno o più giorni per chiunque abbia voglia di vedere zone del paese altrimenti difficili da raggiungere. Avendo ricevuto opinioni molto positive su queste escursioni da persone che hanno partecipato, ho deciso di contattarlo e di fargli qualche domanda. Voglio infatti inserire una sua intervista nella mia tesi di laurea, che tratta appunto del turismo in Azerbaigian. Dopo il nostro primo incontro Cavid mi invita ad andare con lui in una di quelle che lui chiama “explorations”: ossia spedizioni, che in genere lui compie da solo, in zone dove non è mai stato e dove vorrebbe un giorno portare qualche turista. Anche a causa di un recente viaggio in Iran che è sfumato due giorni prima della partenza a causa del furto del mio portafoglio e di relativo permesso di soggiorno senza il quale non si esce dall’Azerbaigian, colgo al volo quest’occasione e accetto senza indugi. Mi ritrovo così a partire per un’ escursione di tre giorni in mezzo in alcune delle zone più inaccessibili di tutto il paese, aree che non hanno nulla di segnato se non montagne e boschi, il tutto con una persona che ho visto solo una volta, ma di cui sento istintivamente di potermi fidare. La fortuna aiuta gli audaci e in questo caso è assolutamente vero. Grazie a Cavid ho vissuto un’esperienza unica e impagabile, constatando di persona l’ospitalità di un popolo e vedendo luoghi che prima avevo visto solo nei documentari.

Altopiano a dieci chilometri dal villaggio di Kuncal, 21 maggio 2015, ore 22:23

Mi trovo con Cavid alle otto alla stazione degli autobus, insieme saliamo sulla marshrutka che va a Siyazan, piccola cittadina situata circa un’ora a nord di Baku. La strada corre lungo la costa del mar Caspio, passiamo attraverso la zona industriale di Sumqayıt, famosa fin dall’epoca sovietica per il suo elevato inquinamento e poi ci ritroviamo in quell’area semi-desertica che caratterizza il territorio intorno a Baku. Sulla sinistra vediamo basse colline verdeggianti, a destra la costa piatta e sabbiosa. Quando ormai siamo vicini alla meta davanti a noi si staglia il profilo del monte Besh Barmaq, che tradotto vuol dire “cinque dita” per via della sua forma che ricorda una mano.

Questa montagna è famosa in Azerbaigian perché è meta di pellegrinaggi, si crede infatti che arrivare sulla cima faccia avverare i desideri dei fedeli. Ho avuto occasione un paio di mesi fa di visitarlo ed è stata un’esperienza interessante. Salire il monte è facile grazie alla presenza di numerose scalette di ferro piazzate lungo il percorso. L’arrivo non è proprio sulla cima ed è segnalato da una piccola moschea con all’interno una specie di santuario. Da qui si ha un bel paesaggio su tutta la costa e il resto dell’entroterra. Purtroppo in quel periodo non c’erano ancora pellegrini in visita, che avrebbero contribuito a rendere ancora più suggestiva l’atmosfera. Siyazan si trova pochi chilometri dopo il Besh Barmaq, la marshrutka ci lascia nella piazza centrale. Qui ci aspetta un amico di Cavid, un autista che ci aiuta a trovare un taxi che ci porti fino a Qala Alti, località nell’entroterra da dove cominceremo la nostra camminata. Già da qui i nostri zaini da montagna attirano gli sguardi di molti passanti. Come spesso accade il taxi altro non è che una vecchia e scassatissima Lada. Io sono seduto dietro il passeggero, il quale è un uomo sui trent’anni decisamente sovrappeso, questo fa si che il suo sedile sia incredibilmente inclinato all’indietro e, se già in condizioni normali, le mie gambe lunghe hanno problemi di spazio in una Lada, in questo caso non so proprio dove mettermele. Di fianco a me c’è Cavid che per fortuna è più basso, vicino a lui un vecchio signore ci guarda incuriosito e ci chiede cosa stiamo andando a fare a Qala Alti. Il tragitto dura mezz’ora, la strada ci porta tra verdi e ondulate colline tutte tappezzate di trivelle petrolifere. Ben conoscendo la sensibilità delle autorità azerbaigiane riguardo agli stranieri che si aggirano tra i pozzi petroliferi, mi astengo dal fare foto. Il taxi ci lascia nei pressi del castello di Qala Alti, che è costituito da rovine aggrappate ad una collina piuttosto alta che sovrasta il resto della valle. Al momento di pagare il tassista vuole più di quanto avevamo pattuito, Cavid, che ha un carattere piuttosto combattivo, non ci sta e così iniziano a discutere. Alla fine il tassista arrabbiato se ne va ridandoci tutti i soldi, che, come apprendo da Cavid, è uno degli insulti più pesanti che poteva farci. L’episodio purtroppo non fa che aumentare il mio ormai cronico razzismo verso i tassisti di tutto il mondo, ma Cavid se ne preoccupa poco e così iniziamo a camminare. Passiamo di fianco ad un nuovissimo e scintillante resort in costruzione e ci infiliamo nella boscaglia. Il cielo è leggermente nuvoloso ma nulla di preoccupante. Cavid è molto magro di costituzione, ma capisco da subito che è uno che cammina veloce; nel primo tratto in salita parte a tutta velocità, io vengo da tre mesi di stesura della tesi di laurea e sono del tutto fuori allenamento ma riesco comunque a sostenere il passo, non voglio che pensi di essersi portato dietro un peso morto. Seguendo una strada bianca raggiungiamo il crinale della collina e davanti a noi vediamo altre colline che si estendono fino all’orizzonte e che creano numerose vallate. Il cielo è ora sgombro e la temperatura è perfetta per camminare. La strada prosegue con qualche leggero saliscendi e con sommo piacere scopro che le gambe rispondono bene, riusciamo quindi a mantenere un buon ritmo. Dopo poco più di un’ora arriviamo al villaggio di Caraq. Cavid mi dice che i villaggi qui intorno sono abitati dai tati, un’etnia di origine iranica che arrivò in Azerbaigian intorno al V secolo con le invasioni persiane. Sono per la maggior parte musulmani sciiti e hanno una loro lingua. In Azerbaigian ci sono diverse minoranze etniche, i tati sono una delle più importanti ma ci sono pure i lezghini, gli avari, gli udi e naturalmente i russi. Il villaggio avrà al massimo dieci case sparse qua e là, quando arriviamo Cavid si dirige verso due uomini che stanno discutendo a bordo strada, gli chiede se può caricare il suo cellulare da qualche parte, una tattica che userà di nuovo in seguito. Uno dei due ci porta a casa sua e ci fa sedere ad un tavolo sotto una tettoia che si trova nel giardino: in Azerbaigian se qualcuno ti fa entrare in casa sua è naturale che ti offra del tè e infatti dopo pochi minuti la moglie dell’uomo arriva con dei bicchieri ed una teiera. Il tutto è accompagnato da una ciotola di muraba, una specie di marmellata locale fatta di solito con ciliegie. In genere viene servita con il tè, ha un sapore molto dolce e la si mangia semplicemente con un cucchiaino. Nel frattempo abbiamo attirato l’attenzione degli altri uomini del paese e vicino alla tettoia si è radunato un piccolo gruppo di curiosi. Cavid discute con loro in azerbaigiano e da quel che capisco si sta informando sulla possibilità di portare qui qualche gruppo di turisti. Alla fine si fa lasciare il numero di telefono del padrone di casa. Mentre la discussione va avanti noto che in effetti questi uomini hanno dei tratti leggermente diversi da quelli degli azeri: sono leggermente più scuri di pelle, i tratti del viso sono meno squadrati e più tondeggianti, gli occhi sono di un verde brillante che unito alla pelle piuttosto scura crea un contrasto veramente piacevole da vedere. Dopo il terzo bicchiere di tè e numerosi cucchiaini di muraba mi sento pieno, inoltre con la scusa che qui lo zucchero per il tè si usa in zollette e praticamente se ne mangia una ogni volta che si beve un sorso, sento di avere un’overdose di zuccheri. Mi alzo e vado a dare un’occhiata dietro alla tettoia dove vedo la moglie dell’uomo indaffarata su quello che capisco subito essere un forno per il pane. Ne ho già visti di simili in Uzbekistan: hanno la forma di una sezione conica alta circa un metro e sono fatti di terra indurita. Dentro viene posizionata la legna e le pagnotte di pane crude vengono appiccicate alle pareti interne così si possono cuocere. Non capisco bene come facciano le pagnotte a non staccarsi una volta cotte ma non abbiamo tempo per chiedere, dobbiamo ripartire. Il padrone di casa vedendo i nostri zaini s’incuriosisce e ci chiede di provarli, evidentemente non ne ha mai visti di così. Prima di andarcene chiedo se posso farmi una foto con tutto il gruppo e loro accettano di buon grado, ho deciso infatti che chiederò una foto con tutti quelli che nei prossimi giorni ci ospiteranno.

Pensando poi agli altri viaggi che ho fatto in Azerbaigian negli ultimi mesi decido pure di cominciare a contare le tazze di tè bevute, per vedere a quante arrivo. Continuiamo a seguire la strada bianca che abbiamo percorso finora, la quale dopo circa mezz’ora ci porta al piccolo villaggio di Haji Ismail, composto da poche case e da un vecchio camion sovietico verde militare parcheggiato e conservato veramente bene. A ritmo sostenuto continuiamo a camminare e la strada comincia a salire leggermente. Cavid non è un tipo di molte parole ma quando parla dice sempre cose interessanti. Per alleviare le fatiche della salita iniziamo una conversazione sulla situazione politica dell’Azerbaigian, un argomento che in genere gli azerbaigiani istruiti apprezzano e sul quale sono sempre curiosi di sentire le opinioni degli stranieri. Scopro con sorpresa che Cavid in passato ha avuto problemi con la polizia per le sue opinioni sul governo azerbaigiano, che è retto da Ilham Aliyev, figlio del precedente presidente Heydar Aliyev, morto di vecchiaia nel 2003. Molto spesso l’Azerbaigian è salito alle cronache internazionali per le sue mancanze in materia di diritti umani e libertà d’opinione. Numerosi sono gli oppositori che sono attualmente in prigione e che sono ritenuti dalla comunità internazionale prigionieri politici. Non è la prima volta che mi ritrovo a parlare con un giovane dalle opinioni piuttosto critiche contro il governo, ma è sempre molto interessante avere una testimonianza su cosa significhi dissentire laddove questo può causare problemi. Cavid mi racconta di essere stato ad un paio delle poche manifestazioni di protesta che sono state organizzate negli anni scorsi e che sono sempre state soppresse brutalmente dalle forze dell’ordine. Mi spiega che esistono dei piccoli comitati di vera opposizione politica ma spesso i loro dirigenti hanno problemi con la polizia o sono accusati ingiustamente. Aggiunge inoltre che qualche volta è stato fermato dalla polizia per alcuni testi che aveva pubblicato sulla sua pagina facebook, ma aggiunge che non gli interessa molto, perché per ora lui non ha mai fatto nulla d’illegale. Quasi a confermare questa sua affermazione, dopo dieci minuti suo padre lo chiama al telefono arrabbiatissimo per un’opinione che ha postato proprio su facebook poco prima di partire. Questa discussione mi lascia con ancora più domande di quelle che avevo prima e mi fa capire che il nostro tanto vituperato sistema politico, per quanti problemi possa avere, almeno permette a tutti di dire la propria senza rischiare di essere arrestati.

Queste chiacchiere ci fanno arrivare rapidamente al villaggio di Ugaq. Ormai sono le quattordici e io comincerei ad avere fame. Cavid mi ha detto che alle provviste ci avrebbe pensato lui e così io mi sono portato solo qualche tavoletta di cioccolato (psicologicamente irrinunciabile in montagna) e dell’acqua. Cavid comincia a cercare qualche abitante per usare di nuovo la scusa del telefono da caricare. Ridendo gli chiedo se quando va in giro per le montagne usa sempre questa scusa, lui quasi offeso mi risponde che non è una scusa e che lui non mente alle persone, se ne ha bisogno chiede anche se può avere del tè, del cibo o ospitalità, ma spesso tutto questo gli viene offerto senza nemmeno chiedere. Riusciamo a trovare una vecchia signora che torna da un campo e che è ben contenta di aiutarci. Non riesco a darle un’età precisa, cammina curva sulla schiena, ha i capelli bianchi raccolti in una treccia, la pelle è dello stesso colore olivastro degli abitanti dell’altro villaggio, il viso è segnato dalla vita in montagna, ma gli occhi esprimono una grande intelligenza. Ci dice che stava controllando i suoi alveari e che è stata punta da un’ape, sorridendo ci indica un piccolo rigonfiamento sotto un occhio. Casa sua è là vicino: una semplice abitazione con davanti una specie di porticato che funge da anticamera e con di fianco la stalla per gli animali. Come tutte le altre case della zona, bagno e acqua corrente si trovano all’esterno. Ci sediamo al piccolo tavolo che si trova nel porticato e ci togliamo le scarpe. Cavid ha scaricato sul telefono una comoda applicazione collegata al gps che calcola la distanza percorsa, il ritmo mantenuto e il tempo impiegato, quando controlla scopre che abbiamo mantenuto un ritmo costante e piuttosto sostenuto e ne sembra soddisfatto. Quando entriamo nella casa ci troviamo in una stanza rettangolare il cui pavimento irregolare è coperto da tappeti. Non ci sono sedie o tavoli, l’angolo cucina si trova sulla destra e comprende un frigo, un fornelletto e un piccolo ripiano. Sulla sinistra ci sono solo un vecchissimo microonde e qualche attrezzo. Qualche decorazione alle pareti completa il tutto. La signora ha disteso una piccola tovaglia per terra e ci ha messo del pane, del formaggio di capra e quello che sembra del burro anche se è ancora allo stato liquido. Poco dopo arriva l’immancabile tè. Mangiamo di gusto, tutto, pane compreso, è fatto in casa ed è freschissimo, il formaggio in particolare.

Quando ormai mi sono ingozzato senza ritegno di pane e formaggio la signora arriva con una frittata guarnita con erbe varie. In quel momento sentiamo tornare il marito. Usciamo per presentarci: anche lui non è molto alto e non riesco a dargli un’età precisa. Ancor più della moglie, il marito porta sul viso i segni di una vita di lavoro nei campi, quando gli stringo la mano sento che nonostante l’età è ancora forte e in forma. Non sembra emozionato quanto la moglie di avere ospiti ma molto gentilmente ci invita a tornare dentro per finire il pranzo. La frittata si rivela all’altezza dei formaggi e del pane, finisco il pranzo con un paio di tazze di tè. Nel frattempo Cavid chiacchera con la signora: a quanto pare è laureata in matematica e da giovane ha lavorato come insegnante nei vari villaggi della regione. Ora si è trasferita qui perché questa è la casa di suo marito, o meglio, è la casa dove suo marito è addirittura nato. Io mi limito ad ascoltare e a guardarmi intorno affascinatissimo da ogni cosa che vedo. Mi rendo conto di essere in un luogo originale non toccato eccessivamente dalla globalizzazione e che da solo non avrei mai scoperto, e la cosa mi dà una bellissima sensazione, mi sembra quasi di essere un esploratore a caccia di terre e popoli ignoti che non sa cosa troverà dopo la prossima curva del sentiero. Cavid vuole percorrere ancora parecchi chilometri prima di fermarsi ed è ora di ripartire. Il signore ci consiglia di prendere una deviazione che ci indica, e non di seguire la strada sterrata per arrivare al prossimo villaggio. Ringraziamo calorosamente i nostri ospiti e mi faccio una foto con loro prima di ripartire.

Per approfondire:

https://en.wikipedia.org/wiki/Murabba

https://en.wikipedia.org/wiki/Besh_Barmag_Mountain

Francesco Ricapito Luglio 2015