Powell Dawn

Café Julien

Pubblicato il: 25 ottobre 2015

Ci sono facce e persone che si riconoscono solo quando sono nel loro ambiente. Al di fuori del luogo in cui normalmente si vedono, sembrano diverse, lontane, estranee. Perché ci sono luoghi che sono intrinsecamente connessi con chi li frequenta e li abita. Questo sta a significare che, in generale, molte persone hanno senso solo se contestualizzate e collocate in un luogo preciso. Esattamente come accade a chi frequenta il Café Julien, il “Padiglione Scostumato” (dal titolo originale dell’opera), nella realtà, probabilmente, il celebre Lafayette Hotel di Manhattan. Nel 1948, quando il Café Julien è stato tirato giù per far posto ad un condominio come un altro, i suoi avventori si sono svuotati d’essenza semplicemente perché, fuori da quel Café, hanno perso buona parte della loro identità. “Dev’essere perché il Julien era l’unica cosa che tutte queste persone apprezzassero l’una nell’altra, perché ora quando si incrociano per caso lungo la via si guardano senza riconoscersi, oppure attraversano rapidamente la strada con la vaga sensazione di avere davanti qualcuno legato a ricordi infelici, come se l’altro fosse responsabile della caduta del Julien“.

E nel Café Julien, nel 1948, di personaggi se ne vedono parecchi. D’altro canto è lì che sono passati e passano gli artisti più luminosi ma anche i più squattrinati di New York. Un microcosmo brulicante di figure e figurine che, in un modo o nell’altro, sono combinate le une alle altre. Sotto gli occhi di camerieri fin troppo arroganti, c’è gente che si diverte e si consuma “sino a mezzanotte passata, bevendo tanto da non riuscire ad alzarsi prima di mezzogiorno e, oltretutto, con il mal di testa“. È al Café Julien che il bel Ricky Prescott aspetta ogni giorno l’amore della sua vita perché è sicuro che lei, Ellenora Carsdale, tornerà a varcare la soglia del locale solo per cercare lui. Un amore che ha senso solo perché segnato dalla forza di un gioco di ruoli complicato da spiegare. E al Julien approda, di tanto in tanto, anche Dalzell Sloane, un pittore più o meno fallito che tenta di carpire qualche segno del fato per non dover essere costretto a lasciare l’amata New York e tornarsene nella piatta provincia di provenienza. E il fato, in un modo o nell’altro, gli arriva in soccorso, anche se a modo suo e con contorsioni improvvise, fino a che Dalzell, in accordo con l’amico, anche lui pittore, Ben pensano bene di “resuscitare”, artisticamente parlando, il defunto e finalmente celebre compagno Marius che pare morto in Messico e che, proprio perché morto, è ormai ritenuto da critici ed esperti d’arte uno dei pittori più validi degli ultimi tempi.

A questa schiera di figure, colorite in maniera impeccabile e fin troppo straripante dalla Powell, si vanno ad aggiungere una giovane ed aitante fanciulla venuta dal Kansas a caccia di un marito potente e danaroso; la sua ricca, eccentrica e fallimentare matrona in perenne combutta con un fratello perbenista per niente rassegnato alla propria omosessualità ma padre di quattro figlie piuttosto bruttine; una capricciosa ereditiera ormai in età avanzata collezionista d’arte e di amanti e, in aggiunta, un corollario di altri personaggi più o meno rilevanti che fanno di questo romanzo un coacervo di persone e personalità capaci di affascinare, o tramortire, chiunque provi ad avvicinarsi. Seguire le vicende di vita e groviglio intessute dalla Powell non è sempre facilissimo, ma ci si diverte parecchio se si affronta il “Café Julien” con lo spirito vagamente frivolo e pettegolo che lo caratterizza. Un approccio che consente di intrufolarsi nell’atmosfera vivace, disinvolta e avventurosa che sembra contraddistinguere l’esistenza di ogni personaggio di questo romanzo. Salvo accorgersi, poi, che si può andare un po’ più a fondo fino a scovare una città ed un’umanità che la Powell deve aver amato visceralmente ed osservato con gli occhi curiosi ed estasiati ma anche ironici e sagaci che può possedere solo una scrittrice di talento capace di metterne a fuoco le ipocrisie, le debolezze e le incrollabili ambizioni.

“Café Julien” è il tredicesimo romanzo scritto da Dawn Powell che, al tempo, nel 1954, aveva conquistato il suo spazio nel panorama letterario americano. Dopo la sua morte, avvenuta per un male incurabile nel 1965, la Powell è stata dimenticata velocemente e riscoperta solo a fine anni ’80 da Gore Vidal che le ha restituito l’onore che merita. Probabilmente senza l’ausilio di Vidal di Dawn Powell si sarebbero perse le tracce e quasi nessuno avrebbe ripubblicato o tradotto le sue opere. È evidente che “Café Julien” non fa che mettere in mostra le peculiarità più interessanti della Powell, il suo sarcasmo, la sua scintillante ironia e quel procedere tutto americano fatto di descrizioni traboccanti, cascate di dettagli e profluvi di parole che, personalmente, preferirei evitare ma che, in un modo o nell’altro, caratterizzano uno stile e un’epoca. E ciò che ho amato di più del “Café Julien” è proprio il Café Julien, un luogo magico e straordinario perché “Quello era il paradiso dei procrastinatori, l’angolo in cui chi odiava casa sua poteva appendere il cappello, la nave da crociera ancorata nel porto dove il padre di famiglia perseguitato poteva salire al volo senza bisogno di visto né di passaporto“.

Edizione esaminata e brevi note

Dawn Powell è nata in un villaggio dell’Ohio nel 1896. E’ rimasta orfana di madre quando aveva solo 7 anni. La matrigna non seppe istaurare con lei un rapporto degno per cui Dawn scappò di casa e si rifugiò da sua zia senza tornare mai più indietro. Durante gli studi universitari cominciò a scrivere qualche racconto e qualche opera teatrale. Dopo la laurea andò a vivere prima in Connecticut e poi a Manhattan. Si sposò ed ebbe un unico figlio affetto da autismo. Dawn visse sempre nel quartiere di Greenwich Village. Scrisse e pubblicò numerosi racconti, romanzi ed opere teatrali. Dawn Powell morì nel 1965 a causa di un tumore al colon. È stata dimenticata per alcuni anni fino a quando, a fine anni ’80, Gore Vidal l’ha riportata alla luce restituendole la meritata dignità. Le sue opere oggi sono ripubblicate dalla Library of America e tradotte in tutto il mondo.

Dawn Powel, “Café Julien“, Fazi Editore, Roma, 2015. Introduzione di Natalia Aspesi. Traduzione di Silvia Castoldi. Titolo originale “The wicked pavilion” (1954).

Pagine Internet su Dawn Powell: Wikipedia / Scheda Fazi Editore / The Library of America / Dawn Powel Diaries