Ricapito Francesco

Reportage dall’Azerbaigian: A Piedi Attraverso le Montagne Più Isolate – Parte 2

Pubblicato il: 6 agosto 2015

Azerbaigian mappaAltopiano a dieci chilometri dal villaggio di Kuncal, 21 maggio 2015, ore 22:23

Troviamo senza tanti problemi la scorciatoia segnalataci dal signore, uno stretto sentiero che a giudicare dall’erba che lo cosparge sembra essere utilizzato solo dalle pecore e neanche tanto spesso. Già da qui riusciamo a vedere in lontananza il prossimo villaggio, Kuncal, un pugno di case sul versante di una collina. Intorno a noi vediamo solo prati verdi e foreste, ci sono numerose vallate che sembrano essere del tutto disabitate e l’unico segno umano, oltre ai due villaggi, è una strada bianca che corre parallela ad un torrente. Il sentiero è in leggera salita, ma l’aria fresca ci aiuta a tenere un buon ritmo e in circa un’ora siamo in prossimità del villaggio. Già da quando siamo usciti dalla boscaglia ho notato che alcuni abitanti ci hanno visto arrivare e ora sono di fianco alla loro casa che ci aspettano incuriositi. Si tratta di tre uomini, un padre con i due figli, ben contenti di offrirci un tè facendoci accomodare al tavolo fuori dalla loro casa. Il tè locale è buono e mi piace, ma sento l’impellente desiderio di acqua e così dopo aver chiesto il permesso vado ad immergere la testa nell’abbeveratoio alimentato da una pompa di fianco alla casa. Come ormai d’abitudine, Cavid discute animatamente con gli uomini e non si preoccupa troppo di tradurre per me. Dentro la casa sento delle voci femminili, ma nessuna donna si fa vedere da noi, le tazzine e la teiera ce le portano i figli. Intrattenere degli ospiti stranieri è un compito degli uomini e credo non sia opportuno, per le usanze locali, che una donna si faccia vedere in questi casi. Il paesaggio che si gode dalla casa è veramente bello: riusciamo a vedere il villaggio di Ugaq dove abbiamo pranzato e il monte Besh Barmaq, situato in prossimità della costa. Cavid vorrebbe arrivare fino al prossimo villaggio, ma scopriamo che dista circa venti chilometri. Io sono sorpreso perché sono ancora in condizioni piuttosto buone, pur sentendo nelle gambe i diciassette chilometri percorsi finora e la notizia che ce ne sono altri venti da fare mi preoccupa. Cavid non mostra segni di cedimento, ma credo che sia un po’ stanco pure lui, decidiamo quindi di camminare finché ne abbiamo le forze e non troviamo un buon posto per campeggiare, lui infatti si è portato la tenda per un’eventualità come questa. Salutiamo e ringraziamo i nostri ospiti, mi faccio la foto di rito in loro compagnia e ripartiamo.

La pausa mi ha decisamente appesantito le gambe e sento l’acido lattico che mi aggredisce i muscoli. Seguiamo una strada sterrata che anche in questo caso sembra essere usata molto di rado. Corre di fianco ai tralicci dell’elettricità, che conducono ad una specie di piccola centrale sulla cima di una collina. La strada è in salita e per la prima volta comincio ad avere dei ripensamenti su quest’avventura, il caldo e la stanchezza iniziano ad intaccare la mia motivazione. Finita la salita ci ritroviamo in un immenso prato cosparso da qualche cespuglio e da qualche masso. Le montagne intorno a noi formano vallate e insenature dove sembra non esserci nulla, né una strada né un villaggio. Sul crinale troviamo un mucchio di pietre, messo là forse a segnare il sentiero per il villaggio, che in effetti non è più così chiaro. La strada che stavamo seguendo infatti gira a sinistra e continua a seguire i tralicci dell’elettricità, ma noi dobbiamo tenerci a destra e stare sul versante della valle in cui siamo appena entrati. Facciamo una breve pausa per riprenderci dalla salita. Nell’arco della giornata tra tazze di tè e dolcetti annessi ho assunto un grande quantità di zuccheri, ma sento che è arrivato il momento del supporto psicologico che in montagna solo la cioccolata può dare.

Una volta seduti Cavid mi fa notare alcune vecchie rovine che si trovano più in basso, poco lontano da noi. Mi racconta che sono resti archeologici delle abitazioni degli antichi abitanti della valle. Tempo fa aveva già esplorato quella zona portandoci un gruppo di turisti. Durante la salita ho avuto modo di interrogarlo un po’ su questa sua piccola atttività tutta basata sulla pagina facebbok che si chiama “Camping Azerbaijan”: quello che fa in pratica è proporre gite di uno o più giorni in qualche località di montagna, raccogliere le iscrizioni e poi accompagnare i turisti, organizzando il trasporto e portandoli a mangiare o a dormire in case locali. I prezzi in genere sono piuttosto ragionevoli e coprono tutto, compreso un compenso per lui. Il tutto è incominciato nel novembre 2014 e per ora si tratta di un fenomeno che sta diffondendosi grazie soprattutto al passaparola e che attira soprattutto stranieri residenti a Baku per studio o lavoro. Naturalmente una delle prime domande che ci si può porre è se tutto questo sia legale. Non sono al corrente della legislazione azerbaigiana al riguardo ma, dal momento che si tratta di un vero e proprio servizio con un reddito, sono convinto che non lo sia del tutto. Cavid mi dice che in effetti per fare l’accompagnatore turistico ci vuole una licenza dal costo di qualche migliaio di euro, aggiunge che varie agenzie turistiche di Baku vorrebbero farlo lavorare per loro. Da un punto di vista strettamene economico, un’idea come questa è esattamente quello di cui l’Azerbaigian avrebbe bisogno in questo momento per sviluppare il suo turismo e il potenziale economico è veramente ampio. Gli faccio notare che questo potrebbe essere effettivamente l’inizio di un business di successo, ma Cavid con indifferenza mi dice che lui si dedica a quest’attività soprattutto per passione. Non lo vuole fare per un’agenzia, vuole poter decidere per conto suo dove e come portare la gente, vorrebbe pagare le tasse, ma sa bene che una volta dichiarato tutto potrebbe avere problemi a rispettare tutte le regole e a resistere alle pressioni delle agenzie a cui farebbe competizione. Aggiunge anche che se un giorno lo faranno smettere si dedicherà ad altro. Abbiamo ancora tre ore di luce e dobbiamo cominciare a pensare dove passare la notte. In lontananza si vede il villaggio verso cui siamo diretti ed è effettivamente troppo lontano per raggiungerlo oggi. Continuiamo a camminare, ci allontaniamo dal sentiero e dopo una brusca svolta a destra arriviamo su un altopiano erboso. A cento metri da noi vediamo un piccolo animale peloso, sorpreso di vederci quanto lo siamo noi di vedere lui. Resta immobile per un paio di secondi e poi veloce come un fulmine scappa via sparendo alla vista. La pelliccia rossiccia e la grossa coda ci indicano che si tratta di una volpe. Superato l’altopiano scorgiamo in lontananza un grande gregge di pecore accompagnato da un pastore a cavallo. A quanto pare Cavid considera questo un colpo di fortuna e quasi correndo ci avviciniamo. Il pastore ci vede arrivare e comincia a cavalcare verso di noi. C’incontriamo a metà strada: sembra molto contento e molto sorpreso di vederci. L’uomo avrà circa quarantacinque anni, indossa vestiti semplici e piuttosto consumati, un cappello di paglia e ciabatte senza calzini. La sella del cavallo sembra essere uscita da un museo e le briglie sono fatte con semplice corda. Dopo le presentazioni di rito, lui e Cavid cominciano a discutere. Io assisto in silenzio. Scopro poco dopo che ci ha invitato a dormire con lui e il suo collega su quest’altopiano stanotte. Loro sono accampati ad un centinaio di metri, vicino ad una pozza d’acqua dove fanno riposare il gregge durante la notte, protetto dai cani, che li aiutano a tenere lontani lupi e orsi.

Già, lupi e orsi. Come mi ha detto Cavid, non sono rari tra queste montagne, mi svela pure che un buon trucco per evitarli di solito è non campeggiare sotto macchie di vegetazione più folta, come alberi o arbusti, dove di solito gli orsi hanno le tane. Gli faccio notare che poco distante da noi si trova proprio un punto più elevato coperto di alberi, ma lui minimizza e dice che in questa stagione non ce ne sono, ma non sono sicuro che mi stia dicendo la verità. Mentre Cavid continua a discutere col pastore, questi controlla sempre il gregge con lo sguardo e a volte interrompe il suo discorso per urlare qualcosa verso i cani o le pecore, ad un certo punto addirittura lancia con forza il suo bastone contro un paio di agnelli, che si erano allontanati dal gregge. Con venticinque chilometri nelle gambe accettiamo volentieri la proposta del pastore, troviamo un buon punto sul crinale e piantiamo la tenda, un igloo per due persone. Mentre campeggiamo facciamo conoscenza con quelli che per me sono i primi veri cani da pastore con cui ho a che fare. Hanno un aspetto fiero e nobile e d’istinto vorrei accarezzarli, ma capisco subito che potrebbe essere l’ultima cosa che faccio con la mia mano. I cani da pastore infatti, o almeno quelli incontrati in Azerbaigian, non sono per niente socievoli con coloro che non conoscono: fa parte del loro ruolo di guardiani e difensori del gregge. Quattro degli otto cani si sono posizionati a cerchio intorno a noi e ringhiano piuttosto minacciosamente. Cavid, che ha più esperienza di me al riguardo, mi dice di non muovermi e di aspettare che se ne vadano, ciò succede solo quando il pastore vede lo stallo alla messicana che si è creato e li richiama bruscamente. Mentre se ne vanno noto che tutti hanno le orecchie tagliate e ne chiedo la ragione a Cavid. Mi risponde che le orecchie vengono tagliate quando sono ancora cuccioli. Questo perché quella è una delle parti più sensibili dei cani e i lupi, che spesso provano ad attaccare le greggi, lo sanno. Tagliarli le orecchie è solo un modo per aiutarli in un eventuale combattimento con i lupi. Montiamo la tenda, o meglio Cavid monta la tenda, nel frattempo io mi dirigo verso la pozza d’acqua con il pastore che mi mostra dove si trova la fonte. La pozza è brulicante di rane che gracidano con insistenza ed è circondata da alte felci, tipiche dei terreni molto umidi. Devo farmi strada tirandole giù a calci per arrivare alla fonte. Ormai il gregge è tutto posizionato là vicino e vedo pure dei teloni stesi per terra con dei materassini e dei sacchi di provviste: è il bivacco dei pastori. Qui si trova il secondo pastore che però non riesco a vedere bene da lontano. Riempio la bottiglia e il pentolino di Cavid. Al ritorno passo di nuovo di fianco al pastore, il quale è sceso da cavallo e si è disteso un attimo a riposarsi. Colgo l’attimo per fargli una foto di cui sono assai fiero e che mi sembra davvero ben riuscita.

La cena prevede riso condito con frutta secca, una delle armi segrete di Cavid per quanto riguarda il cibo energetico. Non è raro nella cucina di queste regioni trovare il riso, in genere riso pilaf chiamato plov, condito anche con frutta secca come uvetta o albicocche, tuttavia io sono più per una segregazione dei sapori e non ho mai apprezzato molto gli accostamenti di dolce e salato. In ogni caso un pasto caldo in montagna, dopo aver camminato tutto il giorno, è squisito per definizione. Mentre mangiamo ritornano i cani, attirati dall’odore della frutta secca. Dopo dieci minuti finalmente i pastori si accorgono che siamo di nuovo sotto assedio e richiamano rabbiosamente i cani. Il sole non è ancora del tutto tramontato e così Cavid insiste per raccogliere un po’ di legna per fare un fuoco. Io pensavo di essere una persona a cui piace il campeggio e la vita all’aperto, ma in confronto a Cavid mi sento un principiante, fosse stato per me dopo aver mangiato mi sarei disteso sul prato e basta. Tuttavia continuo a non volere che Cavid pensi di essersi portato dietro un rammollito e così lo seguo. Mi procuro tre tagli sulle mani per cercare di impressionare Cavid con le mie abilità di boscaiolo.

Il nostro amico pastore torna da noi e ci invita a cenare con loro. Accettiamo di buon grado e così li raggiungiamo al loro bivacco. Dapprima passiamo a lavare i piatti alla fonte e così Cavid mi dà una preziosa lezione di camping a basso costo: come se fosse la cosa più normale del mondo preleva del fango da terra e insieme a qualche ciuffo d’erba lo usa per pulire il pentolino. Quando vede la mia faccia stupefatta mi spiega che è un sistema molto efficace per lavare i piatti e i risultati in effetti gli danno ragione. Lavare dei piatti con acqua gelida e senza sapone sarebbe un’impresa, ma col trucco del fango si risolve il problema a meraviglia, mi avrebbe fatto molto comodo averlo scoperto quando ero ancora negli scout. Arrivati all’accampamento conosciamo il secondo pastore. avrà la stessa età dell’altro ed è vestito in modo semplice, quasi povero. Ci dicono che sono arrivati ieri ed è per questo che il loro accampamento è ancora così essenziale. In effetti si tratta di qualche telone con alcuni materassi di gomma piuma, qualche coperta e poco altro. Tutto intorno ci sono sacchi di provviste, un paio di taniche d’acqua e qualche effetto personale. Noto che non hanno una tenda, tutto quello che penso faranno sarà di appendere il telone ad un albero e di creare un riparo in caso di pioggia, ma nulla di più. Questo spiega la curiosità del pastore verso la nostra tenda. Oltre alle coperte vedo pure un sacco a pelo che sembra essere uno dei primi mai concepiti. Logoro e sporco è un semplice bozzo grigiastro dall’aspetto massiccio. Il secondo pastore ha acceso un fuoco e sta cucinando. Da bravi azerbaigiani appena ci sediamo ci offrono il tè, Cavid ha il suo bicchiere, a me invece ne porgono uno sbeccato. Come al solito Cavid dirige la conversazione, che ad un certo punto verte sui lupi, succede allora che il secondo pastore prenda una lunga custodia verde militare e che ne estragga un fucile a pompa all’apparenza nuovo di zecca. Un perfetto esempio di lupara che, come si diceva nei fumetti di Zio Paperone, si carica a “sale grosso”.

Misure necessarie visto che più di una volta sono stati attaccati da interi branchi di lupi durante la notte. Cerco di intervenire nella conversazione chiedendo a Cavid di tradurre qualche domanda, scopro allora che questo gregge non è di loro proprietà. Loro sono stati ingaggiati dal vero proprietario per portarlo al pascolo, fanno turni di due settimane alternandosi con altri due pastori. Non sembrano scontenti di questa vita, è quello che fanno da sempre. Affermano ciò con un misto tra rassegnazione e grande dignità. Sono rassegnati perché sanno che è un lavoro duro che non li renderà mai ricchi, ma sembrano avere l’invidiabile certezza che, nonostante le difficoltà, questo sia il loro posto nel mondo. Mentre uno ci racconta queste cose, l’altro prende un pagnotta di pane e ne butta i pezzi ai cani che si azzuffano per afferrarli. La portata principale della cena è carne in scatola scaldata in una grossa padella. Vi sono poi cipolle e cetrioli tagliati a fette come contorno, formaggio di capra e pane. Sia io che Cavid accettiamo il cibo cercando di non esagerare per rispetto di questi uomini che lavorano dall’alba al tramonto senza probabilmente mangiare molto altro. Sono sinceramente impressionato dalla gentilezza di queste persone che così spontaneamente ci stanno offrendo parte di quel poco che hanno. Mi viene in mente una scena di un film dei fratelli Marx, in cui uno dei protagonisti afferma “Guardi io non ho niente, ma con lei farò a metà.” Ormai è quasi scuro, a stomaco pieno e con il mio bicchiere di tè in mano sento in me una bellissima sensazione di pace con il mondo e di distanza da qualunque problema o seccatura che ho lasciato a Baku. Finito l’ultimo bicchiere di tè ci congediamo dai pastori, i quali molto gentilmente ci prestano il loro vecchissimo sacco a pelo. Prendendolo in mano ho la netta sensazione che sia fatto di pelle di pecora e decido che lo userò come materassino da mettere sotto il vero sacco a pelo che mi ha prestato la mia coinquilina. Tornati alla tenda Cavid insiste per accendere il fuoco e in pochi minuti armato solo di accendino e ramoscelli ottiene un vivace e scoppiettante falò. Sistemiamo un paio di pietre vicino al bivacco, scaldiamo dell’acqua e beviamo l’ennesimo tè della giornata, accompagnato con frutta secca. Alzo lo sguardo e rivedo finalmente quelle stelle che tanto mi erano mancate in città. Domani ci aspetta un’altra giornata di cammino e abbiamo bisogno di riposare. Quando mi distendo nel sacco a pelo prestatomi dai pastori sento un forte odore di pecora, che conferma i miei sospetti sulla sua origine, ciò nonostante non ho problemi ad addormentarmi serenamente.

Francesco Ricapito Luglio 2015